Attualità · Covid-19

Una corona per Viktor. Il Covid-19 come arma di legittimazione politica – Stefano Bottoni

Bottoni fotinaStefano Bottoni, docente di Storia dell’Europa orientale all’Università di Firenze, ha di recente pubblicato il volume Orbán. Un despota in Europa (Salerno 2019). È intervenuto sul nostro blog nel marzo 2019 con L’Accademia delle scienze sotto assedio, poi ripreso e approfondito nel numero 107 di «Passato e presente» (La guerra di Orbán all’Accademia ungherese delle Scienze).

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parlamento unghereseQualche giorno fa il Parlamento ungherese ha approvato a maggioranza qualificata un pacchetto legislativo che conferisce pieni poteri all’esecutivo di Viktor Orbán per l’intera durata dello stato d’emergenza, in vigore sul territorio nazionale dall’11 marzo. L’ampio mandato spicca, nel panorama europeo, non tanto per il ricorso alla decretazione d’urgenza, del cui uso (e talora abuso) stiamo assistendo anche in Italia, ma per il suo carattere sostanzialmente incondizionato e a tempo indeterminato. Spetterà al governo stesso calendarizzare la fine dell’emergenza. Sebbene il provvedimento non contravvenga alla Costituzione promulgata nel 2012 dallo stesso governo Orbán e nonostante la Corte costituzionale ungherese mantenga formalmente un ruolo di controllo sull’esecutivo, la verticale di potere creata dal primo ministro a partire dal 2010 gli garantisce un potere ormai quasi assoluto [sull’origine e i dettagli del provvedimento rinvio all’intervista rilasciata a Massimiliano Coccia (Radio Radicale) il 31 marzo]

Il provvedimento è stato interpretato dall’opposizione e da numerosi analisti e commentatori come un “colpo di Stato” che apre la strada alla definitiva liquidazione della democrazia post-1989 in Ungheria.

Il 1° aprile numerosi governi di paesi membri dell’Unione Europea, fra i quali quelli tedesco, francese, italiano e spagnolo, hanno pubblicato una dichiarazione diplomatica congiunta, secondo la quale “in questa situazione senza precedenti, è legittimo che gli Stati membri adottino misure straordinarie per proteggere i loro cittadini e superare la crisi”. I firmatari si dichiarano tuttavia “profondamente preoccupati per il rischio di violazione dei principi dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali derivanti dall’adozione di determinate misure di emergenza”; infatti, “le misure di emergenza dovrebbero essere limitate a quanto strettamente necessario, dovrebbero essere di natura proporzionata e temporanea, soggette a regolare controllo e rispettare gli obblighi di diritto internazionale”, senza inoltre “limitare la libertà di espressione o la libertà di stampa” [su questo vedi qui]. La situazione ungherese, senza alcuna menzione del governo di Budapest, offriva il destro a una dichiarazione dai toni inusualmente forti e dal carattere bipartisan. Sui ventisei Stati che affiancano l’Ungheria nell’Unione Europea non vi era originariamente alcun paese dell’Europa centro-orientale. I “nuovi entrati” a partire dal 2004 non erano neppure stati consultati dai proponenti, guidati dai Paesi Bassi: una dimenticanza indicativa dei veri equilibri di potere all’interno dell’Unione Europea. Il 2 aprile, ai tredici firmatari originali se ne aggiunti quattro, fra i quali – per quanto possa sembrare assurdo – lo stesso governo ungherese, autore di un’operazione di “trollaggio diplomatico” mirata a screditare la credibilità di un messaggio inefficace in quanto rivolto a un bersaglio rimasto anonimo [su questo vedi qui].

Come interpretare gli ultimi sviluppi ungheresi? Vorrei impostare questo breve intervento su due ragionamenti: il primo sul breve periodo e in prospettiva europea, il secondo in una chiave storica di lungo periodo.

Orbán marzo 2019Il primo ministro ha approfittato dell’emergenza per mandare al paese e ai partner europei un triplice segnale. Alla propria base, che al pari di Orbán ha bisogno di un “nemico” e di grandi sfide nazionali per stringersi intorno al leader. Alle opposizioni, che avevano provato a rialzare la testa dopo le elezioni amministrative di ottobre ma vedono ora ulteriormente ridotto il proprio margine d’azione a due anni dal voto politico del 2022; e agli organi di informazione critici verso il sistema come il quotidiano online index.hu, il più letto e influente del paese, la cui agenzia di raccolta pubblicitaria Indamedia è stata parzialmente acquistata da un oligarca vicino al primo ministro [su questo vedi qui]. Non da ultimo, al suo stesso partito, ancora membro del Partito popolare europeo (sebbene sospeso da un anno) e nel quale iniziavano affiorando segnali di stanchezza e mormorii contro il padre fondatore e azionista unico.

Solamente Il 13 marzo i deputati di Fidesz si erano ribellati al rifiuto di Orbán di chiudere le scuole, ottenendo dal premier, dopo una giornata convulsa, la ritrattazione della sottovalutazione della crisi che Orbán aveva coscientemente perseguito, sulla falsariga del presidente americano Trump e di numerosi altri politici, in nome degli interessi economici del paese. Orbán non ha tuttavia dimenticato gli sgarbi subiti. Gli stessi deputati che avevano obiettato alla linea del leader hanno votato qualche settimana dopo per ribadire l’irrilevanza politica di un Parlamento ridotto a una macchina contavoti senza reale influenza sui processi decisionali.

Con la controversa legge sui pieni poteri, la “legge abilitante” del 30 marzo, Orbán potrebbe avere spianato la strada al suo potere personale a vita, proprio come ha fatto qualche tempo fa il presidente russo Putin. Da questo punto di vista, la legge può essere considerata come l’atto liquidatore della democrazia ungherese post-comunista. Più modestamente, Viktor Orbán ha approfittato della crisi sanitaria e delle future difficoltà socio-economiche – dopo anni di crescita sostenuta – per ridurre al minimo le possibilità di un cambio di sistema e di critica alla gestione dell’emergenza. Secondo i sondaggi di opinione, la stragrande maggioranza della popolazione ungherese sostiene la strategia del governo su Covid-19 e l’idea che tempi eccezionali richiedano misure non convenzionali.

Orbán è riuscito dunque a trasformare la pandemia in un’arma politica contro l’opposizione e contro quei media che hanno criticato la gestione precoce della crisi Covid-19. La legge abilitante stabilisce che chiunque pronunci o diffonda dichiarazioni “note per essere false o dichiarazioni che falsano fatti reali” sarà punito con la reclusione da 1 a 5 anni, se ha agito “in modo tale da ostacolare o far deragliare l’efficacia dello sforzo di risposta”. In seguito alle proteste europee, alcuni membri del governo hanno assicurato, a voce, il rispetto della libertà di critica a mezzo stampa. Parimenti, il 2 aprile il governo ha ritirato una proposta di legge, appena presentata, sul commissariamento dei sindaci nella gestione dell’emergenza, un provvedimento che avrebbe legato le mani agli unici esponenti dell’opposizione ancora dotati di un qualche raggio d’azione.

Resta da vedere l’uso che il primo ministro farà dei pieni poteri nel momento di massima emergenza sanitaria ed economica, tra la primavera e l’estate 2020. Spicca, fra i provvedimenti già attuati, l’invio dell’esercito a presidiare (e di fatto a controllare) oltre un centinaio di aziende ritenute di interesse strategico. La legge sul coronavirus non instaurerà dunque una dittatura de jure, come sostiene l’opposizione, ma pone le premesse della creazione di un’economia di comando e istituzionalizza l’uso della giurisprudenza d’eccezione, normalizzando lo stato d’emergenza [La perfetta continuità fra la gestione autocratica del potere perseguita nell’ultimo decennio da Orbán e il nuovo assetto giuridico determinato dalla legge approvata il 30 marzo viene sottolineata dal politologo R. Daniel Kelemen]

Venendo al secondo punto, e uscendo dalla contingenza dei fatti del giorno per assumere una prospettiva di lungo periodo, è improprio e fuorviante parlare di un “colpo di Stato”. Questo viene attuato per rovesciare un governo o un sistema e instaurare un potere di segno opposto. Nel caso dell’Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán non ha alcun bisogno di smantellare un assetto istituzionale a lui ostile, in quanto da quasi dieci anni esercita il potere in modo sempre più slegato da vincoli interni ed esterni, siano essi diplomatici o finanziari. Orbán non è il prodotto di una casta di potere (come Vladimir Putin), né l’esito di un’operazione politico-tecnologica tipica del mondo globalizzato e fondamentalmente post-ideologico (come Emmanuel Macron). Al contrario, Orbán è un personaggio di forte spessore culturale, creatore unico e “sovrano” del proprio sistema di governo, che ha iniziato a concepire negli anni Novanta, quando ancora militava nel campo liberale e filo-occidentale. La crisi finanziaria e sociale del 2008-9 gli ha dato l’opportunità, a partire dal 2010, grazie a tre ampie vittorie elettorali consecutive, di sfruttare la delusione per la fallita rincorsa all’Occidente occidentale e l’avversione popolare alla globalizzazione finanziaria per edificare quella che definì nel 2014 la prima “democrazia illiberale” del continente europeo.

I “pieni poteri” a tempo indeterminato ottenuti il 30 marzo seguono e approfondiscono il solco tracciato da Orbán e dal suo esecutivo negli ultimi dieci anni. Non rappresentano la “fine della democrazia” perché, secondo gli scienziati politici e gli storici sociali, già con le elezioni del 2018 e la definitiva emarginazione per vie amministrative ed economiche delle forze di opposizione si era chiusa la parentesi democratica post-comunista. L’Ungheria è tornata a seguire tradizioni politiche, pratiche sociali e umori culturali radicati nella sua storia contemporanea, dagli ultimi decenni della Monarchia dualista all’era di Horthy, fino al lungo periodo di stabilità garantito dal regime kádáriano, fondati su una miscela di autoritarismo e paternalismo sociale.

Non basta dunque appellarsi all’aiuto dell’“Europa” per liquidare l’esperimento illiberale ungherese ed evitare il contagio antidemocratico isolando il reprobo Orbán, come ha recentemente chiesto Nadia Urbinati, una delle principali studiose del fenomeno populista globale [su questo vedi qui]. Non solo perché l’“Europa”, nella persona della sua potenza principale, la Germania di Angela Merkel, conduce da un decennio nei confronti dell’Ungheria di Orbán una politica pragmatica quanto profondamente cinica di doppio binario: critiche pubbliche a mezzo stampa e acquiescenza di fatto nell’unico organismo che conta oggi negli assetti europei fondati sulla cooperazione intergovernativa, ovvero il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo. Ma anche perché le parole “democrazia liberale”, “stato di diritto” e “diritti umani” hanno perso il loro significato agli occhi di milioni di cittadini ungheresi. Prigionieri, se vogliamo, di una narrazione autoritaria del passato e del presente, ma in molti casi sinceramente convinti del fallimento della democrazia liberale nelle semiperiferie europee: un fallimento esplicitamente riconosciuto da studiosi come Ivan Krastev e Stephen Holmes, autori di un fondamentale saggio che analizza la parabola storica dell’illusione dell’esportazione “imitativa” del modello occidentale in contesti storico-culturali e socio-economici profondamente diversi [Ivan Krastev-Stephen Holmes, La rivolta antiliberale. Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia (2019), Milano, Mondadori, 2020. Sulla stessa falsariga analitica ma relativamente al caso USA cfr.  Steven Levitsy-Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie (1918), Roma-Bari, Laterza, 2019].

Se i democratici vorranno recuperare terreno in Ungheria, potranno farlo soltanto uscendo dai loro schemi mentali e perimetri culturali, per comprendere cosa è andato storto in un paese ammirato, non più tardi di quindici anni fa, come un modello di adattamento alle norme democratiche occidentali. I “pieni poteri” a Viktor Orbán scuotono oggi l’opinione pubblica occidentale e le diplomazie internazionali ben di più dell’ungherese medio. La rimonta democratica avrà inizio soltanto se e quando gli elettori ungheresi, inclusa quella classe media sulla quale Orbán ha costruito il proprio consenso e la propria legittimazione sociale, volteranno le spalle al patrimonialismo autoritario dell’attuale governo per cercare nel metodo democratico la soluzione ai loro problemi quotidiani.

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