Attualità

L’Accademia delle Scienze ungherese sotto assedio

Un contributo di Stefano Bottoni, membro dell’Accademia delle Scienze, che  riprenderà e approfondirà il tema nel numero 107 di «Passato e presente»

Nel corso del 2018 il governo nazional-conservatore ungherese guidato da Viktor Orbán ha lanciato, nell’ambito di un più generale assalto alle istituzioni culturali indipendenti, un piano di riorganizzazione dell’Accademia delle Scienze che mira a scorporare gli istituti di ricerca dal «club degli studiosi». Perché il governo vuole rivoltare come un calzino i 15 centri multidisciplinari dell’Accademia, che impiegano oggi quasi quattromila ricercatori?
Secondo il ministro dell’Innovazione e Tecnologia, l’ingegnere e accademico László Palkovics, il sistema della ricerca pubblica in Ungheria risente ancora dell’eredità del sistema sovietico. Gli istituti di ricerca che fanno capo all’Accademia godrebbero di un’eccessiva “libertà” e la ricerca di base, ritenuta un lusso inutile per un paese piccolo non particolarmente ricco, andrebbe rimpiazzata da quella applicata (dei brevetti) e dall’innovazione tecnologica in supporto all’industria.
Le statistiche internazionali raccontano tuttavia una storia diversa: la ricerca pubblica svolta negli istituti che dipendono dall’Accademia è fra le più produttive in Europa,  se si confronta il modesto budget (meno di 200 milioni di euro annui) con alcuni indicatori (pubblicazioni con impact factor; progetti europei aggiudicati a istituzioni nell’ultimo decennio: l’Ungheria spicca fra i paesi dell’Europa centro-orientale con 69 ERC e Horizon-2020, contro i 29 della Repubblica Ceca e i 27 della Polonia, di cui 32 vinti). Quanto all’accusa di immobilismo, nel 2012 una riforma complessiva della rete di istituti di ricerca ha portato a una concentrazione in 15 macro-unità amministrative e scientifiche dei centri di ricerca (quello umanistico, per esempio, raccoglie 7 istituti prima indipendenti, tra cui quello di storia, e impiega 440 persone fra ricercatori e personale amministrativo). Nel corso degli anni, il peso dei finanziamenti esterni (fondi di ricerca nazionali , ERC e Horizon2020) è progressivamente cresciuto, sfiorando oggi il 40% dei suoi introiti.
Proprio intorno all’autonomia gestionale si è combattuta nella scorsa estate la prima battaglia fra l’Accademia e il Ministero, che nel giugno ha proposto un emendamento “tecnico” alla legge finanziaria per il 2019, per deviare oltre 2/3 del finanziamento annuale della rete di centri di ricerca dal bilancio dell’Accademia a quello ministeriale. Il vero obiettivo di questa mossa è quello di trasferire fondi e competenze legate ai settori della ricerca di base e applicata al Ministero, ponendo le premesse logistiche e finanziarie per la soppressione dell’autonomia dell’Accademia. A partire dal 2019,  la concessione dei fondi sarebbe vincolata a una «valutazione generale» del funzionamento della rete di ricerca da parte di una commissione di accademici ed esperti di nomina governativa.

Lovász e i ricercatori 12 febbr 2019 (1)
Manifestazione del 12 febbraio 2019: Lovász e i ricercatori

Gli eventi hanno assunto una svolta drammatica con la riunione il 6 dicembre dell’assemblea generale dell’Accademia, alla quale non ha partecipato il ministro, pure invitato. Gli accademici, feriti nel proprio orgoglio professionale e corporativo, hanno approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che impegna il presidente Lovász a respingere la riforma e a chiedere il rispetto dell’autonomia accademica. Irritato per la resistenza di un organo tradizionalmente compassato come quello degli accademici, Palkovics ha optato per la ritorsione. A partire dal gennaio 2019, il Ministero trattiene «temporaneamente» (fino al 31 marzo, dead line della ricordata valutazione generale) le somme destinate secondo la legge di bilancio alle utenze degli istituti di ricerca. L’Accademia può dunque erogare solo lo stipendio base dei ricercatori e del personale amministrativo. A due mesi dall’introduzione di questa misura punitiva, molte attività di laboratorio sono state sospese; i progetti editoriali del 2019 sono fermi e le domande a fondi europei bloccate per l’incertezza circa la disponibilità delle spese generali. Secondo l’ufficio legale dell’Accademia, il governo viola con questo provvedimento la legge del 1994 sul funzionamento dell’Accademia e anche la propria legge di bilancio. Per ovviare al problema, il ministro Palkovics ha annunciato il 31 gennaio una «gara pubblica» in cui ogni centro di ricerca deve presentare un quadro delle attività di ricerca previste fino al 31 dicembre 2019, in 5.500 caratteri, spazi e tabelle finanziarie incluse, entro il 28 febbraio. Il macrosettore umanistico e delle scienze sociali si è visto suggerire, come tematiche di ricerca, le parole d’ordine «cultura» e «famiglia»: l’Accademia viene costretta a partecipare, per guadagnarsi il proprio bilancio, a una farsa scientifica. Inoltre, la gara per i circa 85 milioni di euro a disposizione, equivalenti più o meno al “vecchio” bilancio, viene aperta ad altri concorrenti: università, enti pubblici, i centri di ricerca alternativi ricordati, che dispongono – a differenza dell’Accademia – di un finanziamento ordinario.
La volontà politica di punire il mondo accademico, ritenuto non sufficientemente allineato, ha stimolato una reazione dal basso senza precedenti. Mentre centinaia di dipendenti chiedevano per la prima volta dopo decenni l’adesione ai sindacati, è nato un Forum dei Lavoratori dell’Accademia (Akadémiai Dolgozók Fóruma-ADF, vai alla pagina fb) per sensibilizzare l’opinione pubblica ungherese e internazionale sulla grave situazione dell’Accademia, e anche per mettere sotto pressione i loro organi dirigenti, a volte tentati dagli accordi sottobanco con un ministro che, per quanto volitivo e ambizioso, resta pur sempre l’esecutore di un piano di normalizzazione della ricerca scientifica elaborato da Orbán.

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Manifestazione del 12 febbraio 2019

Il 12 febbraio ha portato in piazza migliaia di persone, ricercatori e cittadini, a protestare contro la stretta governativa sulla cultura e la ricerca (vai al video della manifestazione). La riforma dell’Accademia e lo smantellamento della ricerca pubblica, attraverso il controllo della rete degli istituti da parte di una Fondazione controllata dal ministero, è divenuta un caso politico: dell’Accademia si discute in Parlamento e negli uffici competenti ma anche sui tram e nelle piazze. I giovani portavoce della protesta sono divenuti, volenti o meno, parte del più vasto movimento di opposizione al sistema di Orbán. La questione dell’Accademia ha perso dunque il suo carattere tecnico per entrare nella dinamica potere-opposizione. Gli stessi organi dirigenti dell’Accademia, pur senza offrire una legittimazione formale all’ADF, hanno deliberato il 26 febbraio quasi all’unanimità il rifiuto di partecipare, senza garanzie scritte, al bando in scadenza.

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Manifestazione del 12 febbraio 2019

Questo gesto di dignità alza la posta in gioco in quanto mette il governo davanti a un bivio: optare per una ritirata tattica, riconoscendo implicitamente l’insipienza del progetto complessivo, o accelerarlo per schiacciare la resistenza degli studiosi. L’Accademia dispone di risorse finanziarie sufficienti  a coprire le falle di bilancio solo per alcuni mesi e al momento il governo intende garantire il pagamento degli stipendi solo fino al 31 marzo 2019. Migliaia di ricercatori si trovano dunque alla mercé di un conflitto frontale, che l’Accademia ha provato a gestire in modo accomodante prima di comprendere che il governo non mirava a un compromesso ma a una vittoria totale.

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Manifestazione del 12 febbraio 2019

I più penalizzati dall’attacco governativo sono i settori umanistico e delle scienze sociali: non per il loro costo di gestione (basso), ma perché rappresentano tuttora un fattore autonomo e di critica agli indirizzi governativi in vari campi, a partire da quello delle politiche della memoria. La posta in gioco nella guerra intentata dal governo ungherese alla propria Accademia delle Scienze non riguarda dunque solo l’autonomia gestionale e finanziaria, ma un’isola di autonomia, critica e libertà in un paese che il recente rapporto di Freedom House ha derubricato, fatto inedito in un paese dell’UE, da «libero» a «parzialmente libero». Spogliare l’Accademia dei suoi istituti di ricerca equivale a privarla non solo del proprio cuore pulsante ma anche della propria rappresentanza sociale e della propria irrinunciabile funzione di critica e stimolo intellettuale.

Progetto multimediale A mi Akadèmiánk, La nostra Accademia

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