Attualità · Covid-19

La “spagnola”. Appunti sulla pandemia del Novecento – Roberto Bianchi

Tre domande a risposta breve

Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo test. Sono tre quesiti a risposta breve.

  1. Rispondete mentalmente a questa domanda: qual è stato l’evento più catastrofico del mondo contemporaneo?
  2. Poi, alle persone più volenterose, chiedo di sfogliare Il secolo breve di Hobsbawm (Age of Extremes, nell’edizione originale inglese) e di mettere in fila una serie di «estremi» negativi, o catastrofici, richiamati nelle pagine di quel ricchissimo e intelligente libro – che però forse non avete a casa e durante il confinamento non potete leggerlo in versione cartacea.
  3. Infine, dovete prendere in mano i manuali di storia che avete a disposizione per verificare se da qualche parte è nominata la pandemia di spagnola; in caso positivo, provate a contare quante sono le righe su questo tema e confrontatele con quelle dedicate ai proclami e alle gesta di Gabriele D’Annunzio.
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Lezione di fisica, Università del Montana, 1919. Durante l’epidemia di influenza, le lezioni si tenevano all’aperto (National Archives)

Tre risposte brevi + una aggiunta più lunga: la congiura del silenzio

  1. Probabilmente le prime settimane di chiusura forzata in casa (oggi è il 26 marzo 2020) hanno già modificato opinioni e punti di riferimento. Sono sicuro che, se avessi fatto questo test solo poche settimane fa, tra le risposte alla prima domanda sarebbero comparse le guerre mondiali o, più probabilmente, la shoah oppure altri genocidi; qualcuno avrebbe ricordato il nazismo, le bombe atomiche sul Giappone, il fascismo, lo stalinismo, o certe grandi carestie che hanno segnato drammaticamente la storia di Ottocento e Novecento. Ma nessuno avrebbe ricordato la spagnola.
  2. In questi giorni ho un po’ riletto Il secolo breve (Milano, Rizzoli, 1995). Servirebbe una verifica più attenta, ma non ho trovato nessuna traccia della spagnola [con l’edizione digitale la verifica sarebbe più rapida. NB: va detto che l’africanista Terence Ranger, morto nel 2015 ma già coautore con Hobsbawm di un celebre libro sull’invenzione della tradizione, nel 2003 ha scritto la prefazione al volume The Spanish Influenza Pandemic of 1918-19. New Perspectives, a cura di Howard Phillips e David Killingray, New York, Routledge, suggerendo agli storici un approccio allo studio e alla narrazione della pandemia di tipo non lineare: tema su cui spero di poter tornare in seguito].
  3. Nei manuali di storia contemporanea che ho a casa la notizia non c’è. Oppure è richiamata in modo rapido (ne ho visti pochi, perché molti altri sono rimasti in dipartimento).
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Alcune persone indossano la mascherina durante la pandemia di influenza spagnola, Nevada City, California, 1918 (Library of Congress)

Quando facevo l’università, preparai gli esami di storia contemporanea studiando e ristudiando i tre volumi del manuale di Massimo L. Salvadori (Storia dell’età contemporanea dalla restaurazione a oggi, Loescher) che in oltre 1.500 pagine non contiene alcun riferimento alla pandemia, nemmeno nell’edizione aggiornata degli anni ’90. Stesso discorso vale per il più agile, e usatissimo, manuale di Rosario Villari, Storia contemporanea (Laterza, ho qui l’edizione del 1986), tanto nel testo quanto nella sintesi cronologica che, per il 1918-1920, segnala tra l’altro la nazionalizzazione dei giacimenti di petrolio in Messico, la fondazione del Partito popolare italiano o la pubblicazione di un libro di Pirandello, senza mai nominare la pandemia (pp. 657-659).
Ugualmente, mancano notizie sulla spagnola tanto nei saggi tematici quanto nelle schede cronologiche riassuntive presenti in un testo ben articolato e fin troppo ricco come il manuale Donzelli di Storia contemporanea (1998), che in molti abbiamo usato insegnando all’università o in corsi di formazione postlaurea. Sembrano tacere sulla pandemia persino i manuali che da anni continuo a inserire nei programmi d’esame e che gli editori aggiornano con regolarità. Andrà fatta una ricognizione sui libri per la scuola; ho la sensazione che solo negli ultimi anni alcuni testi abbiano iniziato a inserire schede o paragrafi sulla spagnola. Le 783 pagine della “Garzantina” che ho tra le mani, ovvero l’Atlante storico Garzanti (Cronologia della storia universale, Milano 1997), non paiono riportare nessuna notizia sul tema; in compenso troverete D’Annunzio alle pp. 399, 415, 427, 450.
Il risultato è simile quando guardiamo alcuni classici della storiografia italiana, come La storia politica e sociale di Ernesto Ragionieri, dove D’Annunzio compare su più di 90 pagine (volume IV, tomo 3, della Storia d’Italia coordinata da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti per Einaudi nel 1976), o della storia della Grande Guerra, come il celebre lavoro di Piero Melograni (Storia politica della Grande guerra 1915-1918, Milano, Mondadori, 1969) con cinque comparse del solito D’Annunzio, o anche del dopoguerra, come il primo dei tre volumi realizzati da Roberto Vivarelli sulla Storia delle origini del fascismo (il Mulino 1991, ed. or. 1967, poi riedito nel 2012) con circa 60 pagine contenenti la presenza del nome di D’Annunzio: ovvero una ogni 10, più o meno.
Se spostiamo lo sguardo sui tre libri dedicati a I luoghi della memoria, diretti da Mario Isnenghi (Roma-Bari, Laterza, 1996-1997) non troviamo traccia della pandemia, a fronte di una prevedibile sovrarappresentazione di D’Annunzio che, come il prezzemolo, punteggia tutti i volumi con 7+5+15, ovvero 27 pagine contenenti il suo nome. La mia non è una critica, perché l’assenza si giustifica in modo evidente: la spagnola non può essere considerata come un “luogo della memoria” pubblica e istituzionale; la sua presenza emerge quando guardiamo dentro le memorie familiari, intime e private. Del resto, nemmeno all’interno dei tre volumi Les lieux de mémoire, diretti da Pierre Nora, pare mai comparire la grippe espagnole (3 voll., Parigi, Gallimard, 1992; ho consultato l’edizione tascabile 1997). Verso quali “luoghi” e quali “memorie” deve essere dunque rivolto lo sguardo degli storici?
Anche in opere collettanee recentissime – e caratterizzate dall’ambizione di rileggere le storie dei singoli paesi «non separatamente dal mondo», e quindi attraverso eventi, date, personaggi, luoghi connessi a processi di tipo transnazionale, anzi planetario – permane il silenzio sulla spagnola. È il caso della Histoire mondiale de la France, diretta da Patrick Boucheron (Parigi, Seuil, 2017) e della Storia mondiale dell’Italia curata da Andrea Giardina (con la collaborazione di Emmanuel Betta, Maria Pia Donato e Amedeo Feniello; Roma-Bari, Laterza 2017), dove ovviamente non può mancare D’Annunzio (pp. 573, 579) ma si può evitare l’inserimento di una voce specifica sulla spagnola (senza mai nominarla, se non sbaglio), vale a dire sull’evento planetario che nella storia contemporanea mostra in modo più netto il legame inseparabile tra i destini della Penisola e quelli del resto del mondo. In compenso, entrambi i volumi riservano due voci ben fatte sulla peste nera del Trecento: quelle di Julien Loiseau per la Francia, pp. 209-213, e di Alfredo Santoro per l’Italia, pp. 295-298 (Sulle “storie mondiali” di Francia, Italia e Spagna cfr. la recensione di Andrea Brazzoduro, Oltre la storia nazionale? Tre risposte alle sfide della global history, «Passato e presente», 108, 2019, pp. 131-148).
Confesso che se stessi scrivendo un libro sul tema verificherei meglio queste affermazioni – che al momento si basano su riletture molto rapide dei volumi o sul controllo degli indici dei nomi o di quelli analitici se presenti –, e forse le limerei un po’; inoltre, segnalerei che almeno Giorgio Candeloro nella sua Storia dell’Italia moderna apriva il capitolo su I primi due anni del dopoguerra con una pagina e mezzo dedicata al tema (vol. 8, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 222-223). Dover cercare “col lanternino” qualche riga sulla spagnola, il più delle volte senza riuscire a trovarla, è da ritenere un dato di fatto e di per sé molto significativo.

Eppure c’era, eppur si moveva

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Due donne indossano mascherine di protezione durante l’epidemia di influenza spagnola (Keystone / Getty Images)

Il discorso cambia, invece, prendendo in mano libri di storia locale o ricerche più attente alla società, alle vicende “anonime” di uomini e donne, alle relazioni tra dimensione pubblica e dimensione privata della storia.
Faccio un solo esempio che mi pare significativo, ovvero il saggio sulla Grande Guerra lontano dal fronte, scritto nel 1986 da Simonetta Soldani per il volume sulla Toscana della Storia d’Italia Einaudi, curato da Giorgio Mori. Qui, alle Probabilità di vita e probabilità di morte nella Toscana in guerra è dedicato quasi un quinto della pagine che compongono l’insieme del testo e che dimostrano come

«fu senza dubbio la “spagnola” […] a determinare uno sconquasso di tali proporzioni e, più in generale, a spingere verso l’alto gli indici complessivi di supermortalità», e quindi a determinare alcuni tratti fondamentali del dopoguerra: proprio per questo, la fine della guerra «non è rimasta associata a immagini gioiose e a tripudi di folle nelle strade […]. L’esultanza fu, naturalmente, enorme. Ma la Vittoria nasceva già “mutilata” dalla falce della desolazione, della paura, del lutto che stava seminando panico nell’Italia intera» (p. 369).

Ho richiamato questo esempio, e ovviamente dovrei ricordare i lavori di Paolo Giovannini (1987, 1998, 2014), il libro di Eugenia Tognotti (2002), quello in corso di stampa tratto dalla tesi di Francesco Cutolo (discussa a Firenze nel 2016), oltre a varie ricerche su casi di studio locali (come i saggi di Giancarlo Cerasoli e Felicia Ratti su Ravenna e Modena, di Simone Lisi e Leo Goretti su Barberino Val d’Elsa e Tavarnelle Val di Pesa, o le pagine di Fabio Degli Esposti su Bologna) per arricchire il breve elenco di testi che trovate nella bibliografia in calce a questi appunti.
01Insomma, a dispetto del fatto che fin dal 1925 in Italia fosse disponibile la seria ricerca pubblicata da Giorgio Mortara su La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra (Laterza), il parziale sondaggio che ho potuto realizzare i questi giorni fornisce l’impressione che sia buona parte delle ricostruzioni storiografiche di ampio respiro, sia la manualistica scolastica hanno ignorato a lungo l’importanza della spagnola e delle sue conseguenze, il cui rilievo ineludibile appariva evidente a chi studiava con particolare sensibilità e spirito critico vicende storiche a dimensione geografica ridotta. In un tempo, come quello presente, marcato da una svalutazione accademica ed editoriale della storia locale, e persino da commenti sdegnati verso chi insiste a fare ricerche sulla storia di singole realtà territoriali, questo fatto colpisce non poco.
In realtà, non sono deboli le tracce sulla spagnola che si possono trovare nelle fonti dell’epoca, anche quando cerchiamo cose diverse. Sia leggendo – ad esempio – periodici socialisti come «La Squilla» di Bologna, che l’11 gennaio 1919 scriveva:

«Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnuola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».

Sia riguardando la corrispondenza tra Filippo Turati e Anna Kuliscioff:

«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel «Corriere» per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte.
È un problema di trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».
(Kuliscioff a Turati, 12 ottobre 1918, in Carteggio, vol. IV 1915-1918, t. 2 La Grande guerra e la rivoluzione, a cura di Franco Pedone, Torino, Einaudi, 1977, p. 1047).

«Per consolarci dall’influenza verdigera, che imperversa sempre più (A Roma 200 morti – anche a Torino è gravissima – alla Camera abbiamo 12 inservienti ammalati e un segretario della Biblioteca morto l’altro giorno; neppure le trincee di libri salvano da questa peste!), si vuole che tra le cagioni che determinano il mollamento tedesco ci sia il grippe, che avrebbe messo a letto 300 mila soldati, e i casi in Germania si conterebbero (pigliala per quel che vale) a 12 milioni».
(Turati a Kuliscioff, 13 ottobre 1918, ivi, p. 1052).

Sia quando leggiamo diari e memorie conservate presso l’Archivio di Pieve di Santo Stefano, come quella di Tommaso Bordonaro (di Bolognetta, Palermo) che, bambino di nove anni nel 1918, poi emigrato negli Stati uniti d’America, da adulto avrebbe ricordato:

«Finita la guerra, mio padre ritornava grazie a Dio vivo e sano, ma nella nostra casa regnava la miseria, più guaio ancora finita la guerra, vi è stata una malattia infettiva chiamata la spagnola, anche mio padre e quasi tutto il popolo erava infettato e l’agente moriva accatastrofi nel nostro piccolo paese. Al giorno morivano tante volte due o tre in una famiglia, anche mio padre appreso quel male, ed è arrivato impunto di morire fino a portarle il viatico e lestremensione il nostro parroco. […] All’ora eravamo 4 fratellini forse Dio l’avuto pietà e lo à fatto campare.
(Cit. in Francesco Cutolo, L’influenza spagnola del 1918-1919. La dimensione globale, il quadro nazionale, un caso locale, Pistoia, Isrpt, in corso di pubblicazione).

05O ancora, spostando lo sguardo verso la frontiera tra Usa e Messico, quando leggiamo l’intervista all’autista di un’impresa funebre nella El Paso del 1918:

«I drove a car to different parts of South El Paso where she [la proprietaria dell’impresa] would send us to pick up children and adults who had recently passed away and we would take them to the funeral home offices where they would be prepared and placed in the casket. And from there we would take them to Concordia Cemetery […] Well it happened that we returned from 609 S. Kansas where we picked up a dead child […] then to the cemetery and came back. But when we came back we received a phone call from the same address we had just visited, because the mother or father had just passed away».
(Mike Limon, intervistato da Virgilio Sanchez, 27 luglio 1978. Institute of Oral History, Special Collections Department, UT El Paso – ringrazio David Romo).06

Dalla fine degli anni ’90 in poi c’è stato un piccolo boom storiografico sul tema. Fu in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’evento, con alcune ricerche sulla spagnola condotte in ambito medico e scientifico dopo il ritrovamento – nel 1997 in Canada – di corpi congelati di inuit morti durante la pandemia e la ricostruzione in laboratorio del sottotipo H1N1 del virus dell’influenza A, responsabile della spagnola, e con nuove opere uscite quasi in coincidenza con la pandemia influenzale del 2009 (la “suina”, anch’essa di tipo A H1N1) che in ambito internazionale la storiografia iniziò a dare maggiore rilevanza all’influenza spagnola (riguardo al prelevamento di parti dei polmoni e del cervello dai corpi ritrovati nell’arcipelago delle isole Svalbard cfr. Christiane Galus, Une Canadienne traque le virus de la grippe espagnole au Spitzberg e Id., Une pandémie qui a fait trois fois plus de victimes que la guerre de 1914-1918, «Le Monde», 31 dicembre 1997, p. 17).

unnamed (2)Negli ultimi dieci anni sono comparse in Italia o sono state tradotte in italiano numerose opere sul tema, mentre in Francia si sono anche pubblicati fumetti come La Grippe coloniale (disegni di Huo-Chao-Si, sceneggiatura di Appollo; 2 voll., Grenoble, Glénat/Vents d’Ouest, 2012), sulla storia della spagnola alla Réunion, portata nel 1919 sulla colonia francese al largo del Madagascar da reduci del fronte occidentale.unnamed (3)

Con intelligenza, nel 2002 Eugenia Tognotti – docente di storia della medicina – si interrogava sulle cause di questa «congiura del silenzio»: titolo, con punto interrogativo, del primo paragrafo del primo capitolo del suo La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Milano, FrancoAngeli, 2002.

«La rimozione, a livello planetario, dalla memoria e dal vissuto dei contemporanei può essere considerato uno dei grandi misteri del Novecento» (ivi, p. 17). La censura imposta dalla mobilitazione totale e dallo stato d’eccezione ebbe sicuramente effetti notevoli, ma non basta a spiegare l’oblio successivo. Inoltre, non è vero che i primi a volerla dimenticare siano stati i contemporanei, intenzionati a rimuovere dalla mente l’ennesimo incubo del conflitto mondiale, un orrore che si aggiungeva a quelli della guerra e delle guerre civili. Tognotti ci dice che la rimozione fu dovuta alla censura, ma soprattutto alle forme assunte dall’elaborazione del lutto collettivo tra guerra e dopoguerra, alla «sdrammatizzazione della morte», all’«oscuramento» del lutto privato rispetto a quello collettivo per le morti «eroiche e sante» in nome della patria, alle quali furono riservati sacrari, monumenti, targhe, militi ignoti, celebrazioni e commemorazioni – anche se, e non è un paradosso, l’unica donna presente nell’immenso sacrario costruito dal regime fascista a Redipuglia morì a causa della spagnola… E, infine, secondo Tognotti l’oblio fu dovuto allo «scarsissimo o nullo interesse per gli eventi naturali da parte della storiografia, tradizionalmente chiusa in una visione antropocentrica e idealista». In più «c’è da mettere in conto il velo dell’oblio steso dal mondo medico-scientifico su […] il primo e più bruciante smacco dal momento in cui […] era cominciato il cammino trionfale della rivoluzione biomedica» (pp. 19-20).

Quindi emerge il profilo di un oblio, una sorta di congiura del silenzio che ha segnato sia la narrazione e la memoria pubblica, sia una parte importante della storiografia del Novecento e quella sul Novecento. Al fianco di queste, e quindi in contrapposizione silenziosa con i racconti istituzionali e la storiografia mainstream, permane tuttora presente il ricordo di quella influenza e dei familiari morti per la “febbre spagnola” nelle memorie private. È come se ci fosse uno scarto profondo tra la memoria istituzionale, il racconto pubblico di quel passato, la storia insegnata a scuola e, appunto, le memorie intime e private – ovvero quelle che emergono con più forza quando si prova a fare bene la storia locale, inserendo il caso di studio nei più vasti orizzonti della storia globale, e dialogando con questa.
Forse anche queste considerazioni non possono però essere considerate universalmente valide, se è vero quello che mi è stato detto a proposito della letteratura di alcuni paesi distanti dall’Europa, come nel caso di quella nigeriana, dove la pandemia appare più presente rispetto a letterature, arti figurative e immagini prodotte nel vecchio continente.

unnamedVa quindi dato rilievo ad alcuni esempi che sembrano emergere come eccezioni. Penso alla Cronaca familiare (1947) dello straordinario Vasco Pratolini, che nel 1919, a sei anni, aveva perso la madre per la spagnola; a certe vignette di Giuseppe Scalarini e di Frate Menotti (pubblicate sull’«Avanti!» o altri periodici); agli autoritratti di Edvard Munch dipinti durante e dopo il decorso della malattia che lo colpì; ai ritratti della moglie Edith e della famiglia realizzati da Egon Schiele, prima della morte di Edith.

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Edvard Munch, Autoritratto dopo la febbre spagnola (1919-1920)

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Egon Schiele, La famiglia (1918)

È proprio l’opera di Schiele La famiglia (1918) a campeggiare nella copertina del recente volume di Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Venezia, Marsilio, 2018). Questa giornalista scientifica inglese introduce l’opera usando l’espressione inglese Elephant in the room, volta a indicare un problema molto noto e ignorato, una verità considerata ovvia che però viene passata sotto silenzio.
È quindi giunto il momento anche per noi di fornire qualche dato, cercando di dare il senso delle dimensioni e delle conseguenze della pandemia usando un po’ di numeri, provando a capire da dove venne quell’influenza e perché è stata ricordata come “spagnola”. Prima, però va detto che ancora ne sappiamo poco e che dobbiamo fare i conti con stime e cifre molto approssimative, discusse e discutibili. Non sappiamo di preciso quanti morti causò, quante persone furono contagiate, quando e dove iniziò, quando e dove si concluse l’ultima delle sue parabole, che nel loro insieme forse cessarono solo tre anni dopo l’esplosione del primo focolaio (imponendo quindi il suo fardello dal 1918 al 1921). Di sicuro c’è solo che la spagnola non si originò in Spagna e che fu causata da un virus che all’epoca era sconosciuto, e che così sarebbe rimasto per molto tempo.
unnamed (8)L’influenza fu indicata con nomi diversi nei vari paesi e nei vari tempi del suo sviluppo. Nomi, talvolta esotici, che evocano espressioni e testimonianze di culture di guerra e di tese relazioni coloniali, o anche l’andamento altalenante e ingannevole del morbo: la «malattia di moda», la «forestiera», la «maledetta», la «capricciosa» che «corre a tutta fretta», la «riequilibratrice» che colpiva di più le donne, dopo la guerra dei maschi.
Visto il fallimento della guerra lampo del 1914, nella Germania del 1918 fu chiamata «Catarro lampo», e in seguito «pseudoinfluenza»; in Francia venne indicata inizialmente come «febbre di Parma»; «febbre delle Fiandre» in Inghilterra; «malattia bolscevica» in Polonia; «febbre di Bombay» a Ceylon; «di Singapore» a Penang; a Cuba e nelle Filippine era il «trancazo», ovvero un «colpo inferto con un pesante bastone»; in Ungheria la «sferza nera»; nella Svizzera francofona era la «civettuola», la coquette nel suo doppio senso, che elargiva doni a caso; in Siam «la grande febbre fredda»; in Senegal l’«influenza brasiliana»; in Brasile la «tedesca»; in Rhodesia «influenza dell’uomo bianco»; in Persia la «britannica»; in Danimarca era la «febbre «dal Sud»; per i giapponesi era l’«influenza da sumo», perché il primo focolaio si sviluppò durante un torneo sportivo. Un giornale di Freetown (Sierra Leone) la indicò come malattia manhu, termine che in ebraico significa «che cos’è?».
Invece in Spagna fu denominata «soldato di Napoli». In quel periodo a Madrid lo spettacolo più famoso era La canciòn del olvido (La canzone dell’oblio) che conteneva una canzone di successo: Il soldato napoletano, per l’appunto. Le condizioni generali imposte dalla guerra mondiale avrebbero fatto associare in modo indissolubile e per sempre il nome della Spagna, e non quello di Napoli, alla pandemia.
Infatti, in tutti i paesi coinvolti nel conflitto la censura e la mobilitazione totale imponevano un ferreo silenzio stampa sulle notizie che si riteneva potessero incrinare il morale al fronte o sul fronte interno. Rimasta neutrale, la Spagna conosceva invece un livello di censura relativamente assai inferiore che permise ai quotidiani di fornire ampie cronache del flagello, poi riprese e riportate sulle pagine dei giornali nell’Europa in guerra. Nel corso della primavera 1918, iniziò a diffondersi la notizia che in tre giorni due terzi dei madrileni si erano ammalati, come pure il re Alfonso XIII, mentre rimanevano oscurate le informazioni su ciò che avveniva negli altri e nel proprio paese. Tra Londra e Parigi si parlò di Spanish Lady e Spanish Tart, evocando prostitute spagnole e malattie veneree. La guerra non era ancora finita che quella influenza era ormai divenuta «la febbre spagnola».

Concluso il grande conflitto e passata l’ultima grande ondata influenzale, la storia la scrissero i vincitori. E in tutto il mondo quella pandemia rimase nota come influenza spagnola.

Lo spazio, il tempo
La peste nera del XIV secolo impiegò sette anni per concludere la sua parabola tra Asia, Europa e Africa. Nell’arco di appena un anno, tra 1918 e 1919 la spagnola attraversò gran parte del globo, per poi tornare e ricomparire in taluni luoghi fino al 1921. Nel 2020 il Covid-19 si sta diffondendo con molta più rapidità. Forse sono segni del progresso, o di quella globalizzazione reale che molti criticavano tra 1999 e 2003. Adesso non è il caso di mettere troppa carne sul fuoco, o di ricordare il “movimento dei movimenti” e i vertici del G8, ed è meglio centrare l’attenzione sulla pandemia del Novecento, perché in realtà non sappiamo di preciso né dove né quando si originò la spagnola.
Se ne iniziò a parlare nella primavera 1918 e fin da subito si aprì un dibattito sul luogo di origine, poi proseguito per cent’anni e ancora lontano dall’essere concluso. Oggi dominano tre ipotesi.

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Soldati fanno i gargarismi con acqua salata per prevenire l’influenza, Camp Dix, nel New Jersey 1918 (Everett Historical / Shutterstock)

La più diffusa, e data come certa fino a pochi anni fa, indica nel Middle West degli Stati uniti il luogo di origine del virus, e più precisamente nei dintorni dei sovraffollati campi di addestramento dell’esercito statunitense. Nel gennaio 1918 si generò un primo focolaio a Haskell, nei pressi di Camp Funston, poi le truppe a stelle e strisce avrebbero portato il virus sull’altra sponda dell’Atlantico e a giro per il mondo.

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Alunne giapponesi indossano maschere protettive per proteggersi dall’epidemia di influenza spagnola (Bettmann / Bettmann Archive)

Una seconda teoria – oggi meno affidabile: inizialmente diffusa soprattutto in Germania durante la guerra e in tempi recenti ripresa da studiosi americani – cerca l’origine dell’influenza a Oriente, pensando a una sorta di modello che vorrebbe far andare da Est a Ovest il percorso tipico delle pestilenze, intese come flagelli, sciagure o calamità. Il virus sarebbe quindi dapprima comparso in Cina, dove nel 1917 altre epidemie simili alla spagnola avevano già avuto luogo nel nord del paese; dopo una mutazione, il virus sarebbe poi stato diffuso in Europa e America dai lavoratori cinesi impegnati nelle retrovie del fronte occidentale, dopo l’ingresso in guerra della Cina al termine di una lunga fase di neutralità, e dove all’inizio del 1918 c’erano 100mila o forse più cinesi mobilitati in Francia, gli stessi che per giungere a destinazione avevano attraversato l’America del nord.
In tempi più recenti si è affermata una terza ipotesi che individua la Francia come luogo di origine. Nella zona del Passo di Calais, a Étaples stazionavano decine di migliaia di soldati sbarcati sul continente in attesa di essere destinati alle varie zone di guerra, in particolare a metà 1916, prima dell’attacco sulla Somme del 1° luglio, quando non erano ancora arrivati i cinesi. Le condizioni geografiche, climatiche e ambientali (paludi, umido, promiscuità anche con animali di vario tipo, concentrazione di ospedali, freddo, ecc.) e la comprovata azione mutagena delle armi chimiche usate al fronte avrebbero favorito la mutazione e la commistione degli agenti virali dell’influenza aviaria, suina e umana. Dal focolaio di Étaples la malattia si sarebbe diffusa in altri campi e già nel marzo 1917 un’infezione analoga si verificò nell’Hampshire tra i soldati di ritorno dal continente.

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A Sydney, in Australia, infermieri lasciano la stazione di Blackfriars a Chippenedale durante l’epidemia di influenza nell’aprile del 1919 (NSW State Archives / Tara Majoor)

In attesa di risposte più solide e convincenti sulle origini della malattia, possiamo affermare con certezza l’esistenza di una correlazione tra la pandemia e il contesto storico: i decenni di imperialismo, gli anni di costruzione delle reti di dominio e scambio coloniale, e soprattutto la guerra mondiale che fin dal 1914 trascinò sui vari fronti uomini provenienti da Europa, Africa, Asia, Oceania e successivamente anche dall’America, per un totale di 70 milioni di soldati.
Riguardo alle periodizzazioni della pandemia, solitamente si colloca l’esplosione della spagnola nel marzo 1918, più o meno quando si firmava la pace di Brest-Litovsk; durante la primavera ci fu la prima ondata. Una seconda ondata, più violenta ed estesa, si verificò tra l’estate e l’autunno 1918; fu questa che colpì con particolare forza i giovani uomini tra 20 e 40 anni, con un picco per i ventottenni. Infine nel gennaio 1919 partì una terza ondata che marciò assieme alla smobilitazione degli eserciti e proseguì fino all’inizio del 1920; ma sembra che ancora nel 1921 si siano verificati nuovi focolai in alcune isole del Pacifico.
Pensando al tempo presente, è il caso di ricordare il monito di Oliver Sacks, il neurologo noto per i suoi racconti di casi clinici, da L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello a Risvegli, che in un articolo pubblicato sul «New York Times» il 16 novembre 2005 gettava l’allarme su malattie che potrebbero fare seguito a pandemie contemporanee, perché a quella della spagnola fece seguito l’epidemia causata dalla “malattia del sonno”, l’encefalite letargica, che negli anni Venti si diffuse in gran parte del mondo, proprio come aveva già fatto la spagnola.
Le conseguenze della pandemia furono notevoli. Spesso si fa riferimento al presidente Wilson, che prese l’influenza della terza ondata e si debilitò notevolmente proprio nelle settimane decisive per la conclusione del trattato di Versailles, tanto da indurre alcuni studiosi a stabilire una correlazione tra gli effetti del morbo e la terribile pace che gettò premesse per nuove guerre; a morire furono anche uomini come Mark Sykes, già autore con François George-Picot dell’accordo segreto del 1916 sulla spartizione del Medio Oriente e protagonista nell’elaborazione della dichiarazione Balfour. Soprattutto, in alcune macro regioni dell’Africa la spagnola causò le peggiori carestie del XX secolo, come in Tanzania, dove morì il 10% della popolazione. In Gambia furono abbandonate vecchie forme di coltivazione intensiva e si modificò permanentemente la tipologia di prodotti coltivati. In Nigeria la coltivazione della manioca sostituì quella della patata. In Sudafrica la spagnola accelerò il percorso verso la segregazione razziale, l’apartheid (il Native Urban Areas Act sarebbe stato promulgato nel 1923). In Europa e nella Russia sovietica contribuì a gettare le basi per più moderni e universali sistemi sanitari statali.

Numeri

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Infermiere volontarie della Croce Rossa americana assistono i malati di influenza nell’Auditorium municipale di Oakland, utilizzato come ospedale di emergenza, 1918 (Edward A. “Doc” Rogers / Library of Congress via AP)

Non sappiamo quante persone furono contagiate dal virus e resta misterioso il numero dei morti. Però ci sono molte stime. Fino a qualche decennio fa si diceva che i morti per spagnola fossero stati 10 o forse persino 20 milioni. Vari studi più recenti indicano fra 24 e 50 milioni il bilancio delle vittime. Negli anni del centenario ci si orienta invece sulla cifra di 100 milioni di morti, ovvero su 21,7 decessi ogni 1.000 persone, e si ipotizza che il morbo abbia toccato tra il 30 e il 50% della popolazione presente sul pianeta, fino ad arrivare alla cifra di 900 milioni di contagiati.
Come era però possibile censire, registrare, archiviare dati sulla spagnola nei mesi delle ultime grandi offensive tedesche, nel corso delle settimane che precedettero la battaglia di Vittorio Veneto, nel caotico dopoguerra europeo, durante i tumulti del riso in Giappone, nei vastissimi spazi delle terribili guerre civili in Russia o delle guerre permanenti che tormentavano i territori dell’ex Impero ottomano come quelli di altrove, se persino nell’Europa del 2020 pare impossibile comparare i dati del Covid-19 fra Italia, Francia e Germania, o anche solo tra Veneto, Toscana e Lombardia? Quali criteri erano usati da medici, ufficiali militari e amministratori civili nel mondo del 1918-1921? Pare che in India ci siano stati 18 milioni di morti, ma gli archivi oggi disponibili in quel vasto paese, come quelli di tanti stati africani, non sembrano permettere altra produzione che stime sempre più raffinate e comunque sempre discutibili. E poi, complicando ulteriormente il quadro, è lecito chiedersi se andrebbe conteggiato anche il suicidio della giovane madre di Lastra a Signa che si gettò in Arno con la figlioletta dopo la guerra terribile e la morte per influenza della mamma?
Si può capire il desiderio di oblio da stendere su queste storie da parte dei sopravvissuti. E sui numeri si continua a dibattere molto, forse anche più di quanto sia necessario. Ma non vanno ritenuti frutto di esagerazioni o di giochi al rialzo fatti da studiosi in cerca di visibilità.
Teniamo presente, ad esempio, che due sostenitori delle cifre maggiori, ovvero Johnson e Mueller, che danno per certi 50 milioni di morti (30 dei quali in Asia) e indirizzano il computo totale verso i 100 milioni, per l’Italia indicano la “modesta” cifra di 390.000 morti, ovvero poco più della metà di quelli conteggiati da Mortara che nel 1925 aveva valutato in 600.000 il numero delle morti causate dall’influenza, ovvero circa l’1,6% della popolazione censita (cfr. Niall Johnson e Juergen Mueller, Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 “Spanish” Influenza Pandemic, «Bulletin of the History of Medicine», 76/2002, p. 113; Giorgio Mortara, La salute pubblica cit.). Riguardo all’Italia, ricordo che le valutazioni sul numero dei contagiati oscillano tra 5 e 25 milioni, su circa 36 milioni di abitanti (P. Giovannini 1998, p. 126).

Dentro i numeri, le storie
100.000.000 è un numero che va «oltre ogni possibile idea di sofferenza umana. È impossibile immaginare tutto il dolore contenuto in quella fila di zeri» (Spinney, p. 186).

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Un soldato americano si fa visitare la gola nel dicembre del 1918 a Love Field, Dallas, Texas (Everett Historical / Shutterstock)

Sta di fatto che la spagnola ha causato molti più morti delle due guerre mondiali messe assieme. Considerando i morti per questa pandemia di influenza A H1N1, quelli dovuti alle varie epidemie non divenute pandemie tra 1914 e 1918 (l’ultimo passaggio della “vera” peste in Europa avvenne proprio nel 1918 in Inghilterra), quelli causati dalle tante malattie sorte e diffuse in trincea, e senza dimenticare i 10 milioni di giovani uomini caduti al fronte, in termini assoluti la Prima guerra mondiale coincise con la più grande catastrofe demografica nella storia dell’umanità. Non in termini relativi, perché la peste bubbonica e polmonare del Trecento ebbe un impatto percentuale enormemente superiore, quantomeno in Asia, Europa e Mediterraneo.
Si dice che i morti non sono tutti uguali. Studiando il terrorismo e la lotta armata nell’Italia degli anni ’70 si è parlato di cifre crudeli (Donatella Della Porta e Maurizio Rossi, Istituto Cattaneo 1984); ma le centinaia di attentati che squassarono la repubblica tra 1969 e 1984 non fecero più di mille morti. I morti italiani negli anni dello squadrismo fascista, tra fine della guerra e marcia su Roma, furono certamente moltissimi di più. Ma per entrambi i casi studiamo quelle morti nel contesto di eventi e processi che hanno segnato profondamente la storia contemporanea e che cerchiamo di ricostruire e capire con i nostri saggi e le nostre ricerche. Le cifre della spagnola sono incomparabilmente superiori mentre le pagine dedicate all’umanità colpita dalla pandemia di un secolo fa restano nettamente inferiori. La quantità è anche qualità.

Quella lunga «fila di zeri» attende giustizia in sede storica.

 

Clicca qui per ascoltare l’intervista di Controradio a Roberto Bianchi  

Clicca qui ascoltare l’intervista di Radio Radicale a Roberto Bianchi 

Clicca qui per leggere l’intervista dell’Eco di Bergamo a Roberto Bianchi

 

L’articolo è stato segnalato nei seguenti siti e blog:

https://hookii.org/la-rimozione-storiografica-dellepidemia-di-spagnola-del-1918/

https://storiografia.me/2020/04/05/la-febbre-spagnola-del-1918-29-bibliografia/

https://coviditalianews.org/2020/04/12/linfluenza-spagnola-la-pandemia-rimossa-dai-libri-di-storia/

http://www.dislivelli.eu/blog/montagne-lontane.html

https://www.premiocomisso.it/montagne-lontane-le-riflessioni-di-giuseppe-mendicino-sulla-pandemia-attraverso-storia-e-letteratura/

https://coronavirus-social.com/it/post/18960814/studiando-la-storia-dell-influenza-spagnola

 

Bibliografia utilizzata

Richard Collier, La malattia che atterrì il mondo, Milano, Mursia, 1980 (1974)

Giorgio Cosmacini, Medicina e sanità in Italia nel ventesimo secolo. Dalla “spagnola” alla II guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1989 (solo i pochi appunti conservati a casa)

Giorgio Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2016

Francesco Cutolo, L’influenza spagnola del 1918-1919. La dimensione globale, il quadro nazionale, un caso locale, prefazione di Roberto Bianchi, Pistoia, Isrpt, in corso di pubblicazione

Francesco Cutolo, La quotidianità in tempo di pandemia. L’esperienza della “spagnola” in Italia (1918-1919), in corso di pubblicazione sul sito della Società italiana di storia del lavoro (SISLav) https://www.storialavoro.it

Paolo Giovannini, Le malattie del corpo e della mente, in «Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e politica», XXVIII (2013), 2014, pp. 283-300

Paolo Giovannini, L’influenza spagnola. Controllo istituzionale e reazioni popolari (1918-1919), in Sanità e società, vol. II, a cura di A. Pastore e P. Sorcinelli, Udine, Casa massima, 1987 (solo i pochi appunti conservati a casa)

Paolo Giovannini, L’influenza “Spagnola” in Italia (1918-1919), in La grande guerra e il fronte interno. Studi in onore di George Mosse, a cura di Francesca Magni, Alessandra Staderini, Luciano Zani, Camerino, Università degli Studi di Camerino, 1998, pp. 123-141

Gina Kolata, Epidemia. Storia della grande influenza del 1918 e della ricerca di un virus influenzale, Milano, Mondadori, 2000 (1999)

Niall Johnson e Juergen Mueller, Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 “Spanish” Influenza Pandemic, «Bulletin of the History of Medicine», 76/2002, p. 113 https://www.researchgate.net/publication/11487892_Updating_the_Accounts_Global_Mortality_of_the_1918-1920_Spanish_Influenza_Pandemic

Giorgio Mortara, La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, Bari, Laterza, 1925 (solo gli appunti conservati a casa)

Howard Phillips, Influenza Pandemic, in 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War, ed. by Ute Daniel, Peter Gatrell, Oliver Janz, Heather Jones, Jennifer Keene, Alan Kramer, and Bill Nasson, issued by Freie Universität Berlin, Berlin 2014-10-08. DOI: 10.15463/ie1418.10148.

Anne Rasmussen, The Spanish flu, in The Cambridge History of the First World War, ed. Jay Winter, vol. 3 Civil Society, ed. Annette Becker, Cambridge, Cambridge University Press, 2014, pp. 334-357

Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Toscana, a cura di Giorgio Mori, Torino, Einaudi, 1986, pp. 345-452

Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Venezia, Marsilio, 2018 (2017)

Eugenia Tognotti, La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Milano, FrancoAngeli, 2002

Filippo Turati e Anna Kuliscioff, Carteggio, vol. IV 1915-1918, t. 2 La Grande guerra e la rivoluzione, a cura di Franco Pedone, Torino, Einaudi, 1977

Jay Winter, L’influenza spagnola, in La prima guerra mondiale, a cura di Stéphane Audoin-Rouzeau e Jean-Jacques Becker, edizione italiana a cura di Antonio Gibelli, Torino, Einaudi, 2007, vol. II, pp. 283-287

21 pensieri riguardo “La “spagnola”. Appunti sulla pandemia del Novecento – Roberto Bianchi

  1. C’è un riferimento anche in Don Giovanni in Sicilia di Brancati. Entrambi i genitori del protagonista muoiono di spagnola.

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  2. Aggiungo ai manuali segnalati in apertura Paolo Viola, “Il Novecento” (Einaudi, Torino 2000), che almeno fino ad una decina d’anni fa era parte dei corsi di storia contemporanea al Dipartimento di Lettere/Lingue dell’Unipg. In un paragrafo intitolato “Il dopoguerra. I costi sociali e politici” (p. 33), l’autore scrive: “Indebolita dalle privazioni della guerra, l’Europa subì per giunta l’ultima terribile epidemia della sua storia, una violenta forma influenzale detta la ‘spagnola’: in realtà una ‘pandemia’, cioè un’epidemia estesa a tutta la terra, che si calcola abbia falciato una ventina di milioni di persone nell’intero mondo”. Non è esattamente nulla, ma in un testo di 545 pagine siamo in linea con quanto detto sopra.

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    1. Grazie Raffaello. In effetti andrebbe fatto uno spoglio sistematico dei manuali, universitari e scolastici. Adesso possiamo, durante il confinamento, possiamo fare solo sondaggi sui testi che abbiamo a casa o quelli che si possono vedere su internet.
      Non si tratta di ergersi a giudici per criticare il lavoro degli altri. Ma dobbiamo capire il perché della rimozione. Tutti gli storici sapevano della spagnola, ma pochi/e autori/autrici la ricordavano nelle loro opere.
      Ho l’impressione che vari testi degli ultimi anni – soprattutto quelli per le scuole superiori – riportino la notizia, magari fornendo numeri assai variabili e ricostruzioni talvolta imprecise. Ma, quando va bene, alla pandemia si tende a riservare un piccolo riquadro, nel contesto del passaggio fra guerra e dopoguerra.
      Forse è un problema che ha a che fare con le rilevanze scelte per studiare la storia contemporanea, la marginalizzazione della storia sociale e della storia locale…

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  3. Di nulla. Mi ripropongo, qualora io riesca a trovarlo, di dare uno sguardo al vecchio manuale della quinta classe di liceo, che era un testo ampio e ben fatto (forse sprecato per studenti così giovani). Saluti.

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    1. Allora buon lavoro e teniamoci in contatto. L’associazione Amici di Passato e presente serve proprio anche a questo. Anzi, colgo l’occasione per invitarla ad associarsi, se non lo avesse già fatto. Cari saluti

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  4. Gentile professor Bianchi,
    le sue riflessioni mi sembrano molto interessanti e opportune.
    La pandemia da Covid19 ha molti punti in comune con quella dell’influenza spagnola, ma è troppo presto per fare un confronto.
    Tra gli scrittori italiani che ricordano quella pandemia c’è Biamonti e sono rimasto molto colpito dal ricordo della Spagnola di Boris Pahor (che ha 106 anni!) pubblicato su La lettura dell’11 aprile.
    In Italia ci sono altri libri di storia locale dedicati a quella pandemia che, se vuole, posso indicarle.
    Un saluto riconoscente
    Giancarlo Cerasoli

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    1. Gentile Giancarlo Cerasoli, grazie per il messaggio.
      Sì, mi interessano molto le indicazioni bibliografiche che può fornire, sia per la saggistica (storia locale, ecc.), sia per la letteratura o altro. può scrivere al mio indirizzo di posta elettronica: roberto.bianchi@unifi.it
      Cari saluti, RB

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  5. Gentile Giancarlo Cerasoli, grazie per il messaggio.
    Sì, mi interessano molto le indicazioni bibliografiche che può fornire, sia per la saggistica (storia locale, ecc.), sia per la letteratura o altro. può scrivere al mio indirizzo di posta elettronica: roberto.bianchi@unifi.it
    Cari saluti, RB

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  6. Gent. Professor Bianchi,
    segnalo che in “Storia illustrata del 20° secolo” della Giunti, l’unico riferimento alla febbre “spagnola” è riportato nel trafiletto della cronologia, indicando un numero di morti di 20 milioni.

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    1. Gent. Stefano Capitani, ringrazio.
      In effetti ho controllato pure io (ho il volume a casa, che comprai nel 1999, poco dopo l’uscita in libreria – e che ho usato a più riprese perché, più in generale, mi pare impostato bene) e ho trovato il riferimento a p. 82. C’è un altro richiamo più generico a “frequenti epidemie” alla p. 62

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    1. Gent. prof. Carlo Contini, ringrazio molto per il commento.
      Mi permetto anche di segnalare che una versione aggiornata e in parte corretta del testo è stata poi pubblicata come saggio introduttivo al libro di Francesco Cutolo, “L’influenza spagnola del 1918-1919. La dimensione globale, il quadro nazionale e un caso locale”, Pistoia, ISRPt, 2020.
      RB

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