Attualità

I confini di una disciplina

Un intervento di Ilaria Porciani inviato alla lista SISSCO, pubblicato su sua autorizzazione 

Gli storici – e in particolare i contemporaneisti e la SISSCO hanno avviato un intenso dibattito a partire dalla sentenza del 16 aprile 2019 del Tribunale di Catania che condanna Simone Neri Serneri, Luigi Masella e Alessandra Staderini per l’operato in un concorso a un posto di ricercatore.
In particolare, il giudice sottolinea il fatto che la commissione formata dai tre docenti ha ‘disatteso gli scopi definitori’ della declaratoria della disciplina Storia Contemporanea.
Nel caso della sentenza succitata i confini della disciplina sono stati dunque di fatto tracciati in sede di giudizio.
Per fortuna non siamo negli Stati Uniti dove a partire da questa sentenza molti di coloro che si occupassero di temi certamente oggi centrali per gli storici ma non esplicitamente ricordati nella declaratoria si troverebbero di colpo senza diritto di cittadinanza tra i contemporaneisti e diventerebbero apolidi dal punto di vista della disciplina.
Se è un tribunale a definire i confini di un sapere accademico la questione per noi che lo pratichiamo è evidentemente molto seria, come è apparso chiaramente dalla discussione in corso.
Non sta certo ad un tribunale definire in dettaglio che cosa è storia contemporanea e che cosa non lo è. E a maggior ragione questo non deve accadere sulla base di una lettura restrittiva di una declaratoria ministeriale forse scritta in buona fede e necessariamente sintetica, ma che si è prestata ad essere interpretata dal giudice come totalmente estranea alla pluralità, alle contaminazioni, e al modificarsi degli approcci della ricerca.
Una declaratoria, che fino ad oggi non aveva creato problemi ed era stata interpretata in scienza e coscienza con tutta la flessibilità necessaria, oggi pone dei problemi nel momento in cui si passa dalle aule dell’università a quelle del tribunale. Le sedi sono evidentemente diverse, come lo sono le competenze. La vicenda ci invita dunque a riflettere su molte questioni, anche apparentemente eterogenee, ma comunque collegate.
Io credo che da storici ci si debba prima di tutto chiedere come è nata quella declaratoria, e come può essere cambiata, in modo aperto, per non far torto a una disciplina che sarebbe davvero asfittica se non cercasse di dare profondità storica ai problemi nuovi posti del nostro tempo.
Secondo me – come altri hanno già suggerito altrove – è necessario pensare a costruire una definizione sintetica e proprio perché sintetica anche implicitamente ampia e inclusiva, che possa tener potenzialmente conto dell’innovazione di temi, approcci e spazi.
Ogni giorno parliamo delle nuove guerre, di Cina e India, di sviluppi davvero globali dell’economia, di un aree perennemente sconvolte da conflitti, di ambiente a rischio, di città che si sono trasformate, di aree urbane che hanno cambiato faccia, di megalopoli e di shanty towns. Questi temi vanno ben oltre i confini dell’Europa occidentale alla quale pensava in primo luogo la storia quando si è costituita in disciplina: una storia a vocazione fortemente politica e statuale, e davvero eurocentrica o addirittura incentrata per lo più sulle singole nazioni.
Alla fine del secondo decennio del secondo millennio si impone una riflessione sulla genesi – ormai vecchia davvero – di partizioni disciplinari vetuste che dividevano il mondo e anche l’Europa a spicchi dal punto di vista geografico, (pensiamo all’assurda formulazione di paesi afro-asiatici!) – e che tracciavano confini tematici ad excludendum. Tre esempi, tra i tanti: le donne prima e la storia delle donne poi hanno a lungo faticato ad essere ammesse nel consesso degli storici e tra i temi oggetto di storia; e sorte non diversa è toccata come sappiamo bene anche alla stessa storia contemporanea, ai miei tempi camuffata da storia del Risorgimento per trovar diritto di cittadinanza in uno spazio che la escludeva.
La declaratoria in questione apriva – certamente in buona fede – ad alcuni dei temi che dagli anni settanta in poi sono entrati dentro la disciplina. Ma non ne nominava altri. Come avrebbe potuto nominarli tutti? Il giudice ha potuto sostenere che poiché alcuni di questi temi erano nominati e altri no, la disciplina chiudeva implicitamente a temi e oggetti di ricerca non esplicitamente menzionati.
Non solo la sentenza ma anche alcune delle testimonianze meritano una qualche ulteriore riflessione.
Se chiedessero a me – storica della storiografia – quando è stato affermato

che per ricomprendere la storia della città e del territorio all’interno dei confini della storia contemporanea “bisognerebbe avere un’idea molto originale della storia contemporanea… molto originale,,, ma molto originale ...
(pag. 15 del verbale di udienza citato).

risponderei con una certa sicurezza che questa affermazione era stata fatta al massimo negli anni Cinquanta. Mentre mi riconosco pienamente nelle ragioni addotte dalla commissione nel considerare la pertinenza dei temi dell’ambiente, del territorio e dello sviluppo urbano.
Tra l’altro una delle testimonianze rese afferma che fa parte della storia contemporanea la storia del diritto. Ma perché la storia del diritto (che a quanto mi risulta è insegnata nella facoltà di Giurisprudenza, e fa anch’essa ‘disciplina’ a sé) dovrebbe essere ‘dentro’, e la storia del territorio ‘fuori’? Mi pare di leggere qui una palese contraddizione.
La comparazione a mio parere è una strada fertile per ragionare su queste cose, e il caso italiano, se guardato in controluce, offre davvero elementi su cui riflettere. Pensiamo all’uso- un unicum in Europa se non nel mondo –  di insegnamenti intitolati alla storia di una sola regione e per un ristrettissimo numero di anni. Pensiamo, in anni più vicini a noi, all’irrigidirsi delle discipline, in Italia in modo più netto che altrove, e con steccati a volte assurdi. E’ un problema che in parte ci eravamo trovati davanti anche nel corso della prima VQR: tematiche e approcci nuovi, come quello degli studi culturali, praticati da molti storici, dove stavano? Ponemmo il problema. Non ricordo quale sia stata la risposta.
La sentenza in questione così come le testimonianze rese inducono poi a ragionare sulle aree di sovrapposizione tra i vari ‘settori disciplinari’: se si volesse stare alle ripartizioni disciplinari in senso rigido,  si potrebbe dire che parlare della seconda guerra mondiale non è cosa da storici contemporaneisti se il focus è sull’intervento degli Stati Uniti (infatti sarebbe storia americana) o l’Europa dell’est (infatti apparterrebbe ad altro raggruppamento); agli storici sarebbe anche precluso scrivere di storia dell’educazione e della scuola perché questo è tema da pedagogisti.
Proviamo a fare un esempio che verte sui confini ‘geografici’ e che forse per questo potrà apparire più chiaro.
Ipotizziamo che un dipartimento senta il bisogno di offrire ai propri studenti un insegnamento che ha a che fare con la Cina dal secondo dopoguerra in poi. Una tale scelta non sarebbe sorprendente e forse in molti casi sarebbe opportuna. Ma dal momento che si parla di Cina di dovrebbe per questo pensare a un sinologo? Non credo.
A un sinologo dovrebbe invece pensare un dipartimento che volesse arricchire la propria programmazione con attenzione alla storia generale e alla cultura cinese in senso davvero fortemente diacronico, andando oltre gli anni indicati nell’esempio che ho appena fatto e anche oltre gli ultimi due secoli.
Come si risolve la cosa? Bisogna pensare appunto ad una possibile sovrapposizione di aree disciplinari, che in un power point rappresenterei come due cerchi posti l’uno accanto all’altro e parzialmente sovrapposti.
Ma l’esempio che ho appena fatto porta con sé di necessità un’altra considerazione, che ha a che fare con l’ingresso dei giudici nelle definizioni della nostra disciplina e nei concorsi.
Se il dipartimento che volesse aprire un insegnamento di storia della Cina dopo il 1945 intendesse mettere a concorso un posto di storia contemporanea con questa specificazione probabilmente gli uffici rigetterebbero il bando in quanto troppo ‘tagliato’ e capace dunque di prestare il fianco a problemi sul piano dei ricorsi. Per stare al sicuro si parlerebbe allora nel bando soltanto di storia contemporanea, omettendo ogni ulteriore dettaglio. Con il che ci sarebbe il rischio che la commissione in questione – per non incorrere nella scure del giudice – facesse passare l’autrice di 15 monografie aventi ad oggetto eventi politici di scarso rilievo in quanto quelle starebbero alla perfezione dentro la declaratoria e inoltre sarebbero pur sempre tomi magari ponderosi, e giudicarli male potrebbe prestarsi a un ricorso.

Concludendo:
Dobbiamo provare a ripensare una più sintetica declaratoria della disciplina storia contemporanea, che sia semplice e tanto generale da poter ospitare buoni lavori che innovano e allargano gli orizzonti.
Credo però che sia necessario anche ripensare più in generale ai rischi di una situazione in cui si potrebbe finire per giudicare il merito della ricerca con il codice in mano, mentre sulla stampa nazionale veniamo presentati (come è accaduto in appendice al caso di Catania) come un insieme di corrotti, una casta della quale far giustizia nei tribunali.
Non è questo che vogliamo.

Ilaria Porciani  

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