Attualità · Scuola

6) DaD: una didattica troppo distante – Alessandra Daloiso

Ho sempre ritenuto che la scuola non fosse e non potesse essere una mera dispensatrice di saperi; è la sua stessa essenza e vocazione di agenzia formativa a far sì che noi insegnanti si abbia il dovere di prenderci cura di chi ci viene affidato, sempre, in qualunque contesto e a prescindere da qualsiasi situazione.

Non sono trascorsi neanche due mesi da quando, per l’ultima volta, ho avuto modo di entrare nelle mie classi (insegno alla scuola media dell’Istituto comprensivo 9 Cuoco-Schipa di Napoli). Sì, utilizzo sentimentalmente l’aggettivo possessivo “mie” perché solo chi insegna può capire il rapporto di gelosa appartenenza che si instaura tra un insegnante e i “suoi” allievi all’inizio di ogni anno scolastico; quella quotidiana e irrinunciabile vicinanza che ti porta a trascorrere, spesso, più ore con i tuoi alunni che con la tua famiglia.

Quante volte mi sono caricata e ho portato a casa quelle destabilizzanti domande e quelle insistenti richieste di attenzione che si palesavano in classe semplicemente con uno sguardo, un gesto o un particolare tono di voce; quante volte, al dovere di fornire ai miei alunni gli strumenti utili a raggiungere le adeguate competenze e conoscenze, mi sono ritrovata a elargire loro solo un consiglio o un sorriso.

Ma ecco che all’improvviso tutto cambia. La scuola cambia! Il rapporto umano fatto di singoli scambi emozionali si tramuta in un’asettica connessione. Uno sterile schermo si frappone tra me e loro perché, dalle rassicuranti pareti che delimitano le nostre aule, all’improvviso veniamo catapultati, con la DaD, verso spazi illimitati privi di umane garanzie. Il dialogo e l’ascolto reciproco vengono sostituiti da upload e download e l’apprendimento fatto in presenza cede il passo a un misterioso e-learning.

Nella piena convinzione che al giorno d’oggi, anche nella didattica, sia impossibile non utilizzare e non servirsi degli strumenti digitali e seppur fermamente certa, come quasi la maggioranza dei miei colleghi, sin dal primo momento in cui la pandemia Covid-19 ha stravolto le nostre vite, dell’inesistenza di altre soluzioni possibili che garantissero la formazione senza sacrificare quel seppur minimo contatto con i nostri studenti, quanto mai indispensabile, non posso non constatare un’inevitabile inefficienza educativa data dal “forzato” uso della DaD.

La mia convinzione non è generata da un’anacronistica reticenza alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC); al contrario, la mia formazione è stata tra quelle più “digitalizzate” negli ultimi decenni e sono da sempre stata fautrice di una sperimentazione costante e continua. Contestabile, in questa didattica a distanza, impostaci dalla circostanza esterna, è l’improvvisazione a cui siamo stati costretti.

Ogni ambiente di lavoro e ogni strumento utilizzato richiedono l’acquisizione di competenze specifiche che non tutti noi docenti possedevamo. È stato fortemente azzardato e non si è tenuto debitamente conto dei possibili consequenziali rischi in essere quando si è chiesto a persone non adeguatamente formate semplicemente di trasferire online le proprie forme di insegnamento abituali.

Inoltre, la selettività intrinseca in questo tipo di didattica, che richiede il possesso di un’adeguata strumentazione e di conoscenze informatiche, non di dominio comune a tutte le famiglie, mortifica e rende vano il sacrosanto diritto allo studio oltre che quello altrettanto importante dell’inclusione. Mi sono ritrovata ad affrontare il problema della straziante latitanza di alunni che non riusciamo a contattare né telefonicamente né attraverso la posta elettronica. Allora mi chiedo: i miei Pasquale, Cristian e Stefano, Luigi…, che già faticavo ad includere nelle quotidiane attività dal vivo, adesso cosa faranno? Chi potrà mai restituire questa fondante parte del loro percorso formativo ed educativo che è stata loro negata?

Italo Calvino nelle sue Lezioni americane (1985) scriveva: “È  vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi”. Mi piace immaginare che quel software altro non sia che la capacità di resilienza di noi docenti e che quell’hardware sia, invece, dato da tutto il pesante apparato burocratico che ci circonda. Il ricorso alla DaD, in questo eccezionale momento storico, ha assicurato una pronta e immediata risposta alle esigenze di un anno scolastico che altrimenti sarebbe andato irrimediabilmente perso. Ma l’esperienza accidentale che il Covid-19 ci ha costretti a fare non potrà far venire meno il mio imprescindibile e deontologicamente indispensabile diritto di continuare a prendermi cura delle “mie” classi, facendo ricorso a una didattica che, seppur coadiuvata dagli strumenti tecnologici che il progresso saprà assicurarci, non potrà mai esser privata di quel rapporto umano e di quell’empatia che solo la presenza spazio-temporale possono assicurare.

Leggi anche gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

4) L’altro domani della DAD – Chiara Martinelli

5) Scommesse e sorprese – Gabriella Misuri

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