Attualità · Scuola

8) La “dolce vita” dei docenti – Maria Cristina Bruno

Con la complicità della dolce stagione primaverile e la sospensione della ritmica frenesia della quotidianità si potrebbe pensare che la vita dei docenti durante la Dad si è fatta leggera, dolce; come «chiare, fresche et dolci» sono le acque del fiume Sorga, decantate da Petrarca nella canzone-manifesto del Canzoniere per descrivere il locus amoenus in cui immagina possa immergersi il corpo dell’amata Laura. Dolce, quindi, come un luogo ideale, collocato in un perfetto regno di natura ed estraneo alle tensioni del mondo metropolitano.
Mi è stato chiesto di fornire un contributo in cui illustrare le dinamiche e le metodologie utilizzate durante le ultime settimane di questa attuale particolare condizione esistenziale: una sorta di mondano limbo dal quale non ci è ancora giunta alcuna indicazione della possibile via di trapasso a miglior sorte. I giorni sembrano avvicendarsi senza fratture, senza discontinuità temporale, come se fossimo tutti avvolti da una rete a maglie invisibili, ma serrate al punto da impedire ogni forma di libera caduta.
Possiamo lavorare senza uscire di casa, possiamo posticipare l’impostazione della sveglia mattutina come se dal letto alla scrivania bastasse un balzo; per non tralasciare la comodità di dover provvedere ad abiti adeguati al solo mezzobusto, giacché la visuale dell’inquadratura della webcam è limitata; possiamo, inoltre, anche non aver eseguito il riordino degli ambienti domestici perché basterà un click sulla modifica dello sfondo e i nostri ragazzi potranno vederci tra le meraviglie dell’aurora boreale o su una spiaggia hawaiana.
Quindi, si è detto “addio” al traffico, si è dissolto ogni possibile disagio legato all’arrivo in ritardo sul luogo di lavoro; si è riusciti quasi a sfiorare l’ubiquità visto che, seppur impegnati nell’assolvimento del proprio lavoro, qualora dall’altra stanza dovesse giungere un “urlo ferino” emesso da uno dei figli, si può fare un’irruzione da stuntman/stuntwoman, accertarsi della loro preservata integrità e rimettersi al proprio posto da speaker in pochi minuti.
Eppure, da insegnante di una scuola media  (I.C. 9 Cuoco-Schipa, Napoli),  continuo ogni mattina ad avvertire sempre di più il peso dell’assenza, come un nodo in gola che sopraggiunge ogni qual volta mi rendo conto di quanto sia cambiata la mia professione, di quanto forse per la prima volta io abbia veramente compreso la necessità di quella didattica inclusiva, illustrata in molti manuali. La didattica, a mio parere, potrebbe fregiarsi dell’aggettivo “inclusiva” soltanto se realmente “aperta a tutti”, come recita l’art. 34 della Costituzione, senza classi differenziali, senza alcuna distinzione di status o di genere, quindi fondata su una personalizzazione attenta e su una rigorosa individualizzazione tramite metodologie attive, partecipative, costruttive e affettive.
Ecco come tutti i millantati vantaggi della Dad naufragano in un soffio: come riuscire a garantire ai propri alunni degli interventi mirati, attivi e sempre commisurati alla conoscenza quotidiana e all’osservazione costante dei bisogni educativi di ciascuno, se siamo ormai costretti a vederci o sentirci solo attraverso un monitor? Ma, come suggerisce il rinomato The show must go on, noi docenti siamo chiamati a compiere un “volo” che consenta di planare nelle loro case, cercando di mantenere un rapporto improntato sullo scambio non solo di materiale, di esercizi svolti, di testi richiesti, ma soprattutto di pensieri e riflessioni spontanee. La nostra professione non prescinde dalla relazione che più facilmente si determina in uno spazio fisico, generalmente identificato con gli ambienti scolastici.
Sarebbe opportuno non dimenticare che il «rapporto con l’allievo è affettivo prima che intellettivo e, per raggiungere i risultati sperati, è indispensabile che ciascuno degli attori della scena scolastica comprenda ciò che si agita sia nella propria mente che in quella altrui, così da arrivare a percepire tutte le frequenze d’onda dei messaggi inconsci che compongono la rete dei rapporti umani» (F. Pergola, Un insegnante quasi perfetto. Ascoltare la relazione per crescere insieme, FrancoAngeli 2018).
Gli occhi spesso assonnati dei ragazzi, i loro volti dal colorito lunare o i bordi dei pigiami, che troppo spesso indossano durante le videolezioni, diventano segni da decodificare per sentirsi meno distanti e continuare nella costruzione di un dialogo che la realtà fisica sembra aver negato. È pertanto doveroso interrogarsi ogni giorno sulle strategie da intraprendere – al di là di file, url o share, offerti dalle varie piattaforme utilizzate – e continuare a credere che nessuna privazione dello spazio fisico potrà mai oscurare o limitare l’illimitato raggio d’azione delle parole, se pronunciate con sensibilità e consapevolezza. “Esserci” diventa allora una sorta di imperativo categorico, a prescindere dalle ore o dagli impegni della famiglia o della quotidianità. L’insegnante deve tornare a educare senza privilegiare la trasmissione dei contenuti disciplinari, ma provando a rappresentare i ruoli di genitori, consulenti, formatori che questa Dad ci ha consegnato. Spesso, mi chiedo se ne sarò all’altezza, ma del resto non credo esista conoscenza se non nella dimensione interrogativa della sua ricerca.

 

Leggi anche gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

4) L’altro domani della DAD – Chiara Martinelli

5) Scommesse e sorprese – Gabriella Misuri

6) DaD: una didattica troppo distante – Alessandra Daloiso

7) Presenze e assenze a scuola ai tempi del covid 19 – Teresa Zufanelli

9) L’epoca Dad della storia – Monica Di Barbora

 

 

 

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