Attualità · Scuola

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

Nella selva di acronimi che infesta la scuola pubblica italiana (tra POF, PTOF, PON, BES, e altre amenità; e la forma è sostanza: l’acronimo non ha solo una soluzione pratica, è un modo per neutralizzare la complessità e comprimerla nel formulario del burocratese) ormai ha acquisito cittadinanza piena anche la DAD, “didattica a distanza”. Che, in questi frangenti, meno male esiste, ma Dio ce ne scampi che venga eletta a pratica di sistema.

Intendiamoci, la DAD non è una novità in assoluto: piattaforme con classi virtuali esistevano già e diversi dei miei colleghi avevano avviato qualche sperimentazione, utile magari per connettersi ad altre realtà scolastiche nella cornice, ad esempio, dei progetti Erasmus plus; inoltre, piccoli tasselli che oggi compongono tale modalità, come le correzioni di lavori inviati via mail o altri supporti, la costruzione/condivisione di power point, sono pratiche che pure la mia limitata padronanza dei mezzi tecnologici mi consente di svolgere da anni. Accenno a queste strategie didattiche, che passano attraverso la scrittura elettronica e presuppongono soprattutto alunni a partire da una certa fascia d’età, perché un equivoco che spesso riecheggia è quello della sovrapposizione tra DAD (l’acronimo c’è, lo uso) e videolezione in presenza, che è solo una delle tante forme, e per alcuni contesti o discipline nemmeno la più funzionale (almeno per il triennio delle scuole superiori, diversa la ricezione nei ragazzi più piccoli, come constato anch’io con i due figli in casa). La novità è l’estensione tout court del “virtuale nel tempo del virus”, con il compito impossibile di surrogare la chiusura degli edifici scolastici e l’interruzione di ogni altro servizio. Sui limiti e le perplessità non aggiungo nulla alle considerazioni già espresse da Valerio Camporesi, che mi trovano pienamente d’accordo.

Provo a focalizzarmi, exempli gratia, sulla mia esperienza di (quasi) neofita. Cerco di astrarla dalle mie idiosincrasie personali e dal mio rapporto ambivalente con la tecnologia, che in genere guardo a distanza, diffidente (mentre non sono tale con tanti altri aspetti della vita) per poi piano piano appropriarmene adattandola alle mie esigenze e al mio modo di essere, in maniera tendenzialmente selettivo. Con l’aggravante, ma anche la soddisfazione, in questa circostanza, di aver dovuto affrontare da sola l’installazione e l’impiego di Microsoft teams, con la sola guida dei tutorial online. Perché la mia scuola ha subito chiuso i battenti, ognuno si è arrangiato con le dotazioni informatiche di casa propria (adatte o meno adatte che fossero), con le connessioni ballerine e i figli pure da mettere in condizioni di seguire le loro lezioni (se la scuola è un servizio essenziale perché, pur con tutte le precauzioni del caso, non si è voluto tenere una possibilità di accesso ai docenti? Senza studenti, le aule sono tante, vuote, e ciascuna con un computer), ognuno a improvvisarsi speaker dal tinello di casa. E sì che io mi trovo in una condizione, per certi aspetti, di vantaggio: insegno a ragazzi grandi e insegno lettere, cioè una di quelle discipline dove è più facile introdurre la riflessione su temi legati alla soggettività e all’elaborazione del presente, e dove è parte integrante della mission didattica (che non è una missione religiosa!) l’educazione alla lettura e al “tempo lungo”. Il che, in tempi di crisi, è anche una responsabilità. Aggiungo che i miei studenti appartengono alla classe media, non vengono di solito da contesti di deprivazione culturale e neanche di difficoltà economica pesante. Lo dico e lo ribadisco: l’emergenza del covid-19 con la conseguente  sospensione della vita sociale e organizzata ha accentuato le disuguaglianze, ne è stata insieme cartina di tornasole e detonatore; né certo la DAD le ha colmate, anzi i divari si moltiplicano: tra chi ha una connessione più stabile e chi no, chi ha mezzi più efficienti, chi solo il cellulare, chi vive in situazioni culturalmente ricche, con libri in casa a cui può attingere e una pregressa consuetudine con l’utilizzo più mirato e intelligente delle risorse in rete, e chi è immerso in realtà molto più fragili. Questa non è la scuola della Costituzione, che attraverso di essa, lo sappiamo tutti, esercita il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Torno a me, al mio vissuto, ai miei studenti. Per il mio modesto osservatorio (parziale, come ho scritto), i ragazzi non sono quegli impuniti hikikomori che spesso tanti adulti deprecano: sì, è vero, hanno sempre il cellulare attivo, e al contempo trascorrono molto tempo insieme, si abbracciano, si toccano, con un’affettività spontanea e bellissima, che rende adesso questa cattività per loro ancora più terribile. Non solo: sono i ragazzi del Global strike for Future, che (pur con tutti i limiti di consapevolezza che si possono loro rimproverare) riempiono le piazze e avvertono sulla loro pelle che “Non c’è un pian(eta) B”, e taluni vivono questa sospensione della normalità come l’antipasto di una possibile prossima apocalisse. In questo contesto, la DAD contribuisce a colmare un vuoto, il vuoto di quella “presenza” senza cui la scuola, in quanto, come ha già scritto Valerio, luogo di relazioni, non vive né si nutre: presenza dei volti, dei corpi, degli odori, delle voci degli alunni, delle loro espressioni, delle loro peculiarità. Quando il 4 marzo ci hanno comunicato che anche in Toscana, come in tutta Italia, si estendeva il lock down che fino ad allora aveva riguardato solo zone del Nord, la prima cosa che ho fatto è stata scrivere agli studenti, rassicurarli sul fatto che, pur se fisicamente distante, con il pensiero e il cuore (passatemi questa parola deamicisiana) c’ero; e raccomandare subito la lettura della Peste di Camus. I rappresentanti di classe della mia terza mi hanno risposto “grazie per aver pensato a noi”.

Ben più che al programma da svolgere, la mia riflessione è corsa alla mia responsabilità di cittadina e di persona di fronte a ragazzi ancora più spaventati e storditi di me, che però avevano bisogno di trovare nella continuità della loro comunità educante (è un sintagma di cui spesso si abusa, ma a me piace e lo voglio usare nel suo significato profondo) da un lato una forma di “anomala normalità” (si passi l’ossimoro), dall’altro una direzione ferma e un contenitore che li potesse accogliere al di là della famiglia con cui sono costretti a convivere h 24 in una dimensione totalmente innaturale per ragazzi di 16-18 anni, mentre sentono o vedono gli amici sempre attraverso il filtro del loro cellulare e rimpiangono la sessualità vissuta con il fidanzato o la fidanzata. E magari un luogo per scambiare pareri, emozioni, perché no? Quando ho inviato loro delle altre riflessioni, mi sono arrivate da alcune alunne parole profondissime sulla situazione che stanno vivendo. Mai come in quei primi giorni ho sentito la presenza “di carne” delle persone dietro lo schermo, quelle stesse che magari in classe avevo dovuto riprendere perché si erano distratte, erano “altrove”.

L’insegnante, ho pensato in quei momenti, non è ovviamente uno psicologo né un sociologo, ma una figura che può avere una funzione maieutica, può stimolare i ragazzi a trarre fuori le loro risorse creative da giornate che possono diventare disperatamente incolori e trasformare in cortocircuito positivo le connessioni tra passato e presente. Quando ho dato il compito di riscrivere l’Introduzione al Decameron di Boccaccio attualizzandola ai tempi del coronavirus, diversi alunni mi ha mandato dei capolavori, imitando l’italiano trecentesco e complesso del nostro conterraneo (un altro mi ha descritto con toni da Vita alfieriana la rocambolesca fuga in bici all’altro capo della città per rubare un ultimo bacio alla ragazza appena scoccata l’ora della serrata).

Poi si è capito che la sospensione non sarebbe durata solo un paio di settimane. E da allora è stato necessario strutturare un lavoro a tappe. È in assoluto l’aspetto più noioso, costruire una “tabella di marcia”, cercare di seguire gli alunni passo passo. Ho due quinte, l’idea che questi ragazzi porteranno con sé per tutta la vita un percorso di studi coronato in questo modo mi addolora profondamente. In più, sono stomacata di tutta la retorica sulla meravigliose opportunità (variante sobria delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria) che questo tempo dischiude, in generale e nella scuola. Certe interviste con zelanti colleghi, fieri che il loro istituto tenga gli studenti ancorati allo schermo per l’intera durata dell’orario scolastico “ordinario” in un periodo “straordinario”, mi hanno lasciato sconcertata: come si fa a disciplinare tutto come se fossimo in aula e non fosse successo nulla? Almeno la nostra dirigente ha raccomandato il rispetto del diritto alla disconnessione.

Non voglio dilungarmi e concludo. Qual è la vera sfida? Non è portare a termine i programmi, e nemmeno la discussione sulle valutazioni o promozioni in questo momento mi appassiona granché (mentre solleva polveroni in tanti colleghi, soprattutto colleghe, visto che la mia scuola è un semi-gineceo); ci sono ragazzi e ragazze che al computer si impegnano a curare di più la forma italiana, e sono puntualissimi nelle consegne assegnate, studenti molto defilati e che con la scrittura elettronica mimetizzano le loro crasse scopiazzate da siti internet (e nemmeno i più affidabili): ma che strumenti possiamo adottare per discriminare e sanzionare? Qui la vera sfida è garantire spazi di prossimità e vicinanza nella distanza, condividere contenuti culturali, riempire un tempo, che ha tratti inquietanti e distopici, di “umanesimo” in senso completo e alto, ricordando che non c’è solo il presente costellato di bollettini di decessi, guariti e contagi, esiste un passato, un futuro, e anche nella lettura dell’oggi occorre salvaguardare sempre la complessità e l’interdipendenza tra i fenomeni. E questo è possibile solo laddove il rapporto di fiducia tra docenti e discenti sia stato costruito prima, nella scuola viva e reale. E sarà nella scuola viva e reale che si potranno ricucire gli strappi e ridare un senso al deserto che stiamo attraversando. Lo dobbiamo a loro, ai ragazzi e alle ragazze, che, nella stragrande maggioranza, ci stanno dimostrando che alla scuola tengono davvero. E molto. Più di tanti tecnocrati del ministero.

 

 

Ecco gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

 

8 pensieri riguardo “2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

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