Il ritorno dello stato-nazione? Spinte indipendentiste nell’Europa occidentale all’inizio del XXI secolo – Xosé M. Núñez Seixas*  

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    The return of the Nation-State? Independence Tendencies within Western Europe at the Beginning of the 21st Century. The independence of Montenegro (2006) and Kosovo (2008), which were followed by the Scottish referendum (2014) and the Catalan plebiscite (2017), have brought to the forefront the relevance of international movements for the diffusion of ethnonationalism. The legitimacy of secession is therefore invoked by Scottish, Flemish, Catalan and South-Tyrolean nationalists, among others. Does it mean that a new transnational wave of self-determination is taking place? Should the process of European unity face a new challenge that could bring it to its final crisis?

Key words: Nationalism, ethnonationalist movements, European union, self-determination, transnational history, national minorities

Parole chiave: Nazionalismo, movimenti etnonazionalisti, Unione europea, autodeterminazione, storia trasnazionale, minoranze nazionali

Un fantasma torna ad aggirarsi per l’Europa? Nel secondo decennio del XXI secolo questa domanda retorica non fa più pensare al comunismo. Ma nel caso dell’(etno)nazionalismo ci troviamo di fronte a una sorta di ritorno quasi ciclico. Il nazionalismo ha favorito la creazione di nuovi Stati-nazione, ha modificato frontiere, ha forgiato nuove identità e ne ha distrutto altre. Dopo la «primavera dei popoli» inaugurata dalle rivoluzioni del 1848, nel corso del ’900 si sono verificati almeno altri tre momenti di espansione delle nuove nazioni-Stato, resi possibili da sconvolgimenti geopolitici. Il primo periodo corrisponde al quadriennio 1918-21, segnato dalla disgregazione degli imperi multietnici di Austria-Ungheria, Impero ottomano e (in parte) Impero zarista. Il secondo fu nell’immediato dopoguerra, nel post ’45, durante il quale tutta l’Europa orientale fu al centro di un gigantesco processo di pulizia etnica e trasferimento di intere popolazioni che accompagnò il tracciato della “cortina di ferro”. Durante gli anni ’60 e nei due lustri successivi, il rinnovamento di alcuni nazionalismi periferici nell’occidente europeo ha rivelato l’influenza dei processi di decolonizzazione del Terzo Mondo. Il terzo periodo, infine, corrisponde al processo inaugurato con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989, lo smembramento dell’Unione Sovietica, la separazione pacifica di Repubblica ceca e Slovacchia nel 1993 e il turbolento processo di disgregazione dello Stato jugoslavo[1].

Quest’ultimo processo sembrava chiuso con la riorganizzazione federativa, sotto tutela internazionale, della Bosnia-Erzegovina, oltre che con l’indipendenza definitiva di Croazia, Slovenia e Macedonia. Tuttavia, l’indipendenza del Montenegro nel maggio 2006 e quella del Kosovo nel febbraio 2008 – seguite dal referendum scozzese per l’indipendenza nel novembre 2014 e dal plebiscito non riconosciuto della Catalogna nell’ottobre 2017 – hanno riportato alla ribalta l’importanza delle congiunture internazionali nell’espansione e diffusione del nazionalismo. La possibilità di secessione di un territorio nel quale esista una rivendicazione nazionale alternativa a quella dello Stato al quale appartiene, viene così invocata dai nazionalisti scozzesi, fiamminghi, catalani, sud-tirolesi, baschi, galiziani, sardi o gallesi. Con queste premesse, ci troviamo di fronte a una nuova “ondata” transnazionale del diritto di autodeterminazione delle nazioni senza Stato desiderose di forgiare nuovi Stati-nazione indipendenti? Deve il processo di unificazione europea far fronte a una nuova prova che potrebbe spingerla alla crisi definitiva? O si tratta semplicemente di un processo di approfondimento della partecipazione cittadina in seno all’Unione Europea (UE), che mette alla prova l’adattabilità delle sue strutture politiche e amministrative?

Durante gli anni ’50 e ’60, e più recentemente negli anni ’80, il consolidamento del processo di unificazione europea sembrava avere relegato al passato le rivendicazioni etno-nazionaliste. La forma tendenzialmente federativa che avrebbe dovuto adottare il processo avrebbe permesso alle minoranze etnolinguistiche, ai nazionalismi sub-statali e alle rivendicazioni di autogoverno di queste comunità territoriali di beneficiare di uno spazio di affermazione culturale e politica soddisfacente. Era quella che sarebbe stata definita la teoria del sandwich: la progressiva unione politica continentale avrebbe debilitato lo Stato-nazione e, allo stesso tempo, la diffusione del principio di sussidiarietà avrebbe obbligato questi stessi Stati-nazione a cedere competenze verso il basso. Pertanto, era plausibile immaginare un futuro nel quale l’UE, in quanto superstato continentale, avrebbe potuto armonizzare identità politiche e culturali molto distinte in maniera concentrica. Le possibilità aperte all’interno della struttura dell’UE alla rappresentanza di interessi dei governi regionali e locali facevano anche pensare a molti (etno)nazionalisti pragmatici che il totem dello Stato-nazione sarebbe crollato nel medio periodo. Allo stesso modo, ipotizzavano che il concetto di sovranità nazionale stesse soffrendo anch’esso un processo di irrefrenabile erosione[2]. L’evoluzione costituzionale delle diverse formule politico-istituzionali di organizzazione della diversità territoriale in seno a Stati europei ed extra-europei quali la Spagna, il Belgio, la Gran Bretagna, l’Italia, la Finlandia o il Canada, faceva pensare che l’Europa sarebbe stata il balsamo che avrebbe curato tutti i mali identitari[3].

Tuttavia, varie ragioni hanno contribuito a far sì che la crisi dello Stato-nazione non si sia prodotta nella misura in cui era stata preventivata. Dal 1989 si è moltiplicato in tutta Europa il numero di nuovi Stati, dopo la frammentazione dell’Impero sovietico e della Jugoslavia. La reazione di alcuni nazionalismi sub-statali dell’Europa occidentale a questi avvenimenti ha mostrato che il sogno di uno Stato-nazione proprio non era stato accantonato del tutto. Inoltre, non tutte le rivendicazioni nell’orbita della vecchia Europa, e nemmeno in Europa occidentale, erano pacifiche: vi erano conflitti violenti di bassa intensità, ma persistenti, nei Paesi Baschi, in Irlanda del Nord e in Corsica[4]. L’evoluzione del modello di articolazione istituzionale e territoriale dell’UE ha poi dato preferenza a una versione rinnovata del progetto gollista dell’Europa degli Stati-nazione. L’accentramento di potere decisionale nelle mani della Commissione Europea e soprattutto dei Consigli dei Ministri europei è stato accompagnato da un’espansione verso Est nella quale Stati giovani, come la Lettonia e la Slovacchia, sono entrati nella UE nel 2004 assieme a paesi pressoché minuscoli, come Malta. Lingue di Stati indipendenti, parlate da qualche centinaia di migliaia di persone, sono divenute idiomi ufficiali dell’UE, mentre altre, come il catalano o il galiziano, parlate da più persone, non hanno beneficiato, e non godono tuttora, di uno status simile. L’esaurimento delle possibilità offerte dalle diverse istanze di collaborazione interregionale è stato accompagnato dalla stagnazione politica di strutture istituzionali un tempo promettenti, come il Consiglio delle Regioni e l’Assemblea degli enti locali e regionali d’Europa. In modo indiretto, l’UE è divenuta agente catalizzatore delle richieste indipendentiste, mentre quindici anni prima l’effetto era contrario; e alcune euroregioni hanno stimolato anch’esse spinte indipendentiste interne, come avvenuto ad esempio sull’arco alpino e più precisamente in Alto Adige.

Infine, l’accettazione in seno alla comunità internazionale di nuovi Stati come il Montenegro e – in parte – il Kosovo, ha reso evidente agli occhi di molti nazionalisti sub-statali dell’Europa occidentale che la strada per stare in Europa da protagonisti era quella prefigurata dallo Scottish National Party (SNP) nel decennio del 1980: aspirare all’indipendenza, ma all’interno dell’Europa. Solo con uno Stato proprio, una nazione senza Stato avrebbe potuto ottenere un livello di sovranità accettabile che le avrebbe permesso di partecipare a sua volta come soggetto attivo alla costruzione europea.

Dato il quadro appena descritto, è interessante chiedersi quanto la dinamica politica dei Balcani o del Caucaso abbia influito su Scozia, Catalogna o Fiandre. Sicuramente non in maniera diretta. Però, quel che è certo è che ha avuto luogo un effetto dimostrazione, vale a dire l’imitazione di strategie politiche, di modelli di organizzazione, perfino di definizioni ideologiche, di un movimento nazionalista trionfante da parte di altri nazionalismi. Ciononostante, questi effetti di imitazione non sono soliti tradursi in una diffusione sociale significativa della volontà nazionalista in altri territori. Esistono alcune differenze strutturali tra i nazionalismi sub-statali dell’Europa orientale e quelli dell’Europa occidentale. Anche i contesti socioeconomici e geopolitici nei quali si sono sviluppati gli uni e gli altri sono distinti. Infine, il livello di egemonia sociale raggiunto dalle identità nazionali esclusive in Europa occidentale è inferiore a quello ottenuto dai nazionalismi etnici in Europa orientale.

Innanzitutto, nonostante la divisione tra nazionalismi civici occidentali ed etnici orientali sia stata ampiamente superata nel dibattito storiografico[5], esistono sicuramente alcune differenze strutturali tra la questione nazionale in Europa orientale e occidentale, che risalgono alla metà dell’800. Nella zona orientale del continente, il lungo perdurare di imperi premoderni – il cui fondamento di legittimazione politica risiedeva nella fedeltà dinastica e religiosa – portò a una minore sedimentazione dei principi di cittadinanza. Al contrario, in Europa occidentale il consolidamento di regimi liberali portò con sé anche la cristallizzazione della cittadinanza come categoria fondamentale del dibattito politico. Anche la natura della distribuzione di gruppi etno-linguistici nella parte orientale e occidentale del continente era distinta. Mentre in Europa occidentale i processi di assimilazione nelle maggioranze etnoculturali degli Stati nazionali erano andati progredendo dal XIX secolo, in Europa orientale questi processi si rivelarono meno efficaci, e la formula dello Stato-nazione omogeneo non si diffuse fino al periodo successivo al 1918, malgrado alcuni precedenti. Ma lo Stato-nazione arrivò tardi qui e fu incapace di semplificare la complessa sovrapposizione di minoranze e maggioranze etniche in differenti territori. Inoltre, le strutture etniche e le gerarchie etnoculturali e religiose tesero in quest’area del continente a sovrapporsi alle gerarchie sociali[6].

La gigantesca pulizia etnica che la seconda guerra mondiale provocò nell’Europa centro-orientale cancellò dalla cartina geografica minoranze come gli ebrei e buona parte dei tedeschi. Tuttavia, sussistette un certo livello di complessità e insieme all’etnicità come categoria di appartenenza, i discorsi nazionalisti restarono vivi nelle democrazie popolari e nell’URSS. Sotto il socialismo reale, l’etnonazionalismo sopravvisse come un sentimento di identità “ibernato” in vari territori – repubbliche baltiche, Ucraina occidentale – e la caduta del blocco sovietico comportò una riconversione forzata di vecchi quadri dei partiti comunisti in nuovi etnonazionalisti, che trovarono in tal modo una rapida formula di riciclaggio politico.

Diverso è il caso dell’Europa occidentale. La virulenza del conflitto etnico in alcune periferie, come dimostrava il caso dell’Irlanda, aveva sicuramente molto a che vedere con la sopravvivenza di gerarchie etnoculturali, sociali e religiose. Ma in generale la distribuzione territoriale dei gruppi etnici non presentava lo stesso grado di complessità che vi era nell’Europa orientale, e gli Stati nazionali erano assai efficienti nel loro processo di assimilazione culturale[7]. Inoltre, dopo il 1945, in buona parte dell’Europa occidentale i nazionalismi sub-statali caddero in una profonda delegittimazione politica, risultato della collaborazione di vasti settori degli stessi – bretoni o fiamminghi – con gli occupanti nazisti. E il secondo dopoguerra portò con sé una rilegittimazione di molti dei nazionalismi di Stato, ora fondati sul mito del consenso antifascista. I vari nazionalismi sub-statali del continente iniziarono a decollare in maniera effettiva – tralasciando il caso dei “partiti etnici”, come il Südtiroler Volkspartei, e la fugace ascesa del separatismo siciliano tra il 1945 e il 1950 – solo dai primi anni ’70. Fu allora che all’ascesa elettorale dei nazionalismi scozzese, gallese e fiammingo si aggiunsero il movimento còrso e la ricomparsa, dopo decenni di clandestinità, dei nazionalismi catalano, basco e galiziano in Spagna. Nonostante ciò, nei casi tardivi di transizione da un regime autoritario a un sistema democratico – come in Spagna – le tendenze maggioritarie dei nazionalismi sub-statali diedero priorità al recupero della democrazia rispetto alla definizione territoriale del demos. Grazie alla maggiore sedimentazione dell’idea di cittadinanza democratica, la maggioranza dei partiti “regionali” dell’Europa occidentale erano caratterizzati dalla professione di credo politici democratico-liberali, socialdemocratici o appartenenti alla sinistra marxista[8]. Ciò non accadde in Europa orientale, dove al “nazionalcomunismo” praticato da vari regimi e alla politica delle nazionalità applicata dall’Urss si unì la rinascita di correnti nazionaliste di tendenze xenofoba e di destra radicale.

I processi politici attraverso i quali alcuni nazionalismi sub-statali dell’Europa orientale conseguirono l’indipendenza dei loro territori erano difficilmente riproducibili in Europa occidentale. Nell’Est, dopo il 1989, ebbe luogo una combinazione di fattori che giocarono in favore di un ampio consenso sociale favorevole all’indipendenza. Tra questi, le incertezze del processo di transizione, che provocarono un cambiamento radicale di modello sociale ed economico, nel quale solamente l’identità nazionale fu in grado di offrire un quadro riconoscibile di certezze; la crisi economica che portò all’adozione dell’economia di mercato e il cambiamento di aspettative sociali che accompagnò la transizione politica; la necessità di riconversione di ampli settori delle vecchie nomenklature e la predisposizione favorevole della diplomazia occidentale a riconoscere i nuovi stati. Tali circostanze fecero sì che, anche nei contesti di violenza etnica, l’appoggio della popolazione agli etnonazionalisti fosse massiccio, superiore all’80% dei voti. La combinazione di delegittimazione dello Stato-nazione, di incertezza economica e di crollo di un sistema di valori che rappresentava il quadro delle aspettative individuali, sono fattori che non hanno accompagnato l’escalation di rivendicazioni etnonazionaliste in Europa occidentale. Come hanno dimostrato le esperienze di Québec e Scozia, nelle società di capitalismo avanzato la maggioranza della popolazione ha seri dubbi nello scegliere una strada che comporti elementi di incertezza, una volta che all’interno di sistemi politici pluralisti esistono vie sufficienti per la messa in pratica di politiche di riconoscimento simbolico di minoranze nazionali.

Diversi anche i contesti geopolitici tra Oriente e Occidente. In buona parte degli Stati dell’Europa centro-orientale esistono minoranze allofone che, negli anni successivi all’indipendenza e fino all’inizio del XXI secolo, sono state oggetto di legislazioni discriminatorie. Alcune di queste situazioni furono viste come potenziali fonti di conflitto armato intraeuropeo nei primi anni ’90, anche perché qualsiasi minoranza in uno Stato poteva invocare l’appoggio della maggioranza etnica dominante in un altro Stato. Le politiche di riconoscimento della multiculturalità, o i condizionamenti culturali nell’accesso alla cittadinanza, che pure esistevano in Europa occidentale (come nel caso della legge tedesca di cittadinanza del 1913, riformata soltanto nel 2000), potevano convertirsi in Europa orientale in germi di conflitto internazionale[9].

Vari fattori evitarono che il conflitto etnico della Jugoslavia dilagasse. Primo, i grandi Stati che avrebbero potuto giocare il ruolo di protettori esterni dei loro “fratelli”, come la Russia nei confronti dei suoi connazionali divenuti minoranze sprovviste di diritti civili nel Baltico, in Georgia, Abkhazia od Ossezia, avevano problemi interni tali da distrarli da avventure irredentiste. Secondo, in alcune di queste nuove repubbliche – Paesi baltici, Ucraina – la maggioranza delle nuove minoranze linguistiche preferì rimanere in Stati le cui prospettive economiche erano più ottimistiche che nella loro madre patria; diversa fu la situazione nello spazio caucasico, dove le minoranze russe furono oggetto di persecuzione. Terzo, la pressione delle istituzioni europee, determinate a esigere dai paesi candidati a rientrare nel ristretto club dell’UE prove irrefutabili di trattamento equo delle minoranze. Questa pressione si tradusse nella mitigazione delle leggi sulla cittadinanza in paesi come Estonia e Lettonia, ma anche nella marginalizzazione, nell’agenda politica delle principali organizzazioni politiche ungheresi, rumene o slovacche – almeno per un decennio – di messaggi xenofobi diretti contro le minoranze allofone presenti nei loro territori.

Non sembra plausibile che un frangente simile possa riprodursi in Europa occidentale. In primo luogo, la situazione delle minoranze allofone e/o nazionali negli Stati della UE, in Norvegia o in Svizzera, oggettivamente non è simile. I loro diritti culturali sono essenzialmente rispettati, la loro partecipazione civica e il loro grado di integrazione sociale sono anch’essi garantiti. Vi è solo un caso nel quale la compartimentazione ha seguito un modello simile a quello dell’Europa orientale, ovvero quello di cattolici e protestanti nell’Ulster fino agli accordi di pace di Stormont (1998). Al contrario, si sono verificati con successo processi di assimilazione nelle minoranze etniche di immigranti appartenenti alle maggioranze etniche. Salvo focolai isolati, manca un proposito politico reale da parte degli indipendentisti dell’Europa occidentale di escludere dalla cittadinanza chi non condivide l’identità nazionale emergente. In alcuni dei progetti politici “sovranisti” scozzesi o catalani non viene contemplata la discriminazione di accesso alla cittadinanza delle nuove nazioni-Stato in funzione di criteri come l’origine etnica.

Una quarta differenza è il livello di egemonia sociale dei nazionalisti sub-statali. Anche se il presunto fanatismo nazionalista degli europei dell’Est rappresenta uno stereotipo ricorrente sin dall’800, vi sono stati etnonazionalismi xenofobi ed escludenti a Ovest e nazionalismi civici a Est. Comunque, il grado di egemonia sociale dei etnonazionalisti in Europa occidentale, tranne che in alcuni casi (come nel caso dei sud-tirolesi), è tendenzialmente minore che nei casi più recenti dell’Europa orientale. Qui i nazionalismi sub-statali si sono confrontati con condizionamenti politici e normativi di natura distinta. Anzitutto, società con identità sempre più plurali, nelle quali le gradazioni e ibridazioni nei sentimenti di identità collettiva vanno assottigliandosi sempre più. I sentimenti di lealtà condivisa tra le patrie senza Stato e gli Stati-nazione tradizionali continuano a essere maggioritari nella maggior parte dei casi. È certo che le percentuali di identificazione nazionale alternativa tendano a essere maggiori tra segmenti specifici di popolazione – persone che parlano basco nei Paesi Baschi, còrsi di origine non immigrante in Corsica; ma non sempre quel grado di identificazione esclusiva trova una trasposizione decisiva in un sentimento maggioritario di indipendenza. Inoltre, le culture politiche imperanti nella maggior parte delle democrazie avanzate dell’Europa occidentale hanno assegnato priorità nell’agenda politica ad altre questioni e non a quelle identitarie. Le democrazie multietniche più avanzate dell’Europa occidentale, dal Belgio alla Spagna, hanno adottato strutture politiche oscillanti tra la decentralizzazione regionale (Italia, Spagna), il riconoscimento di situazioni speciali di territori specifici (Danimarca, Svezia) e forme di federalismo simmetrico o asimmetrico[10]. Inoltre, si tratta di sistemi politici flessibili, che hanno dimostrato una notevole capacità di integrazione della diversità etnonazionale[11].

Allora, perché vari Stati-nazione dell’Europa occidentale vivono dall’inizio del XXI secolo in una permanente angoscia nazionale, dinanzi al timore di perdere la loro integrità territoriale? Perché i diversi partiti e leader nazionalisti sub-statali oscillano tra il pragmatismo e il massimalismo? Perché in luoghi come le Fiandre, la Catalogna o la Scozia, con intensità e gradazione distinte, le élites nazionaliste continuano a sognare uno Stato proprio per superare così il cosiddetto deficit federalista?

Come spiegazione generale, possiamo indicare vari fattori. In primo luogo, anche se la crisi dello Stato-nazione è stato un argomento spesso brandito dai nazionalisti sub-statali, la nostalgia dello Stato nazionalizzatore funge da elemento rafforzatore di tutti i nazionalismi[12]. Rappresenta anche lo specchio nel quale essi si contemplano: il potere che conferisce, sullo scenario internazionale, l’essere un’unità sovrana permetterebbe di portare a termine politiche di nazionalizzazione decise – presentate spesso come il ristabilimento di lingue e culture un tempo minacciate – e non soggette a ostacoli esterni.

In secondo luogo, molti nazionalisti sub-statali tendono a essere riluttanti ad accettare, come poco più di una situazione transitoria, la diversità di ascrizioni identitarie tra i cittadini del loro paese. Questo avviene perché ritengono, tra le varie ragioni, di partire da una posizione di “svantaggio storico” rispetto ai nazionalismi di Stato che portarono a termine politiche pubbliche di assimilazione culturale forzata e reputate legittime – nel nome dell’imposizione di un idioma rispetto a un dialetto, della modernità rispetto all’arretratezza rurale, e così via. Al contrario, i nazionalismi giovani non dispongono dello stesso margine di libertà normativa al momento di progettare le proprie politiche di nazionalizzazione. Ogni affermazione della propria specificità culturale deve accettare un grado di pluralità interna che non sempre dovettero praticare nel passato i progetti nazionalizzatori propugnati dai nazionalismi di Stato. Per tale motivo molti nazionalisti senza Stato condividono una visione difensiva della propria identità, mutilata nel passato dagli Stati nazionali e nel presente dai cambiamenti sociali e culturali introdotti dal dilagante processo di globalizzazione, oltre che dall’immigrazione straniera[13].

In terzo luogo, queste nuove sfide, come la globalizzazione dell’economia, la scomparsa dell’idea di mercato nazionale (e protetto) e la permeabilità delle frontiere all’immigrazione, assumono effetti paradossali. Infatti possono agire da stimoli che portano le élites nazionaliste a rivalorizzare alcune delle leve istituzionali che uno Stato ancora ha a propria disposizione per mettere in pratica politiche che permettano di fronteggiare quelle sfide viste come una minaccia alla loro sopravvivenza come nazioni[14]. D’altro canto, la rimessa in discussione dei mercati nazionali porta anche a valutare l’utilità di disporre dell’autonomia decisionale in materia economica affinché un territorio possa competere come attore globale in maniera più efficace, “sbarazzandosi” di Stati inefficienti, o evitando di condividere risorse con regioni “arretrate”.

In quarto luogo, si è prodotto un cambiamento nella prospettiva con la quale le élites nazionaliste sub-statali guardavano il processo di unificazione europea. Tra gli anni ’60 e il 1989 la rivendicazione d’indipendenza poteva essere considerata come un impedimento alla partecipazione della propria nazione nella costruzione europea. Ma dalla metà degli anni ’90 si è fatta strada la convinzione che solamente in quanto Stato si possa partecipare come attore proattivo e influente alla governance dell’UE. È anche per questo che, spinti dal sentimento competitivo di lottare per identità in pericolo di estinzione, molti nazionalisti sub-statali hanno innalzato la soglia delle loro rivendicazioni e hanno abbracciato l’indipendentismo a corto termine, ribattezzato ora “sovranismo”. Questo vocabolo fu importato dal nazionalismo quebecchese per rivendicare l’esercizio effettivo del diritto di autodecisione dei popoli. Tuttavia, l’indipendenza avrebbe allora contorni e caratteristiche differenti da quelli del passato, e si mostrerebbe aperta sia a forme di associazione con altre entità statali, sia ad accettare la diversità culturale in seno alla propria nazione. In parte, le élites nazionaliste sono coscienti del fatto che per arrivare allo stadio della piena sovranità è imprescindibile conseguire ampi appoggi trasversali in seno a società plurali.

Per ampliare la base di appoggio sociale al loro progetto, tali élites si sono valse di due strategie. La prima riguarda l’inserimento nell’agenda politica di questioni come la difesa del benessere sociale: solo la costruzione di ambiti di sovranità propri permetterebbe ai cittadini di gestire meglio le proprie risorse. Quest’ultimo argomento in generale oscilla tra due poli: la nazione produce risorse sufficienti a non doverle condividere con altre componenti presumibilmente corrotte o improduttive dello stesso Stato; oppure, la propria povertà e/o la percezione di svantaggio comparativo porta a presentare lo Stato centrale come un “colonizzatore”, predatore di risorse che, grazie all’indipendenza, non sarebbero drenate verso l’esterno. Nondimeno, che la Spagna rubi alla Catalogna, o che Roma sia “ladrona” delle risorse lombarde, è pur sempre un discorso performativo, poiché le cifre e i flussi economici possono essere interpretati da prospettive differenti. Ma si tratta di un discorso che può assumere una grande rilevanza strategica in contesti di crisi economica o di incertezza di fronte al futuro[15].

Il secondo punto invece riguarda il mutamento della natura politica dei progetti sovranisti in una direzione sempre più inclusiva. A tal fine, aspirano a trasformarsi in progetti più “nazionali” che nazionalisti[16], che fanno leva su categorie come la cittadinanza e i diritti sociali – ma anche sulla volontà democratica – nel tentativo di relegare in secondo piano i fattori etnici, riducendo la visibilità di argomenti come la lingua, la cultura o la storia. Nelle proposte sovraniste di nazionalismi tradizionalmente linguistici, come quello catalano o fiammingo, si possono trovare concessioni inaspettate alle lingue “nemiche”, siano esse il castigliano o il francese, fino al riconoscimento di un pieno bilinguismo in caso di indipendenza. Questo ri-orientamento è dovuto anche al tentativo di incorporare al progetto sovranista un numero sempre maggiore di cittadini, indipendentemente dalla loro origine. Tuttavia, questa strategia presuppone pure la rinuncia a una delle risorse di mobilitazione politica più efficaci e proficue che tutti i nazionalismi hanno a disposizione: il ricorso al sentimento, alle emozioni, ai simboli, alla lingua e al ricordo di miti e glorie condivisi. Ciò provoca frizioni con i settori più intransigenti o culturalisti degli stessi partiti o delle piattaforme nazionaliste[17].

A questo punto sorgono nuovi dilemmi, destinati a rimanere irrisolti nella maggioranza dei casi per i progetti politici delle élites sub-statali. In primo luogo, gli interrogativi stessi sollevati dalla possibilità di mettere in pratica il diritto di autodeterminazione, che non è un diritto universalmente riconosciuto e regolato in maniera chiara nel diritto internazionale, in realtà è stato utilizzato nella maggior parte delle circostanze storiche come arma strategica. Le risoluzioni con le quali l’Onu avallò i processi di decolonizzazione nel 1960-61 furono il risultato di circostanze specifiche e stabilirono che doveva esistere un’occupazione straniera e coloniale affinché l’esercizio di tale diritto fosse riconosciuto. I processi di riconoscimento internazionale di nuovi Stati-nazione in Europa centro-orientale dopo il 1989 sono stati determinati da ragioni geopolitiche, non da principi universali. La sentenza della Corte internazionale di giustizia del luglio 2010 sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo arrivava a una decisione salomonica: non esistevano principi universalmente applicabili che obbligassero a riconoscere l’indipendenza; tuttavia, questa non era nemmeno incorsa nella violazione delle leggi internazionali. Tutto dipendeva dalla volontà politica della comunità internazionale di riconoscere il nuovo Stato.

Di conseguenza, non esiste un procedimento prestabilito da parte della comunità internazionale per l’esercizio del “diritto di decidere” da parte di una popolazione determinata. Il contesto geopolitico è decisivo, così come la volontà politica dello Stato-nazione dal quale la minoranza si vuole separare, come si è visto nelle diverse vicende del referendum scozzese (novembre 2014) e di quello catalano (ottobre 2017). La congiuntura politica è determinante quando si tratta di regolare questioni essenziali, come la definizione del soggetto che si autodetermina, e cosa succede se questo soggetto non è uniforme territorialmente; quale è, o quali sono le opzioni che si pongono ai cittadini; se esiste una possibilità di ritorno, nel momento in cui si dovesse constatare che l’indipendenza non era il paradiso che si offriva; e se molti cittadini hanno anche il diritto di non scegliere, vale a dire di non gerarchizzare i loro sentimenti di identità territoriale, che possono essere benissimo fluttuanti e ibridi.

In secondo luogo, non bisogna dimenticare che anche gli Stati-nazione esistenti contano. Innanzitutto, perché i nazionalismi di Stato non sono morti. Oltre ad avere ancora importanti strumenti nell’ambito delle politiche pubbliche, beneficiano della riproduzione sociale di meccanismi di nazionalizzazione “banale” che hanno impregnato la vita quotidiana e i riferimenti semi-consapevoli di identità dei loro cittadini, addirittura di molti di coloro che abitano in territori di «nazioni senza Stato» e i cui sentimenti identitari possono essere ibridi[18]. Allo stesso tempo, questi nazionalismi di Stato non sempre sono etnici e assimilatori nella misura in cui lo sono stati nel passato. Spesso hanno adottato definizioni di cultura nazionale molto più morbide, hanno rinunciato a buona parte delle sceneggiate simboliche degli Stati ottocenteschi (e che, d’altro canto, tanto forti si dimostrano negli Stati Uniti o in Cina), e hanno messo in pratica politiche di riconoscimento della pluralità etnonazionale interna, nonché, in alcuni casi, un deciso impegno a favore del multiculturalismo come strumento di integrazione pacifica delle nuove minoranze extraeuropee. Il cattivo Stato oppressore non è sempre così “cattivo”, ed è cambiato, anche se in misura diversa a seconda dei casi.

In assenza di circostanze come quelle che si verificarono nell’Europa dell’Est nel 1989-95, sembra difficile convincere la maggioranza dei cittadini, in maniera democratica e argomentata nell’agorà pubblica, del fatto che imbarcarsi nell’avventura collettiva di creare un altro Stato sia un’opzione desiderabile. Buona parte degli stessi seguaci del nazionalismo sub-statale potrebbero essere d’accordo, in contesti di stabilità socioeconomica, con il fatto che la cosa più sensata sarebbe un’ambiguità identitaria nella quale il cittadino possa sentirsi a proprio agio, sotto un ombrello europeo.

La crescente sfida che l’immigrazione extraeuropea rappresenta per le società europee può far sì che molti dilemmi culturali di oggi appaiano come questioni scarsamente rilevanti. Ma contribuisce anche a ravvivare la nostalgia delle vecchie culture europee come rifugio sicuro di fronte alle nuove “minacce” globali, dal fondamentalismo islamico all’immigrazione “fuori controllo” o all’“invasione” commerciale cinese. Queste minacce sono tornate a essere attuali dal 2008-2010 a causa di un nuovo fattore, che ha aggiunto incertezza e paura verso il futuro: la brutale e duratura crisi economica mondiale, che si accanisce soprattutto sulle classi medie dell’Europa del Sud, e che gioca un ruolo condizionante nelle loro scelte identitarie. Il fatto che in molte delle “periferie” dell’Europa occidentale si sia prodotta una radicalizzazione delle domande “sovraniste” a partire dal primo decennio del XXI secolo ha a che fare con i fattori di cui abbiamo parlato: cambi generazionali nelle stesse élites nazionaliste; fallimento della teoria del sandwich al momento di accogliere le domande nazionali insoddisfatte dal processo di unione europea; l’effetto imitazione che in maniera congiunturale possono esercitare i processi di autodeterminazione dell’Europa dell’Est o in Québec[19]. A ciò si sono sommati i devastanti effetti della crisi economica mondiale a partire dal 2008, e il seme di un diffuso sentimento di incertezza verso il futuro, a mio parere particolarmente rilevante nel caso catalano, ma attivo pure in quello scozzese[20].

Comunque, questa radicalizzazione è collegata anche a una paradossale frustrazione: le politiche di decentralizzazione, e perfino la scommessa sul multiculturalismo, non sono servite nelle società capitaliste avanzate a creare “substati-nazione” più o meno omogenei dal punto di vista etnoculturale, nei quali il predominio delle culture un tempo perseguitate sia incontestabile. Di fatto, i nazionalisti periferici constatano che le classiche politiche di nazionalizzazione statale, che spesso possono applicare nei loro ambiti regionali di potere, non hanno ripercussioni soddisfacenti se devono sottostare all’arbitrio di istanze superiori. Qui si continua a venerare un concetto totemico, quello di sovranità. In definitiva: le politiche nazionalizzatrici classiche sono oggi incisive tanto quanto lo erano cinquant’anni fa, dal momento che l’accessibilità dei cittadini a fonti di informazione libere è molteplice?

Lo sviluppo dell’autogoverno politico delle nazioni minoritarie all’interno di Stati decentralizzati ha assunto, a sua volta, conseguenze ambigue. Da un lato ha contribuito a rafforzare nella cittadinanza la percezione immaginata del territorio come contesto articolatore dei suoi interessi. I suoi effetti sono stati, sia in Spagna che in Italia, Belgio o Gran Bretagna, utili in termini di benessere collettivo, come dimostra il loro consolidamento istituzionale e la soddisfazione dei cittadini per il loro funzionamento. D’altro canto, è risultato anche in questi casi che i nazionalisti periferici, emulando i principi di attuazione dello Stato-nazione, non sempre hanno compreso che le loro possibilità di cambiare le gerarchie dei sentimenti di identità collettiva sono limitate in società sempre più terziarizzate, con popolazioni caratterizzate da maggiori livelli di formazione, mobilità e inserimento nel mondo globalizzato. L’aspirazione delle élites nazionaliste cambia: creare una sorta di Stato post-nazionale, che dovrebbe riconoscere la possibilità ai suoi cittadini di mantenere cittadinanze multiple; o la co-ufficialità di varie lingue. Ma questi progetti nazionalisti per il futuro si scontrano, al momento di realizzarsi, con fattori condizionanti ineludibili, come la pluralità interna di queste nazioni senza Stato; la dimostrata mancanza di successo, almeno fino al 2017, degli esperimenti secessionisti in società di capitalismo avanzato (si vedano i casi del Québec, Porto Rico e Scozia, per esempio, ma anche il fatto che i sostenitori dell’indipendenza in Catalogna non superano fino ad ora la soglia del 47,5%); e l’incertezza internazionale rispetto alla reazione degli Stati membri della UE, per i quali creare un precedente di secessione rappresenterebbe una minaccia per la loro stessa integrità, e un rischio di frantumazione del progetto europeo[21].

Una volta soddisfatti in maniera ragionevole i diritti fondamentali alla pluralità culturale e all’adozione dei riferimenti esterni di identità collettiva che ognuno desidera, la domanda che molti cittadini di Scozia, Fiandre, Catalogna o Alto Adige potrebbero porsi è: ne vale la pena? Nella prospettiva di molti nazionalisti convinti – come affermano alcuni sovranisti catalani – è preferibile vivere in una Repubblica propria con un livello di vita transitorio più basso e addirittura fuori dall’UE che continuare ad appartenere allo Stato “oppressore”. Ma per attrarre la maggioranza della popolazione devono reinventare i discorsi nazionalisti. Il dilemma per costoro è che, quanto più civico, tollerante e multiculturale diventa un discorso nazionale, tanto più si rischia di perdere in pathos simbolico e capacità di mobilitazione. Le élites politiche e le loro strategie di confronto e di mobilitazione simbolica possono creare, a loro volta, scenari di tensione identitaria come quello generato in Catalogna nell’autunno “caldo” del 2017, il cui epilogo intermedio continua a puntare verso un blocco politico e una divisione della società catalana, in pratica, in due metà, o se si vuole in quel che sembra un paradossale “pareggio”, in termini calcistici.

(traduzione di Francesca Zantedeschi)

* Dipartimento di Storia, Università di Santiago de Compostela; x.nunez@lmu.de

[1] Cfr. J.W. Friend, Stateless Nations. Western European Regional nationalisms and the Old Nations, Macmillan, New York 2012; F. Tronconi, I partiti etnoregionalisti. La politica dell’identità territoriale in Europa occidentale, il Mulino, Bologna 2011; W. SwendenB. Maddens, Territorial Party Politics in Western Europe, Palgrave, Basingstoke 2008; A. Elias-F. Tronconi (eds.), From Protest to Power. Autonomist Parties and the challenges of Representation, Braumüller, Wien 2011.

[2] Cfr. C. Harvie, The Rise of Regional Europe, Routledge, London-New York 1994.

[3] Cfr. A. Elias, Minority Nationalist Parties and European Integration: A Comparative Study, Routledge, London 2009.

[4] Cfr. L. de la Calle, Nationalist Violence in Postwar Europe, Cambridge UP, Cambridge 2015.

[5] T. Reeskens-M. Hooghe, Beyond the civic-ethnic dichotomy: investigating the structure of citizenship concepts across thirty-three countries, «Nations and Nationalism», 16 (2010), n. 4, pp. 579-97.

[6] M. Hroch, Das Europa der Nationen, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2005; X.M. Núñez Seixas, Entre Ginebra y Berlín. La cuestión de las minorías nacionales y la política internacional en Europa, 1914-1939, Akal, Madrid 2001, pp. 140-71.

[7] Per una rivalutazione cfr. A. Gat, Nations. The Long History and Deep Roots of Political Ethnicity and Nationalism, Cambridge UP, Cambridge 2013.

[8] S. Newman, Ideological Trends among Ethnoregional Parties in Post-Industrial Democracies, «Nationalism and Ethnic Politics», 3 (1997), n. 1, pp. 28-60.

[9] B. Rechel (ed. by), Minority Rights in Central and Eastern Europe, Routledge, London 2009.

[10] L’elenco va dalla piena ufficialità in tutto lo Stato di una lingua minoritaria (Finlandia), alla co-ufficialità in parti del suo territorio (Spagna, Italia), fino all’adozione di un bilinguismo simmetrico e ristretto in zone monolingue (Belgio).

[11] Cfr. B. Baldi, Stato e territorio. Federalismo e decentramento nelle democrazie contemporanee, Laterza, Roma-Bari 2003.

[12] R. Brubaker, I nazionalismi nell’Europa contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1998.

[13] R. Zapata-Barrero (ed. by), Immigration and Self-government of Minority Nations, Peter Lang, Bruxelles 2009.

[14] Cfr. H. Reid-P. Henderson Scott (eds.), The Independence Book. Scotland in today’s world, Luath Press Ltd., Edinburgh 2008.

[15] E. Dalle Mulle, The Nationalism of the Rich. Discourses and Strategies of Separatist Parties in Catalonia, Flanders, Northern Italy and Scotland, Routledge, London 2018.

[16] Per il caso catalano cfr. J.-L. Carod-Rovira, El futur a les mans, Angle, Barcelona 2003.

[17] Cfr. S. Forti-A. Gonzàlez-Vilalta-E. Ucelay-Da Cal (cur.), El proceso separatista en Cataluña. Análisis de un pasado reciente (2006-2017), Comares, Granada 2017.

[18] M. Billig, Banal Nationalism, Sage, London 1995.

[19] Sulla Scozia cfr. P. Henderson Scott, The Age of Liberation, The Saltire Society, Edinburgh 2008, pp. 175-206.

[20] Cfr. X.M. Núñez Seixas, Le cauchemar espagnol. Quelques thèses sur la radicalisation de la question catalane (2010-2018), «Histoire@Politique», 11 (2018), n. 34, https://www.histoire-politique.fr/index.php?numero=34&rub=actualites&item=44 (ultimo accesso 11 aprile 2018).

[21] Cfr. X. Cuadras-Morató (ed. by), Catalonia. A New Independent State in Europe? A Debate over Secession within the European Union, Routledge, London-New York 2016.