Attualità · Scuola

9) L’epoca Dad della storia – Monica Di Barbora

Come responsabile della sezione Formazione e didattica della Fondazione ISEC Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea (Sesto San Giovanni, Milano), negli ultimi anni ho incontrato migliaia di alunne e alunni di diverse scuole secondarie di primo e secondo grado. Mi capita spesso, per rompere il ghiaccio, di chiedere quale sia la materia che amano di meno. Continuo a stupirmi, e anche a soffrire un po’, sentendo il coro che risponde con aria di accorato disgusto: “storia!” Così, quando le classi vengono a trovarci in Fondazione per vedere il nostro archivio, chiediamo spesso se tra loro vi sia qualche futuro o futura archivista o storico. Tra le ormai centinaia di classi che sono venute a passare qualche ora tra i nostri documenti abbiamo trovato un solo aspirante storico.
Non sono dati che abbiano rilevanza statistica, ma l’impressione che qualcosa nell’insegnamento della storia non stia funzionando è rafforzata anche da altri indicatori: la questione dei manuali è aperta e la riflessione è in corso; gli argomenti da affrontare negli anni scolastici sono sterminati ed eccessivamente sbilanciati sulle età più remote. Oltre alla ricchezza degli argomenti, si moltiplicano anche gli approcci e i punti di vista storiografici: ottima cosa indubbiamente ma come trasmettere questa complessità in classe? Tanto più che le e i docenti molto raramente hanno una formazione specialistica. Nelle scuole secondarie di primo grado e nel biennio delle secondarie di secondo grado sono docenti di lettere e nel triennio delle superiori sono, nella stragrande maggioranza, laureati in filosofia. Molte e molti suppliscono con passione e percorsi di approfondimento individuali, ma dobbiamo sempre affidarci alla buona volontà dell’insegnante?
In questi tempi di didattica emergenziale mi sono chiesta che cosa succeda a questa disciplina già così poco amata nella quotidianità scolastica. Mi sono data qualche risposta ma, soprattutto, mi sono sorte delle domande.
Un aspetto positivo è che la riduzione dei tempi porterà inevitabilmente a una selezione degli elementi da insegnare. Sarà forse, finalmente, la spallata definitiva al famigerato “programma”? Che, certo, in realtà non esiste più da quasi dieci anni ma continua a incombere sulle vite di docenti e classi come se le Indicazioni nazionali non fossero mai state scritte. Continuare a pensare di poter insegnare TUTTO, dalla preistoria all’altro ieri, includendo la pluralità di voci che ormai hanno fatto il proprio ingresso nella storia, è impensabile. Tuttavia, come effettuare una selezione degli argomenti, quali includere e quali tagliare? E come mantenere una narrazione che abbia un senso logico saltando delle fasi? Non è una questione da poco ed è un ambito sul quale la riflessione deve essere ampliata.
La necessità della selezione porta con sé anche un altro, ben più grave, rischio. L’insegnamento della storia è affidato a docenti che insegnano anche altre discipline; riducendosi (e giustamente, certo!) l’orario delle lezioni, il rischio che sia proprio la storia, tra le materie cosiddette letterarie, a essere penalizzata è forte. Ammettiamolo, si tratta di una disciplina che viene spesso considerata secondaria, per quanto tutto l’impianto disciplinare della scuola italiana abbia un’impostazione storicistica; ma abbandoniamo questo ragionamento che ci porterebbe fuori strada.
Un altro elemento, invece, che rischia di penalizzare la storia nella didattica a distanza è che, rispetto ad altre discipline, è considerata una materia il cui apprendimento può più facilmente essere demandato in toto alle studentesse e agli studenti. Studiate da pagina a pagina… Ma è davvero così? Certo, se ci limitiamo a considerare importante l’acquisizione di conoscenze, forse funziona anche così. Si perde, però, quello che davvero la storia può insegnare: la messa a punto di strumenti di analisi critica, la capacità di ragionare in termini di causa-effetto, l’entusiasmo nel cogliere anche gli elementi di emozione nella vita delle donne e degli uomini che ci hanno preceduto. Si perde, insomma, il senso e il sapore della storia.
Ho accennato alla questione dei manuali. La didattica digitale sembra offrire l’occasione di allontanarsene per approfittare delle opportunità che l’ambiente in cui si svolge, la rete, offre. Vero, il web è molto ricco di materiali utilissimi all’insegnamento della storia: dai documentari “chiavi in mano” ad audiovisivi d’epoca, dalle carte interattive a mappe concettuali e infografiche varie. Si tratta, però, di materiali di qualità molto varia che necessitano, quindi, di un precedente, accurato, lavoro di selezione. Un’operazione che richiede strumenti, conoscenze (e difficilmente un docente può padroneggiare allo stesso modo millenni di storia) e, soprattutto, molto tempo. Tempo che per le/i docenti è sempre contato, ancora di più in una situazione emergenziale come quella attuale.
Non solo. Questi materiali vanno inseriti in un percorso di senso che aiuti le classi a ragionare sullo svolgimento degli eventi storici e non semplicemente ad assumere informazioni in modo più o meno divertente. Altrimenti, si finisce per proporre un collage di stimoli più o meno efficaci e ricchi di attrattiva. Ci troviamo di fronte, di nuovo, a un percorso sul quale manca ancora una riflessione approfondita e che richiede competenze, metodologiche e tecnologiche, e strumenti che non tutte e tutti padroneggiano.
Il rischio è quello di instillare l’idea che, in fondo, le cautele metodologiche, didattiche e di apprendimento che valgono per le altre discipline non valgono per la storia che, essendo notoriamente un indigeribile polpettone, va semplicemente trasmessa nel modo più “dilettevole” possibile.
A proposito dei materiali disponibili online, sembra ipotizzabile che le scadenze del calendario civile ottengano una maggiore visibilità e un aumento di rilevanza in ambito didattico. E questo proprio nel momento in cui si levano, invece, alcune voci molto critiche sulla loro utilità nella costruzione della memoria comune. A ridosso delle date che rinviano a eventi ritenuti cruciali della nostra storia, il materiale disponibile sull’argomento diventa particolarmente abbondante e pubblicizzato. Questo può ragionevolmente tradursi nell’indirizzare, in modo ancora più potente di quanto già non sia, il corso degli studi, grazie all’offerta di percorsi didattici e strumenti pronti a docenti che, già sommerse/i dagli impegni didattici ed extra-didattici, sono giustamente ben felici di cogliere l’occasione al volo.
Un’ultima riflessione, anch’essa a partire dai documenti disponibili online. Il web ormai offre una quantità praticamente illimitata di database che consentono l’accesso a diverse tipologie di documenti digitalizzati. Una risorsa preziosa per aiutare studenti e studentesse a comprendere che la storia è quella che si trova nei documenti e non quella scritta sui manuali, un’occasione unica per ragionare sulle fonti, che siano antiche o contemporanee. Si tratta senza dubbio di uno degli elementi che rendono la storia una disciplina di importanza straordinaria per vivere con consapevolezza il tempo presente e sono, infatti, molti i laboratori didattici che vanno in questa direzione.

Lavorare su un documento online o su un documento originale è la stessa cosa? Anche tralasciando la qualità non sempre ottimale degli archivi online, non è pericolosa questa reductio al digitale? Certo, in queste settimane di chiusura degli archivi non c’è alternativa. Ma non corriamo il rischio che la comodità di accesso a queste copie offuschi l’importanza fondamentale – per far sentire la storia come qualcosa di vivo e reale e non come una costruzione fredda e astratta – del contatto con la materialità dei documenti originali?
Quelle stesse classi che considerano la storia una noia e in cui non troviamo futuri archivisti o future storiche (o viceversa) si appassionano davanti ai nostri documenti originali, che hanno secoli di vita e che ne mostrano le tracce. La storia non è più semplicemente “un contenuto” astratto come un altro, ma un frammento che si può guardare, toccare, che ha uno spessore, un odore, che è stato tenuto da altre mani che gli hanno affidato un pezzetto della propria esistenza. L’emozione, innegabile, che questa scoperta porta con sé è una scintilla di cui mi pare difficile sovrastimare l’importanza.
Ragionare sulla Dad farà parte, in futuro, dei nostri impegni di docenti e formatori;  sarebbe bello che fosse anche un’occasione per riflettere e rilanciare una didattica della storia più efficace.

 

Leggi anche gli altri contributi sulla didattica a distanza:

1) La scuola che manca – Valerio Camporesi

2) La Dad del Covid – Beatrice Di Castri

3) E arrivò così la famigerata Dad – Mattia Fibbi

4) L’altro domani della DAD – Chiara Martinelli

5) Scommesse e sorprese – Gabriella Misuri

6) DaD: una didattica troppo distante – Alessandra Daloiso

7) Presenze e assenze a scuola ai tempi del covid 19 – Teresa Zufanelli

8) La “dolce vita” dei docenti – Maria Cristina Bruno

 

 

2 pensieri riguardo “9) L’epoca Dad della storia – Monica Di Barbora

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