Attualità · Scuola

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

Cos’è successo, cosa sta succedendo nella scuola italiana all’indomani della chiusura per il Covid 19? Si susseguono sulla stampa e in rete racconti e narrazioni, tutte diverse, ma – forse – con alcuni tratti in comune, il primo dei quali non può che essere il disorientamento. La scuola, inutile dirlo, non era preparata ad un’evenienza del genere, e sconta con ovvia difficoltà la situazione attuale: sono le problematicità ben note (alunni che non dispongono degli strumenti per la didattica a distanza, collegamenti che non sempre funzionano), in cima alle quali metterei la mancanza del rapporto diretto: è veramente possibile fare lezione senza guardare in faccia gli alunni, rinunciando a quelle dinamiche relazionali tra docenti e discenti costruite  nel tempo e – spesso – con non poca fatica? Se – come molti sostengono – il lavoro di un insegnante è anche attoriale (e tralascio il mio caso specifico: insegno Storia ricorrendo spesso a piccole rappresentazioni sceniche in classe), può svolgersi ancora così, a distanza? Verrebbe da dire di no, e che il massimo che si potrà fare sarà non tagliare del tutto i ponti, tenere in qualche modo il filo di una comunicazione e, solo in minima parte, di una didattica; forse, alla fine, conterà più di tutto non aver fatto sentire completamente soli gli alunni, aver creato uno spazio di dialogo e di confronto in mezzo all’isolamento forzato che stiamo vivendo.

Eppure, nonostante i limiti e le difficoltà evidenti fin dall’inizio, nel corpo docente si è manifestata – non in tutti, non sempre – un’ansia da prestazione talvolta strisciante, talvolta debordante: nelle chat tra docenti era una gara a voler fare, un mettersi in prima fila a mostrare che si stava lavorando, che si era pronti subito, anche laddove – come in questo caso – i dubbi e il disorientamento apparivano più che legittimi. È un’ansia – io credo – che ha molto a che fare con il desiderio di rispondere al senso diffuso di una delegittimazione del “mestiere di insegnante” instillata da decenni di narrazioni qualunquistiche veicolate pure da ministri (il noto Brunetta secondo il quale gli insegnanti guadagnavano anche troppo, visto che ”lavorano mezza giornata”), da percezioni svalutative di una professione difficile e nella quale il tempo passato a scuola costituisce di norma la metà di quello lavorativo effettivo (tra lezioni da preparare, compiti da correggere e riunioni cui partecipare). Una percezione e una narrazione che, tristemente, rischiano di rafforzarsi nell’oggi, laddove gli eroi (giustamente) conclamati sono altri, lasciando nell’ombra tutti gli altri lavoratori che, pure, stanno continuando a fare il proprio lavoro (come gli insegnanti).

Anche le prime parole della ministra Azzolina sono apparse significative: un voler mettere le mani avanti, un dire che ”la scuola sta lavorando, è tutto come prima”, come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata. E c’è da immaginare il rischio che questo scenario si ripeta, magari rafforzato, quando si faranno i conti di questa crisi e si vedrà che, a fianco dei tanti caduti in miseria, ci sono i ”privilegiati”, quelli che – come gli insegnanti – godono di uno stipendio fisso, visto ormai come un privilegio e non – come dovrebbe essere – un diritto. E sì che si tratta dello stipendio più basso d’Europa, eroso da tagli decennali, palesemente incongruo, ma tant’è.

E cosa accadrà agli studenti? La scuola è fatta soprattutto da loro, e allora è lecito chiedersi: che tracce lascerà in loro quest’evento che qualcuno ha già definito periodizzante, tale da incidere profondamente nei modi di vivere e di pensare? Anche qui si sono susseguite analisi e responsi i più vari, alcuni ai limiti della profezia: insigni psicologi/tuttologi già sicuri che niente sarà più come prima, che ci aspetta un cambiamento epocale e così via. Non avendo doti profetiche, mi limito a dire: non so. Certo mi preoccupa molto l’effetto che il distanziamento sociale provoca negli studenti: che conseguenze avrà la rinuncia forzata a quel luogo di socialità e di incontro che è il mondo della scuola, con tutti i suoi contrasti e le sue dinamiche a volte anche conflittuali (tra alunni e insegnanti, tra alunni stessi)? Mai come adesso ci si accorge di quanto la scuola non sia solamente un’istituzione dispensatrice di nozioni (per quello, in molti casi, basterebbe Wikipedia al giorno d’oggi), bensì e in primis un luogo di vita indispensabile, e la sua assenza rischierà di pesare: nel momento in cui la scuola stessa tornerà a vivere, e si troverà di fronte – forse – alunni ancora più disorientati, ancora più deprivati di quelle funzioni emotive che solo la relazione con gli altri può dare.

L’ultima riflessione riguarda la scuola che manca: ai genitori, agli insegnanti, e anche agli studenti; abbiamo avuto tante testimonianze, in questo periodo. Forse perché è esattamente in un contesto del genere – in cui ognuno si trova rinchiuso nel proprio, più o meno angusto, spazio domestico – che risaltano il profilo della scuola come luogo di incontro col diverso, di vaso comunicante tra soggetti altrimenti non comunicanti (pensiamo solo alle differenze sociali: l’alunno rom che esce dal proprio spazio e vive un rapporto quotidiano con gli altri) e la sua funzione unica e insostituibile di ponte e di aggregazione di diversità altrimenti destinate all’inconciliabilità. Chi altri, se non la scuola, può svolgere questo ruolo, legare i fili del nostro tessuto?

Così come, oggi più che mai, ci si rende conto del ruolo insostituibile della scuola nella formazione di una coscienza critica, di un libero pensiero che può nascere più facilmente in un contesto di confronto quotidiano con idee, punti di vista, prospettive le più varie e significative, contesto che non può essere sostituito così facilmente dai nuovi media, caratterizzati dalla diffusione di una miriade di input assordanti e molto spesso esclusivamente pulsionali (pensiamo allo schierarsi acritico nei dibattiti attuali, politici e socio-sanitari).

Ed è così facile, infine, elaborare un personale progetto di vita, costruire una propria idea di sé e del proprio futuro, al chiuso di una stanza, al di fuori del contesto scuola? Quanti sono riusciti ad elaborarlo – spesso faticosamente, contraddittoriamente – dentro le mura di un’aula?

La scuola manca, manca eccome. Ed è forse questa una base da cui ripartire per il dopo, per dare più valore e legittimazione alla scuola, per farla ricominciare con qualche stereotipo in meno, anzitutto, quello sulla scuola brutta e noiosa per definizione: se fosse così brutta e noiosa non mancherebbe così tanto.

 

Ecco gli altri contributi sulla didattica a distanza:

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

 

 

9 pensieri riguardo “1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

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