Attualità · Covid-19

Cattolicesimo ed epidemie: teologia, storia e attualità I – Andrea Nicolotti

Andrea Nicolotti, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese presso il Dipartimento di storia dell’Università di Torino e studioso di storia del culto cristiano e di storia delle reliquie, propone per il nostro blog una riflessione sul rapporto tra cattolicesimo ed epidemie, articolandola in tre puntate:

1) La religione di fronte alle epidemie

2) Assembramenti religiosi

3) Preghiere, oggetti sacri e reliquie. Il caso della Sindone

La religione di fronte alle epidemie

Davanti alle recenti esperienze del dolore e della morte inaspettata provocate dalla pandemia che affligge il mondo intero, i cristiani si interrogano di nuovo su un tema che da sempre è una spina nel fianco per i teologi. Si propone inevitabilmente alla mente dei fedeli, anche i meno avveduti, l’irrisolto problema dell’origine del male nel mondo e la sua possibile conciliazione con l’idea di un Dio onnipotente e sommamente buono. Il male non potrebbe esistere, se Dio non lo permettesse, stante la sua onnipotenza: tuttavia esiste. Ugualmente Dio, che è tutta bontà, non avrebbe voluto introdurre il male e le sofferenze nella nostra vita: eppure vi sono. Proprio per definire quella branca della teologia impegnata nel tentativo di giustificare Dio di fronte al male Leibniz coniò il termine «teodicea».

Il classico scioglimento cattolico del problema prende spunto dalla dottrina secondo cui Dio aveva creato l’essere umano immortale, provvisto del donum impassibilitatis, non soggetto al dolore e alla morte, in una condizione di paradisiaca bellezza ed equilibrio; ma i nostri progenitori, abusando del privilegio della propria libera volontà, avrebbero rotto questo equilibrio scegliendo di peccare. E così la decadenza dallo stato paradisiaco e l’introduzione del male del mondo vengono ascritti all’uomo stesso, di cui Dio non avrebbe responsabilità se non nella misura in cui tollera che esso prosperi per non privare l’uomo del suo libero arbitrio (Ott 1956, pp. 177, 191-93; Catechismo 1992, §§ 397-406).

Nonostante Cristo abbia espiato i peccati del mondo con il dolore e la morte sulla croce, neutralizzando volontariamente le colpe collettive dell’umanità per ricondurla a Dio, è necessaria un’ulteriore espiazione da parte dei singoli individui, che non sono esonerati dal passaggio attraverso il medesimo dolore. Ecco che dunque le malattie e la morte si rivelano strumenti di elevazione e di salvezza, addirittura «mezzi di redenzione e di santificazione» (Pio XII 1944, p. 48); rifiutarli equivarrebbe a un’opposizione alla volontà di Dio. Dal male, dai dolori e dalle sofferenze umane Dio non può che voler ricavare il massimo bene, che è la vita eterna. «Il dolore, quindi, è conseguenza dell’amore. Continui sono i nostri peccati, continuo, per il nostro bene, è il dolore» (Perez 1953, p. 527).

Ciò in astratto; ma se è vero che tutti gli uomini conoscono la sofferenza, è altrettanto vero che il dolore e la morte si manifestano in maniera estremamente disuguale nei modi e nei tempi. Ed ecco che a quest’asettica teodicea si affianca, fin dalle pagine delle Sacre Scritture, il concetto di un Dio che non si limita ad assistere all’opera del male nel mondo, ma lo indirizza, andando a colpire in maniera mirata chi più ha bisogno della sua correzione. Il passaggio veterotestamentario del libro dei Proverbi, dove Dio è descritto come un padre che castiga, è ripreso, nel Nuovo Testamento, dall’Epistola agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio» (Proverbi 3,11-12; Ebrei 12,5-6).

Una simile spiegazione “correttiva” vacilla di fronte all’esperienza del dolore e della morte degli innocenti. Se talvolta si è potuto ipotizzare un disegno celeste volto a premiare alcuni e a punire altri a scopo redentivo – come il figliol prodigo della parabola evangelica, che se non avesse sofferto non si sarebbe pentito e avrebbe continuato a vivere nel peccato -, tutto diventa più difficile di fronte a malattie che colpiscono innocenti e malvagi in modo indiscriminato. È proprio il caso delle epidemie: non si capisce perché Dio punirebbe con virus e flagelli naturali i buoni come i cattivi, gli innocenti come i colpevoli. «Potrebbe forse essere vero, come taluni grandi ingegni hanno sospettato, che Dio non si dà cura delle cose mortali?» – si interrogava Petrarca, anche se subito ricacciava da sé il pensiero: «Lungi dalle nostre menti questa stoltezza!» (Petrarca, Ad familiares, VIII, 7, 17).

Se qualche teologo, rifiutando l’idea di un Dio impassibile, se la cava invocando l’imperscrutabilità dei suoi disegni, in verità la tradizione biblica ed ecclesiastica forniscono giustificazioni sufficienti per accantonare l’idea di un Dio non responsabile del male e attribuire a lui e alla sua precisa volontà l’origine di catastrofi ed epidemie. Sono molti i passi biblici in cui Dio parla al suo popolo e dichiara di aver inviato lui stesso la peste come punizione contro Israele o contro i suoi nemici (Levitico 26,25; Numeri 14,12; Deuteronomio 28,21); in questo gli Ebrei non insegnavano nulla di diverso dal pagano Ammiano Marcellino, che attribuiva la pandemia antonina del 165 d.C. (forse vaiolo) alla profanazione di un recesso del tempio di Apollo nella città di Seleucia (Storie, XXIII,6,4).

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Jules-Elie Delaunay, Peste à Rome, 1869            (Musée d’Orsay, Paris)

Il pagano Demetriano verso il 252-253 accusava i cristiani di essere la causa dell’aumento di guerre, pesti e carestie, a motivo della loro empietà verso gli dei tradizionali; ma il cristiano Cipriano ribaltava l’accusa:

Questi mali accadono non perché i vostri dèi non sono onorati da noi, come proclami schiamazzando con lamenti senza fondamento di verità alcuna, ma perché da voi non è onorato Dio (Ad Demetrianum, 1.5; trad. Gallicet).

Anche in questa specularità di accuse, la divinità non pare agire con logica correttiva o punitiva. Spariti ormai i pagani, Procopio di Cesarea durante la peste di Bisanzio del 541-542 afferma sconsolato che purtroppo la malattia colpisce i migliori:

Si potrebbe sostenere paradossalmente, ma senza dire una bugia, che quella pestilenza, o per caso o per un disegno divino, fece una scelta diligentissima, lasciando indenni proprio gli uomini peggiori (De bellis, II,23,16; trad. Pontani).

Sono innumerevoli le testimonianze di scrittori ecclesiastici che ascrivono la causa delle epidemie ai cattivi comportamenti degli uomini, e alla conseguente punizione divina, dalla quale è inutile cercare di sfuggire. Verso il 1350 la Facoltà di medicina di Parigi, pur avendo tentato di abbozzare una spiegazione più o meno naturale dell’origine della peste (le congiunture astrali, la corruzione dell’aria, ecc.), ancora non riesce ad affrancarsi dall’argomento religioso:

Non possiamo nascondere che, quando l’epidemia procede dalla volontà divina, non ci resta altro consiglio da dare che quello di affidarsi umilmente a questa volontà, pur senza abbandonare le prescrizioni del medico (Guénin 1926, p. 17).

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Giuseppe Simonelli (1650-1710) – S. Carlo Borromeo comunica gli appestati 

Anche quando comincia a farsi strada l’evidenza che le epidemie hanno un’origine geografica e si diffondono per contagio, e che l’isolamento può preservare dal contagio stesso, non cessa l’idea che in ultima istanza tutto sia provocato dal peccato degli uomini. Durante la peste di Milano del 1579 il cardinale Carlo Borromeo dichiara al popolo che «le mostruose pazzie de i spettacoli, giuochi e vostri carnevali antepassati hanno havuta non picciola parte in provocare Dio a flagellarci con la peste» (Borromeo 1965, pp. 2-3).

Eppure, a diversi autori appare ormai chiaro la mancanza di logica di questo argomento punitivo e l’uso strumentale che ne viene fatto dai religiosi, che lo adoperano con facilità accordandolo con le proprie idee di morale e di politica. Il medico e storico partenopeo Salvatore De Renzi ricorda come durante la peste del 1656, nove anni dopo la proclamazione della prima repubblica napoletana a seguito della rivolta contro il viceré spagnolo, il clero si desse da fare

insegnando che la peste fosse stata mandata da Dio né più né meno che per punizione del popolo, che si era ribellato nove anni innanzi al legittimo possessore del dritto divino, al cattolico nostro padrone, al quale Dio misericordioso ci aveva dato in pastura. Qual migliore occasione per confermare nell’animo della plebe la santità della schiavitù: ed in ciò i preti facevan da trombe da’ confessionili, da’ pulpiti delle chiese e delle piazze (De Renzi 1867, p. 28).

Con il progresso della medicina la lettura dell’epidemia come punizione divina è divenuta sempre più difficilmente difendibile; ma non è mai venuta meno, divenendo spesso argomento di scherno nei confronti dei clericali che continuavano a proporla:

Fu sempre comodo pretesto pei clericali di presentare le pesti come punizioni di Dio inflitte alle nazioni le quali hanno scosso il giogo di essi clericali per avvicinarsi alla schietta morale del Vangelo, alla vera religione di Cristo. Poveri clericali! Quanta pena perduta! Quanto fiato sprecato! Nel medioevo i clericali dominavano assolutamente; […] ebbene, tuttavia le pesti erano oltre ogni dire frequentissime, e di gran lunga più tremende e micidiali. Or se esse erano punizioni di Dio, siccome quei popoli erano più clericali che non i presenti, e siccome le pesti erano più frequenti, bisognerebbe ammettere di necessità che Dio punisse così sovente i popoli perché erano troppo clericali (Anonimo 1853, p. 1).

Nondimeno, anche la liturgia – espressione ufficiale della fede cattolica – dichiarava la provenienza delle pestilenze da un Dio “indignato”, che per sua misericordia le avrebbe potute far cessare: nel Rituale Romano – in vigore dal 1614 fino al Concilio Vaticano II – la processione in tempo di mortalità e peste si concludeva con questa orazione:

  Rituale 1614Concedici, te ne preghiamo, o Signore, l’esaudimento della nostra pia preghiera: e allontana, placato, la pestilenza e la mortalità; affinché i cuori dei mortali sappiano che tali flagelli si manifestano per la tua indignazione e cessano per la tua misericordia (Rituale Romanum 1614, p. 184; trad. mia).

Con il XX secolo la maggiore alfabetizzazione e i progressi delle scienze, uniti a un cambiamento di prospettiva teologica, hanno costretto a un profondo ripensamento di questa materia. Il pastore e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer ha proposto di togliere di dosso a Dio la responsabilità di ciò che l’uomo non è in grado di spiegare a causa della propria ignoranza, come se egli fosse un “tappabuchi” (Lückenbüßer):

Per me è nuovamente evidente che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze; se infatti i limiti della conoscenza continueranno ad allargarsi – il che è oggettivamente inevitabile – con essi anche Dio viene continuamente sospinto via, e di conseguenza si trova in una continua ritirata. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo; Dio vuole esser colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte. Questo vale per la relazione tra Dio e la conoscenza scientifica. Ma vale anche per le questioni umane in generale, quelle della morte, della sofferenza e della colpa. Oggi le cose stanno in modo tale che anche per simili questioni esistono delle risposte umane che possono prescindere completamente da Dio (Bonhoeffer 1988, pp. 382-83).

All’interno del cattolicesimo del dopoguerra, e soprattutto dopo il Vaticano II, simili prese di coscienza sono entrate prepotentemente nel dibattito teologico. C’è però la grande difficoltà di dover conciliare una visione dei problemi moderna e aperta alla scienza con una più che millenaria tradizione magisteriale che andava in senso contrario. Il cattolicesimo, diversamente dalle varie Chiese protestanti, si trova in forte difficoltà quando deve cambiare in modo radicale prospettiva rispetto a qualche tema che apparentemente semper, ubique et ab omnibus creditum est. Togliere a Dio la responsabilità delle epidemie significa dover sconfessare le centinaia di santi e pastori che per secoli in occasione di queste e delle catastrofi hanno incentrato la loro predicazione sulla colpa e sul peccato degli uomini. Il problema in genere rimane sotto il filo dell’acqua, ma riemerge prepotentemente a ogni catastrofe per la quale i cristiani cercano risposte nella loro fede. In queste occasioni due anime della Chiesa cattolica si rivelano nella loro inconciliabilità: da una parte chi non cerca alcuna spiegazione né alcun capro espiatorio, dall’altra chi non esita a vedere in queste disgrazie il dito di Dio che si scaglia contro l’umanità a lui ribelle. Mi pare di poter riconoscere dietro a queste due anime una visione religiosa contrapposta: la prima grossolanamente definibile come progressista, la seconda reazionaria o tradizionalista.

 

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Mentre fra il 24 e il 30 ottobre 2016 il centro Italia era colpito da scosse sismiche, dai microfoni di Radio Maria il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli così rispondeva alla domanda di un ascoltatore che ipotizzava di leggere il terremoto come conseguenza della recente legge sulle unioni civili:

 

I cataclismi, la natura, i disordini della natura, tutte quelle azioni della natura che mettono in pericolo la vita umana […] hanno una spiegazione di carattere teologico. […] Sono una conseguenza del peccato originale, quindi si possono considerare veramente come castigo del peccato originale – anche se la parola non piace, ma io la dico lo stesso, è una parola biblica, non c’è nessun problema. Naturalmente bisogna intendere bene cosa si intende per castigo. […] Si ha l’impressione che queste offese che si recano alla legge divina – pensate alla dignità della famiglia, alla dignità del matrimonio, alla stessa dignità dell’unione sessuale, al limite, no? – ecco, vien fatto veramente di pensare che qui siamo davanti… chiamiamolo castigo divino, certamente un richiamo molto forte della provvidenza, ma non tanto nel senso, non diciamo nel senso afflittivo, ma nel senso di richiamo alle coscienze, per ritrovare quelli che sono i principi della legge naturale.

Il clamore mediatico induce il Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, mons. Angelo Becciu, a una reazione:

Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede, datate al periodo precristiano che non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo. I terremotati ci perdonino, hanno la solidarietà del papa e della Chiesa intera.

Il Segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, parla di «un giudizio di un paganesimo senza limiti». Al contrario il frate, interpellato telefonicamente da vari giornalisti, rincara la dose e insiste ancor di più sull’aspetto punitivo delle calamità naturali e sulla possibilità che il peccato degli uomini – in quel caso l’omosessualità e il riconoscimento delle unioni civili omosessuali – possa richiamare una punizione divina. Il teologo ricorda la storia biblica di Sodoma e Gomorra, castigate per i peccati degli uomini, e i vari testi biblici che concordano con la sua spiegazione; invita le autorità vaticane a ripassare la Bibbia e il catechismo.

Catechismo, Scrittura e dottrina sono chiari e nessuno è autorizzato a cambiarli. Dio manda i castighi e il terremoto lo è davanti ai nostri peccati, come ogni catastrofe. Dio castiga quando l’uomo pecca e non si pente. Il castigo divino è una risposta all’azione dell’uomo.

Emergono così la contraddizione latente e il grande peso della tradizione e della teologia, che il frate domenicano non è disposto a ignorare. Si può essere in disaccordo, ma non si può negare che fosse in linea con la tradizione teologica. Radio Maria dichiarò inaccettabile la posizione di Cavalcoli e lo sospese con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile: la sua posizione «non è in linea con l’annuncio della misericordia che è l’essenza del cristianesimo e dell’azione pastorale di papa Francesco». Una sospensione che l’interessato ritenne ingiusta, frutto di pressioni ricevute dall’alto:

Io ritengo che sia in atto una manovra massonica contro Radio Maria che infastidisce e probabilmente è minacciata. Satana è entrato nella Chiesa da tempo e nello stesso Vaticano. Il papa non è eretico, ma si circonda di falsi amici e cattivi consiglieri come Kasper, Ravasi, Bianchi, Ronchi e Cantalamessa. […] Io non cambio la ortodossia. Qui sta accadendo che dilaga il buonismo e un misericordismo diffuso e si trascura la giustizia. Un danno. Dio è infinitamente buono, ma ci chiede il pentimento e sa punire se non accade. La misericordia a getto continuo di cui ci parlano è un inganno di stampo luterano.

È evidente come secondo il frate il progressismo eretico di stampo protestante stia erodendo l’ortodossia fino ai massimi livelli (menziona alcuni cardinali); che Dio possa punire i peccati dell’uomo intervenendo sulla natura, a suo parere, è l’insegnamento tradizionale della Chiesa dal quale non è possibile allontanarsi se non abbracciando l’eresia. Si può condividere con il frate l’impressione che Radio Maria sia intervenuta pesantemente non tanto per il contenuto delle sue parole, quanto per l’intervento di alte gerarchie ecclesiastiche e per il clamore mediatico sollevato dalle critiche alle unioni civili degli omosessuali. In effetti lo stesso direttore della radio, padre Livio Fanzaga, in più occasioni ha espresso concetti simili. A distanza di quattro anni, infatti, non ha esitato a ripercorrere gli stessi ragionamenti per trovare una spiegazione alla pandemia del Covid-19.
Radio Maria, con una media di 1.400.000 ascoltatori al giorno, è la radio cattolica più seguita in Italia, ed è anche la radio privata con il maggior numero di ripetitori sparsi su tutto il territorio nazionale. Si distingue per le posizioni conservatrici e per la propaganda delle presunte apparizioni della Madonna di Medjugorje. Il suo direttore ha dato questa spiegazione della pandemia del Covid-19:

Dopo il peccato originale non solo l’uomo si è ribellato a Dio, ma anche la natura si è ribellata all’uomo. […] I morti ammazzati dalla natura sono più numerosi di quelli della morte naturale […]. I virus sono diventati una delle armi più tremende della natura. […] Come si fa a chiamare la natura madre? Dov’è nella sacra Scrittura che la natura è chiamata madre? […] Con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è venuto in un momento giusto: pensate al messaggio della Madonna dato a Ivan il 17 settembre, drammatico, dove la Madonna ha detto che si sta realizzando il piano di Satana e cioè che l’umanità mette da parte Dio per mettere se stessa al posto di Dio. […] Questa pandemia avviene in un momento in cui è in atto l’impostura anticristica in sommo grado, e avviene in un paese in cui l’impostura anticristica è al massimo, con un potere ateo e materialista che vuole il dominio del mondo […]. Questa pandemia […] è un ammonimento del cielo. Attraverso questa pandemia la Madonna ci dà un messaggio chiarissimo, come ha detto anche il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha detto che questo virus sta compromettendo dal punto di vista politico, economico e sociale tutta l’umanità, la sta mettendo in ginocchio; e forse il fatto che si chiami “corona” – perché questo virus ha la forma di corona – è anche un messaggio che la Madonna ci dice: pregate, pregate, pregate. […] La Madonna ci ha dato un ammonimento: ci vuole poco, basta un virus per mettervi tutti in ginocchio, basta un virus per farvi abbassare la cresta. Abbassatela, intanto che siete in tempo. Convertitevi, intanto che siete in tempo. Pregate, credete, pregate, tenete in mano la corona del rosario, perché il tempo dei segreti si avvicina sempre più, e saranno cose terribili, non c’è dubbio, l’ha detto la Madonna: «Mirjana, ti ho mostrato molte cose terribili». […] Chi è l’uomo, se basta un virus per mandarlo sottoterra? […] Tutto sommato in questa pandemia Dio usa la mano leggera per farci capire e per farci preparare a come affrontare situazioni ben più pesanti, perché il tempo che si avvicina è il tempo della più grande prova dell’umanità e della Chiesa.

Questa catechesi contiene diversi elementi tradizionali: la presenza nei nostri progenitori dei doni preternaturali dell’integrità e dell’immortalità, prima del peccato originale; l’ingresso della morte e della sofferenza dopo la caduta; e infine l’idea che la pandemia sia provocata dal Cielo come reazione alla miscredenza dell’uomo. Di nuovo vi sono i riferimenti alle visioni di Medjugorje, con il tema delle presunte visioni e segreti rivelati ai veggenti (Corvaglia 2018, pp. 89-96), poi la corona del rosario e l’insistenza sul fatto che la natura non sia una madre. In questo vedo un velato riferimento alla facilità con cui oggi, anche in ambito cattolico, si parla di «madre natura»: non è lontano il ricordo della polemica sulle statuette della madre terra, Pachamama, che nell’ottobre 2019 alcuni cattolici tradizionalisti ritennero di sottrarre da una chiesa romana in cui erano ospitate durante il Sinodo sull’Amazzonia, per gettarle nel Tevere e riparare a quello che per loro era un sacrilegio e un peccato di idolatria.

È difficile per i teologi cattolici legati alla tradizione allontanarsi da un’interpretazione punitiva delle calamità naturali, figlia di una visione biblica e teologica bimillenaria; perché il semplice rifugio in una teodicea secondo cui il dolore e la morte sono entrati nel mondo a causa del peccato, per via del libero arbitrio, senza che Dio abbia parte attiva in ogni loro singola manifestazione (il che comunque lascia aperto un discorso più generale sulla sua permissività) conseguentemente spinge a prendere in considerazione la possibilità che egli neppure intervenga a sua discrezione a modificare in vista del bene il corso naturale delle cose. Se Dio non è responsabile del male e neppure impedisce che esso agisca nel mondo, perché dovrebbe intervenire per fermarlo in determinate occasioni, ascoltando le preghiere dei suoi fedeli, a sua discrezione?

Diverso è l’approccio del cattolicesimo più “progressista”. Heiner Wilmer, vescovo di Hildesheim, ha definito l’idea che il Covid-19 sia una punizione di Dio come «terribile e anche assolutamente non cristiana». Il Venerdì Santo del 2020, nell’omelia pronunciata davanti al pontefice, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia – quello che Cavalcoli definiva falso amico e consigliere del papa – ha dichiarato:

Non è Dio che con il coronavirus ha scaraventato il pennello sull’affresco della nostra orgogliosa civiltà tecnologica. Dio è alleato nostro, non del virus! «Io ho progetti di pace, non di afflizione», dice nella Bibbia (Geremia 29,11). Se questi flagelli fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri? […] Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di libertà, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento.

Le sue parole, però, sono state giudicate eretiche dalla corrente tradizionalista e antibergogliana: un manifesto di «apostasia mondialista». Nel cattolicesimo odierno albergano due visioni del mondo e di Dio ormai inconciliabili.

 

Bibliografia

Anonimo, I clericali e le pesti, «Gazzetta del popolo», 19 agosto 1853.

D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni Paoline, Cinisello Baldamo 1988.

C. Borromeo Memoriale ai milanesi, Giordano, Milano 1965.

Catechismo della Chiesa cattolica, Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.

M. Corvaglia, La verità su Medjugorje, Lindau, Torino 2018.

S. De Renzi, Napoli nell’anno 1656, ovvero documenti della pestilenza, De Pascale, Napoli 1867.

G. Guénin-J. Novillac, Lectures historiques, Alcan, Paris 1926.

L. Ott, Compendio di teologia dogmatica, Marietti, Torino 1956.

G. Perez, La scienza è contro la fede?, Favero, Vicenza 1953.

Pio XII, Allocuzione alla Unione medico-biologica “San Luca”, 12 novembre 1944, in Pio XII. Discorsi ai medici, Edizioni orizzonte medico, 1960.

Rituale Romanum Pauli V Pont. Max. iussu editum, Romae, ex typographia Reverendae Camerae Apostolicae, 1614.

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