Attualità · Scuola

4) L’altro domani della DAD – Chiara Martinelli

4 marzo 2020. Suona la campanella, e i ragazzi si rotolano per le scale abbandonandosi a urla e strepiti. Prendo fiato, gonfio il petto. “Ma cosa urlate a fare che tanto domani sarete sempre qui! E sarete qui pure dopodomani! E il giorno dopo ancora! Senza tregua, fino al 10 giugno…”. In pochi mi ascoltano. E meno male, perché chi mi ha ascoltato ha materiale in abbondanza per prendermi in giro da qui fino al 2040. Perché non c’è stato un domani, e non c’è stato nemmeno un dopodomani. O meglio: non ci sono stati i domani e i dopodomani che ci aspettavamo, i domani che progettavamo.

Al loro posto, lo sgomento. La vita – che si rimpicciolisce. Le montagne –  che sbucano dalla finestra, e che cambiano colore, col tempo, con le ore e con le stagioni. E il computer, con cui cercare di recuperare il recuperabile, di salvare il salvabile (se un salvabile c’era). Scrivere agli alunni. Farsi dare una mail dagli alunni. Iscrivere gli alunni sulle piattaforme per le videolezioni. Ma avranno una mail, i nostri alunni? E la sapranno usare? Domande tutt’altro che scontate, soprattutto se a farle è un docente di un istituto professionale. Perché, no, la maggior parte dei nostri alunni non ha una mail; e no, la maggior parte dei nostri alunni non la sa usare. Spesso, non sanno farlo nemmeno i genitori. Come insegnare da remoto a usare una mail? Mistero. E poi: i nostri alunni hanno un computer? Hanno i nostri alunni una connessione adatta? Ancora mistero. Lo tocchiamo con mano quando, dopo mille peripezie, liberatorie, impicci, e chi più ne ha più ne metta, siamo in grado di far partire la prima video lezione.

“E Pinco?”
“Eh no prof, il computer serviva a sua sorella…”
“E Panco?”
“Eh no prof, Panco abita in montagna, non ha la connessione”
“E Ponco?”
“Eh no prof, non ha il computer e il cellulare è lento”
“Ah”.

Ci sono mille alunni nel nostro istituto. Di questi, secondo i coordinatori di classe, diciotto non hanno un device che permetta loro la connessione. Altri 234 hanno il device, ma è talmente vecchio che se ne fanno poco o nulla. Senza contare tutti quelli senza connessione, e che quindi hai voglia tu a dargli il device e il tablet e il pc, ma sempre fuori resteranno; e tralasciando tutti gli alunni che hanno solo il cellulare o fanno le staffette al computer con i fratelli e con le sorelle, ma che hanno preferito non farsi censire, perché se ne vergognano. A seguire la lezione, e a stare sempre in contatto, sono quelli che ne hanno meno bisogno. I figli unici. I figli di papà. I figli di mammà. Per tutti gli altri l’abisso della disuguaglianza sociale, che già la scuola colmava poco e male, si amplia, e si fortifica. E l’unica cosa che puoi fare è sperare nella risposta a un labile messaggio di whatsapp.

Ore 11: “Ponco, tutto bene con gli appunti? È tutto chiaro?”
Ore 20: Pollice in su.

Le giornate si allungano, si fluidificano, prendono contorni strani. E fai una videolezione. E prendi gli appunti. E fai in modo che tua sorella che si è appena fatta lo shampoo non entri col turbante in testa mentre spieghi Garibaldi. E rispondi alla collega che ti chiede come far funzionare l’audio. E rispondi a un’altra collega che ti chiede come far funzionare il video. E scrivi agli alunni. E attendi la risposta degli alunni. E, accidenti, come mai sono già le sei di sera? Prima del 4 marzo, il tempo della casa era il tempo della casa; e il tempo della scuola era il tempo della scuola. A eccezione delle attività preparatorie – lunghe, importanti e complesse quanto si vuole, ma preparatorie – i confini erano segnati, e stabili. I ruoli, anche. A ricordarcelo, vi erano tutti quei riti quotidiani (il truccarsi, il chiudere la porta, lo spostarsi) che sancivano, e non sanciscono più per molti di noi, il passaggio da una dimensione all’altra. Il tempo del lavoro esonda nel tempo della casa; vi si mescola; e vi si unisce, inscindibilmente. In questo, ci ritroviamo molto più vicine alle nostre bisnonne immerse nel lavoro a domicilio che alle nostre madri degli anni Ottanta-Novanta.

Ma è nel tempo delle difficoltà che vedi quanto gli alunni siano attaccati alla scuola. Quanto per loro sia un luogo di scambi, di affetti e di emozioni, e non una pagella con dentro qualche voto. “Prof, sono gasatissimo!” ha esclamato un alunno alla prima videolezione dopo le vacanze di Pasqua, “Non vedevo l’ora di ricominciare!”.

Alla fine, nonostante tutto, nonostante tutti, il significato dell’attività didattica è sempre lì.

 

Leggi anche gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

5) Scommesse e sorprese – Gabriella Misuri

6) DaD: una didattica troppo distante – Alessandra Daloiso

 

 

6 pensieri riguardo “4) L’altro domani della DAD – Chiara Martinelli

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