Attualità · Scuola

3) E arrivò così la famigerata DAD – Mattia Fibbi

Ogni giorno raccontiamo a noi stessi e ai nostri figli che non è cambiato niente; ogni giorno rispondiamo alla domanda “l’anno scolastico sarà valido vero prof?” E quindi mail, messaggi, piattaforme, audio lezioni e video lezioni. Lo facciamo chi più chi meno.

E questo è insegnare? Possiamo rispondere a tutte le mail e i messaggi a ogni ora del giorno, possiamo mandare materiali e schede da compilare come se fossimo in preda all’ansia da prestazione… ma questo non è insegnare. Non abbiamo scelto di essere impiegati del “crea e condividi”, di trasformare le nostre giornate lavorative in fredde visioni a distanza di volti stanchi, preoccupati e stressati; abbiamo scelto di insegnare che è una cosa completamente diversa da quella che stiamo facendo.

Come si può pretendere che la scuola, quella vera, continui ad affrontare la normalità come se non fosse successo niente? Come sottolinea Beatrice Di Castri, “ben più che al programma da svolgere, dobbiamo riflettere sulla nostra responsabilità di cittadini e di persone di fronte a ragazzi ancora più spaventati e storditi di noi”. La scuola non è un luogo asettico, privo di emozioni, fatto solo di conoscenze trasmesse da un docente: la scuola è un palcoscenico che vive dei suoi attori. Insegnanti e studenti che lentamente si sono conosciuti, studiati, e i più fortunati in grado di spiccare davvero il volo, di divertirsi. Chi ha detto che la scuola debba essere triste e noiosa? Ho scoperto di non essere l’unico pazzo ma di essere in ottima compagnia, a leggere quanto scrive Valerio Camporesi, ad affrontare la lezione di storia come una sorta di spettacolo nello spettacolo. Questo ha permesso ai miei ragazzi di III media di conoscere il Novecento, di entrare dentro la storia e divertirsi.

Insegno lettere alla scuola “Domenico Zipoli” di Galciana (Prato Ovest); la presenza di studenti stranieri e in particolare cinesi, rilevante in questo grado di istruzione (al primo anno perché al terzo non pochi si “perdono”), impone delle riflessioni sull’uso della DAD, per loro davvero difficile. Già in presenza l’apprendimento e l’inclusione sono l’esito di un percorso lungo e faticoso che vede coinvolti docenti, alunni non italofoni, educatori e facilitatori linguistici. La DAD introduce nuove forme di esclusione: difficoltà di connessione, disponibilità di device, silenzio linguistico creato dalla piattaforma. Eppure, proprio l’esperienza della DAD potrebbe introdurre delle novità, per quanto riguarda le TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione): mi riferisco all’utilizzo di app in piattaforme (come Teams di Office) che permettono la creazione di powerpoint in cui la voce del docente viene tradotta in simultanea nella lingua impostata. Ciò si tradurrebbe nella possibilità, nella mia scuola, di includere durante la lezione di storia tutto il gruppo classe compresa la componente non italofona, creando davvero quell’universal design for learning con cui ci riempiamo la bocca. Ma il tutto dovrebbe avvenire in presenza: e dunque il problema dell’efficacia o meno della DAD torna prepotentemente a galla.

Infatti, l’essenza della “nostra missione didattica e non certo religiosa” – richiamandomi alle parole di Beatrice (Scherza coi fanti ma lascia stare i Santi) – consiste nel saper gestire una classe, dare tempi e sicurezze ai ragazzi, strappare loro un sorriso anche nel trattare l’argomento apparentemente più noioso del mondo, sapere che qualcuno torna a casa e apre quel libro perché gli va, non perché lo impone l’insegnante. Questo per me è insegnare: non accorgersi che hai appena passato con il tuo professore due ore, che sono volate via. Ai miei ragazzi prima di condividere con loro l’ennesima audio e video lezione o il nuovo “fighissimo” (per noi… vorrei vedere loro quando lo vanno a leggere) powerpoint, vorrei condividere un’emozione e una banale domanda: come state? Io sono qui, parliamone. Non siete soli. Cosa fate? Come passate le giornate? Con i vostri genitori come va? Vi abbracciate? State insieme o ciascuno sta col suo notebook a fare schede che serviranno solo a rendervi ancora più tristi e soli di quanto già non lo eravate prima di questa pandemia? Purtroppo non impariamo niente. Corriamo a creare la piattaforma più cool, più adatta alle esigenze di ogni singolo docente e alunno, per segnare la differenza. E su questo sono perfettamente d’accordo con Camporesi quando dice che è “come se la scuola avesse una tara da correggere, una colpa da espiare, qualcosa che non permettesse di dire fin da subito: no, non sta andando come prima, la situazione è complicata”. Ed è qui che emerge il problema fondamentale della nostra scuola, con o senza DAD: siamo convinti di essere indispensabili. Dobbiamo valutare e giustificare al mondo intero la nostra presenza. Se non valutiamo non esistiamo. Da settimane ascolto, all’interno di interminabili gruppi whatsapp, colleghe di Lettere disperate perché bisogna mettere il voto e “come lo mettiamo, ma farà media? E non seguono, e sono freddi, non fanno le consegne”. Potrei continuare all’infinito. Non si rendono conto che la scuola è cambiata? Che una piattaforma seppure gradevole rimane pur sempre una piattaforma? Che non si può affrontare una lezione frontale come se fossimo in classe, in presenza, pretendendo una parafrasi di qualche passo di Ariosto o la tabella del verbo “avere” compilata? Per favore andiamo oltre, diamo un segnale forte del fatto che siamo migliori di quello che ogni giorno vedo e sento sulla didattica. La generazione di insegnanti che è entrata nel mondo della scuola negli ultimi dieci anni (dalle SISS ai TFA, per intenderci) è stata bombardata da espressioni come “peer to peer”, “learning by doing”, “learning by discovery”, di apprendimento efficace ed efficiente, invitata a fare leva sulle competenze e non sulle conoscenze, a passare dal sapere al saper fare e poi… E poi trovarsi a discutere sulla necessità di mettere note disciplinari a chi non attiva il video durante la video lezione, di attuare a ogni costo una valutazione quando questa, cito sempre fonti della nostra formazione, è stata imperniata sul concetto di “autentica”, oggettiva”, autovalutativa: e invece niente. Nel riflettere su questo credo sia necessario fermarsi tutti un attimo (e rileggersi anche le note ministeriali che, con riferimento alla valutazione, sottolineano come questa debba essere formativa e non sommativa, puntando a “valorizzare la partecipazione, l’impegno e la competenza”) e chiederci cosa veramente stiamo lasciando ai nostri ragazzi. A loro mi viene da dire: state tranquilli, potete farcela anche senza di noi se questi siamo noi. Leggete e riflettete e spegnete tutto, anche la nostra mania di onnipresenza. Buona lezione a distanza, ops, perdonatemi, buona DAD!

 

 

Ecco gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

7 pensieri riguardo “3) E arrivò così la famigerata DAD – Mattia Fibbi

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