Attualità · Covid-19

L’approccio quantitativo allo studio della Spagnola. Alcuni sviluppi recenti – Francesco Maccelli

Il Covid-19 non ha solo sconvolto la vita quotidiana della maggior parte della popolazione mondiale, ma ha anche catalizzato l’attenzione delle comunità scientifiche nazionali e internazionali. Dal punto di vista medico-scientifico, “Nature” e “The Lancet” pubblicano quasi quotidianamente nuovi articoli sulla pandemia, mettendo a disposizione informazioni e punti di vista differenti. Le discipline economico-statistiche (ad es. Vox Cepr) hanno riempito il web con contributi che spaziano dalla stima della caduta delle economie in termini di PIL agli aspetti delle politiche attive da sviluppare, ai risvolti che il SARS-CoV-2 potrebbe avere sulla popolazione attiva e sulla dinamica del mercato del lavoro.

Il principale punto critico, oltre alla disponibilità di dati in assoluto (cfr. ad es. Alleva e Zuliani e ISPI), è rappresentato dalla stima della mortalità rispetto alla popolazione. Si sono utilizzati tre tipi di dati: quella comparata con la mortalità precedente, quella della mortalità degli infetti osservati e quella delle morti direttamente riconducibili al virus o ad altre patologie preesistenti. L’altro punto critico è rappresentato dal parametro che identifica la velocità di circolazione del virus. Queste due variabili servono anche per decidere le misure di contenimento da assumere in base al trade off che si crea tra la mortalità e i suoi effetti economici. Queste ultime sono articolate attorno alla “immunità di gregge”, ottenibili da una diffusione controllata del virus, che ammette una soglia di mortalità ampia, e il confinamento (lockdown) del paese, che privilegia il contenimento massimo della mortalità. La prima strategia è stata adottata inizialmente dalla Gran Bretagna, dagli Usa e dalla Svezia, mentre quella del distanziamento forzato dai principali paesi dell’Unione Europea come Italia, Francia, Germania e Spagna.

Il Covid-19 e l’influenza spagnola
La presenza di una pandemia è un fenomeno osservato più volte nella storia e non sono mancate rivisitazioni anche approfondite della peste del 1348 (Alfani, 2014) e di quella manzoniana del 1630 (Alfani, 2013; Cummins, Kelly e O Grada, 2016; Alfani e Percoco, 2019), accompagnate da riflessioni di più lungo periodo (Cipolla, 2007; Snowden, 2019).

Come hanno già sottolineato nel blog Roberto Bianchi e Francesco Cutolo, l’episodio più vicino al Covid-19 è la pandemia di influenza del 1918-19, popolarmente conosciuta come “spagnola”. Questa pandemia fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli, come titolato dal “Times” il 25 giugno 1918 (The Spanish influenza, p. 9, col. D: cfr. Olson et al., 2005). La stampa degli altri paesi, sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema era limitato alla penisola spagnola (Spinney, 2017).

Il problema della stima del numero dei morti provocati dalla pandemia, e dunque della incidenza sull’economia e sulla società che ne fu interessata, è ben rappresentato dalla pubblicistica dell’epoca e dalla storiografia. Come sottolineato estesamente nel paragrafo finale da Bianchi, le stime hanno una grande variabilità e vanno trattate con cura. Le vittime totali vanno da 20 a 50 milioni di morti, mentre alcuni studiosi (Johnson e Mueller, 2002) stimano che i morti in questione furono ben 100 milioni, cifra ripresa e diffusa da alcuni quotidiani nazionali (Corriere della sera, la Repubblica e La Stampa).

Primo antefatto: cosa sappiamo dalla storia
La grande pandemia influenzale si sviluppò in tre ondate principali, la prima nella primavera del 1918, la seconda – la più micidiale – nell’autunno del 1918 e la terza nell’inverno tra il 1918 e il 1919 (Humphries, 2014). Alcuni autori considerano una quarta ondata nel 1920-21 per alcuni paesi. La coincidenza delle due ondate iniziali con l’ultimo anno della guerra favorì la diffusione dell’infezione, a causa dell’affollamento di truppe nei trasporti, inclusi i movimenti su larga scala attraverso i paesi.

Questa infezione si basava sul sottotipo H1N1 del virus influenzale RNA, di origine aviaria. L’aggressività dell’influenza spagnola sembra legata alle caratteristiche assunte dalle particelle virali, in grado di provocare un’abnorme reazione del sistema immunitario, rendendolo inefficace a contrastare il virus medesimo.

La pandemia uccise anche molti intellettuali dell’epoca, tra cui il sociologo Max Weber, l’artista Egon Schiele e il poeta Guillaume Apollinaire. Molte altre persone famose sopravvissero, tra cui Franz Kafka, Friedrich Hayek, il re spagnolo Alfonso XIII e i leader di Francia e Regno Unito alla fine della guerra, Georges Clemenceau e David Lloyd George. La malattia colpì gravemente anche il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson (Collier, 2006).

Secondo antefatto: il limite dei dati
Si sono già descritti i principali problemi per determinare i dati relativi alla diffusione del virus e della mortalità che vi è collegata. Nel caso dell’influenza spagnola i numeri sono presenti solo per determinate popolazioni o aree di un paese, alcuni solo per la seconda ondata, altri includono solo morti di “influenza” generica, senza specificare se  attribuibili alla spagnola. In questo caso i dati da analizzare e modellizzare vanno sottoposti ad appropriati trattamenti statistici prima di poterli utilizzare a fini descrittivi, come per la mortalità e le eventuali cause ed effetti.

Terzo antefatto: le stime precedenti
Oltre ai lavori pionieristici di Vaughan (1921) e Jordan (1927), che stimavano il numero dei morti in 21,6 milioni, uno degli studi più citati sull’influenza spagnola fino all’inizio del XXI millennio è quello di Patterson e Pyle (1991). I due autori stimarono che i morti totali per la pandemia furono tra i 24,7 e i 39,3 milioni, considerando principalmente le prime due ondate di influenza. In maniera dettagliata, utilizzarono numerosi studi specifici e definiti geograficamente per provare a sintetizzare le stime globali. Concentrando l’attenzione sui flussi e sulla diffusione geografica, i due autori costruirono tabelle di stime per i morti totali e per il tasso di mortalità (cfr. tab. 1). Le fonti alla base di queste stime sono tratte sia da casi di studio, soprattutto per le aree che soffrivano di scarsità di documenti ufficiali, sia da studi più generali come l’United Nations Demographic Yearbook (1963) o l’European Historical Statistics 1750-1975 (Mitchell, 1980). In queste stime l’Italia è indicata come uno dei paesi europei con il più alto tasso di mortalità, secondo solo a quello del Portogallo.

Tabella 1_new

 

Le stime su cui si discute: una forbice ampia
Uscito nel 2002 sul “Bulletin of the History of Medicine”, il lavoro di Johnson e Mueller è uno dei più popolari e citati nel corso dell’attuale pandemia di Covid-19. I due autori ottengono stime in rialzo rispetto ai lavori precedenti. Tuttavia, e qui sta il nocciolo alla base delle stime, sostengono che il modello a tre onde non era universale e che comunque la diffusione globale del virus aveva conosciuto ritmi differenti. Ad esempio l’Australia, a causa del parziale successo di una quarantena marittima, ritardò lo scoppio all’inizio del 1919 e subì una singola, lunga ondata di influenza. In altre regioni – Scandinavia, isole dell’Atlantico meridionale – la pandemia “ritornò” per una quarta volta nel 1920. Criticando le fonti e i dati di Edwin O. Jordan (1927) e di K. David Patterson e Gerald Pyle (1991), Johnson e Mueller mostravano come queste stime non tenessero adeguatamente conto dei limiti delle fonti – la mancata registrazione delle vittime, le segnalazioni saltate, le diagnosi errate e le certificazioni non mediche. Inoltre, le sottostime potevano riguardare anche le rilevazioni condotte dalle autorità coloniali e dalle agenzie addette, col risultato di avere dati incoerenti con le rilevazioni della popolazione totale, trascurando le popolazioni rurali e/o native. Questi fattori si possono aggiungere al diffuso problema delle restrizioni di segnalazione nell’ondata maggiore della pandemia, ignorando il tasso di mortalità prima e dopo di questa.

In sintesi, i metodi impiegati da Johnson e Mueller si fondano sulla rivisitazione delle registrazioni ufficiali, la ricompilazione dei numeri registrati e il calcolo delle morti “in eccesso” rispetto ad altre cause. Ad esempio, alcune stime europee presentate (per Scozia, Inghilterra e Francia) nel lavoro sono calcolate usando cinque cause di morte (influenza, polmonite, bronchite, tisi e quella che fu definita “cardiopatia organica”) per il periodo pandemico tra giugno 1918 e maggio 1919. Un altro metodo, questa volta indiretto, consiste nel determinare il tasso di mortalità per quella fetta di popolazione di cui Johnson e Mueller hanno dati certi, calcolando la mortalità totale per l’intera popolazione. In questo modo gli autori correggevano al rialzo le stime di Patterson e Pyle (1991), utilizzando una vasta gamma di studi locali più aggiornati rispetto alla decade precedente (cfr. ad es. The Spanish Flu 1918-1998: Reflections on the Influenza Pandemic of 1918 after 80 years, International conference, Cape Town, 12-15 settembre 1998). Patterson e Pyle erano arrivati a un totale di 25-40 milioni, di cui da 19 a 33 in Asia, soprattutto in India. Johnson e Mueller ipotizzavano un numero di morti maggiori in Asia, per un totale di 26-36 milioni e, conseguentemente, circa 48-50 milioni di morti totali. Nella tab. 2 sono state riportate le stime suddivise per continente e per l’Italia.

Tabella 2

Nelle conclusioni Johnson e Mueller avvertono che la mortalità globale dovuta alla pandemia di spagnola potrebbe essere sostanzialmente più bassa del bilancio reale, “perhaps as much as 100 percent understated” (p. 115). Questo lascia intendere che la cifra dei morti sia collocabile in un intervallo tra 50 e 100 milioni.

Due studi più recenti
Nel 2018 Spreeuwenber, Korneman e Paget hanno pubblicato sull’“American journal of Epidemiology” un contributo che discute radicalmente i metodi e le stime proposte in precedenza. Infatti, sia il metodo diretto, basato su decessi per causa specifici, sia quello indiretto, costruito sull’utilizzo di una mortalità omogenea, richiedono un tasso di mortalità di riferimento per calcolare l’eccesso di mortalità legato alla pandemia. Le loro stime si basano dunque sull’utilizzo di dati basati sulla popolazione totale (vital statistics), inclusi i tassi di mortalità negli anni prima e dopo la pandemia; sul calcolo del tasso di mortalità nelle diverse fasce di età; sulla stima del numero di morti tenendo conto di fattori che influenzano la mortalità, come la guerra e il trend della mortalità. Su queste basi, pertanto, i tre autori rivalutano il tasso di mortalità globale della pandemia collegando due dataset disponibili con un metodo di stima indiretto. Il database sulla mortalità umana utilizzato – Human Mortality Database – è nato da un progetto congiunto tra il Dipartimento di demografia di Berkeley e il Max Planck Institute for Demographic Research a Rostock (https://www.mortality.org), che presenta dati per l’influenza spagnola per 13 paesi, divisi per età e anno. Poiché i dati sono disponibili solo per l’ambito europeo, i tre autori lo integrano con i dati dell’India Britannica, estratti dai registri dello Statistical Abstract for British India.

Il dataset che ne risulta permette di coprire circa il 20% della popolazione mondiale, che include 14 paesi e 402 milioni di abitanti. Gli autori utilizzano il database di mortalità umana per stimare la mortalità annuale nel periodo 1916-1921 per dieci fasce di età, integrando e allargando i dati di Johnson e Mueller. Su questa base sono proposti tre scenari differenti in base alla scelta del tasso di mortalità. L’arco temporale di riferimento per le stime copre anche i due anni precedenti (1916, 1917) e successivi (1921, 1922) alla pandemia e permettono di identificare i livelli di bassa, media o alta mortalità. Utilizzano un modello di regressione multilivello per controllare i fattori di distorsione e di sopravvalutazione – come la guerra, le carestie e il trend temporale della mortalità, –  e ase le serie storiche sono non stazionarie (per una discussione del modello cfr. questo link). Spreeuwenber, Korneman e Page sottopongono la stima anche a 5 test di robustezza. In generale, la mortalità pandemica totale è stimata in 15 milioni di morti in tutto il mondo nel 1918 (n = 2,5 milioni nel 1919). Secondo la loro analisi, le stime di un numero totale di decessi superiore a 25 milioni non sono realistiche in base ai tassi di mortalità sottostanti inclusi nelle due fonti (per una analisi scomposta a livello nazionale cfr. qui, p. 31). Per l’Italia, i tre autori stimano i tre scenari per i due anni 1918 e 1919 (tab. 3).

Tabella 3

In conclusione, i risultati suggeriscono che l’impatto globale sulla morte della pandemia del 1918 fu importante (n = 17,4 milioni) ma non così grave come stimato dai principali studi. Nello specifico, la novità di questo studio risiede nella capacità di stimare il tasso di mortalità dei tre scenari (alto, medio e basso tasso) per specifici gruppi di età (cfr. fig. sottostante).

 

Senza titolo

Recentemente, Barro, Ursua e Weng (2020) sono tornati sul tema, rivedendo le stime di Johnson e Mueller, criticando l’utilizzo di tassi di mortalità calcolati sul numero degli infetti, che è molto meno affidabile perché dipende da come si calcolano gli infetti stessi. Ad esempio, una cifra comunemente citata è che circa 1/3 della popolazione mondiale sia stata infettata dal virus H1N1 (Taubenberger-Morens, 2006, p. 15). Se questo numero fosse accurato, un tasso di mortalità del 2,0% per la popolazione complessiva si tradurrebbe in un tasso di mortalità del 6% per la popolazione infetta. Ma questo risultato è discutibile, poiché si basa su sondaggi condotti in alcune località degli Stati Uniti d’America, come descritto da Frost (1920) e da Burnet e Clark (1942).

La loro stima si basa sui dati sui tassi di mortalità per influenza per 48 singoli paesi, e costituiscono circa il 92% della popolazione stimata nel 1918 (McEvedy-Jones, 1978). Questi dati sono ricavati da lavori precedenti (non pubblicati) di Ursua (2009) e di Wang (2016), che analizzano le implicazioni macroeconomiche della spagnola sulle economie nazionali del tempo e pubblicazioni intermedie (Murray et al., 2007; Mitchell, 2007) che prendono in esame certificati civili – atti di nascita, licenze di matrimonio, di morte. Le stime sono disaggregate in tre anni (1918, 1919 e 1920) e calcolano i morti totali e il tasso di mortalità. Barro, Ursua e Weng assumono che quest’ultimo sia lo stesso anche per i luoghi non coperti dal campione (ovvero l’8% dei paesi al mondo) e ne ricavano che l’influenza spagnola causò la perdita di 27,1 milioni di vite nel 1918, 9,9 l’anno successivo e 3,1 nel 1920. A questi dati corrispondono stime dei tassi di mortalità pari a 1,42, 0,52 e 0,16 % per i tre anni. I tre autori ricordano anche che l’influenza variava notevolmente da un paese all’altro: il tasso di mortalità più alto fu di gran lunga quello del Kenya (5,8%) seguito da quello dell’India, 5,2%. A causa della sua elevata popolazione (320 milioni), l’India contribuì in modo significativo al numero di decessi globali, con 16,7 milioni di vittime su un totale di 40 nel mondo (il 42% del totale). Quanto alla Cina, diversamente da Johnson e Mueller, gli autori osservano che il tasso di mortalità fu più basso. In termini assoluti però gli 8,1 milioni di morti costituirono il 20% sul totale mondiale, che pone la Cina al secondo posto dopo l’India. Gli Usa ebbero un tasso di mortalità cumulativo dello 0,5%, con un numero di decessi che si attestò a 550.000 (confermando i dati di Spreeuwenber, Korneman e Paget). Per l’Italia Barro, Ursua e Weng indicano un tasso di mortalità cumulato sui tre anni (1918, 1919 e 1920) dell’1,23%. Come ricordato, l’anno più duro fu il 1918, dove il tasso fu di 1,17%. Infine, sulla popolazione totale del mondo fra il 1914 e il 1918 il numero dei morti italiani fu circa l’1,21% (per le tabelle a cui gli autori fanno riferimento cfr. qui, pp. 21-24).

Alcune osservazioni
Mettendo a confronto i tre studi (tab. 4), l’immagine che emerge è di un sostanziale ridimensionamento delle stime presentate all’inizio degli anni 2000 da Johnson e Mueller.

Tabella

La possibilità di costruire e usufruire di grandi banche dati e l’applicazione di più raffinati strumenti statistici ha influito in maniera enorme sugli ultimi lavori e sui numeri proposti più recentemente. In maniera più affidabile, il controllo delle fonti, la loro standardizzazione e il loro trattamento rappresentano un passo in avanti verso stime più accurate. Questi strumenti, utilizzati con cautela, possono aiutare la ricerca scientifica a controllare gli eccessi, mettendo in evidenza sottostime o sovrastime. Chi scrive crede che in questo processo gli storici giochino un ruolo chiave non solo nella critica delle fonti, mostrandone i limiti e le potenzialità, ma anche nella possibilità di interrogarsi sull’evoluzione degli strumenti stessi che vengono utilizzati. Proprio per questo motivo le stime che indicavano in 50 o addirittura in 100 milioni il numero dei morti di spagnola oggi non sono più sostenibili.

La triplice crisi che stiamo affrontando oggi – sanitaria, ecologica ed economica (Mazzucato, 2020) – è frutto di una prima ondata. Solo col tempo riusciremo a capire se essa sarà limitata oppure se sarà seguita dal ripresentarsi del virus. Quello che possiamo affermare è che solo quando avremo la possibilità di usufruire di dati robusti per il Covid-19 potremo metterci al lavoro per un confronto più preciso con la pandemia 1918-1920, tenendo sempre conto anche delle differenze epidemiologiche, i progressi nella salute pubblica e le politiche messe in campo dai governi nazionali. Ovvero del fluire della storia e dei metodi scientifici con cui costruiamo i dati e proponiamo le stime.

Francesco Maccelli (Università degli studi di Firenze)

Extra
L’Economic History Society (EHS) sta curando una bibliografia collettiva sulle pandemie nella storia per aiutare a navigare nel “territorio inesplorato” che stiamo attualmente vivendo. Questa serie include riferimenti ad articoli accademici, libri e riviste, nonché una sezione sulle fonti in collaborazione con l’Archives Portal Europe. Il materiale è a disposizione a questo link.

Oltre all’Human Mortality Database è possibile consultare anche il FluWeb Historical Influenza Database della School of Population Health dell’Università di Melbourne, nell’ambito di un progetto finanziato dalla National Health and Medical Research Council (NHMRC) of Australia.

 

Bibliografia

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