Covid-19

Cattolicesimo ed epidemie: teologia, storia e attualità – II (Andrea Nicolotti)

Prosegue la serie di interventi di Andrea Nicolotti, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese a Torino e studioso di storia del culto cristiano e delle reliquie. Dopo la prima puntata, dedicata a La religione di fronte alle epidemie, la seconda è dedicata a:

Assembramenti religiosi

Per secoli la Chiesa è stata fonte di conforto e si è adoperata, tramite le proprie istituzioni caritatevoli, a rimediare come poteva alle catastrofi naturali e alle epidemie. Nonostante il convincimento che l’epidemia potesse essere provocata dal volere divino, i buoni cristiani non si esimevano dal mettere in atto una delle opere di misericordia corporale: la cura degli infermi. Ma la cura del corpo non può prescindere dalla cura dello spirito: di qui l’invito alla maggiore partecipazione alle cerimonie liturgiche, le preghiere collettive, le processioni straordinarie organizzate per domandare a Dio la grazia della sanità del corpo e dello spirito. Nel caso delle epidemie contagiose, però, tutti questi assembramenti significano una maggiore esposizione al morbo.

Nei tempi moderni le voci degli scienziati si sono levate sempre più forti, chiedendo alla religione di lasciare il passo alla scienza perlomeno nel campo dell’igiene pubblica. Così scriveva Angelo Celli, un medico e politico italiano che tanto fece per la lotta contro la malaria:

Angelo_Celli_(1857-1914),_signed.tif

 

Chi sosterrebbe oggi più che le malattie vengono dal cielo? Le malattie sono fenomeni naturali. […] Prevenirle è in potere dell’uomo, non è un privilegio della divinità. […] Ci vuole ben altro perché la religione ritorni a quello che era nei tempi primitivi, allorché fu la prima maestra d’igiene. Oggi invece la scienza è la maestra dei popoli; essa è che stabilisce le leggi, e forma i costumi anche nel campo dell’igiene (Celli, p. 606).

 

In effetti, nonostante i progressi della conoscenza medica, non sono mai venute meno le incompatibilità fra le norme igieniche o contenitive proposte dagli scienziati e le richieste di libertà nell’esercizio di un culto che, per via degli assembramenti, può favorire la trasmissione delle malattie. Uno scontro che si è riproposto durante l’attuale pandemia del Covid-19. Sarebbe semplicistico suddividere il campo in due schieramenti, con la Chiesa da un lato e gli scienziati dall’altro: la verità è che lo scontro sussiste tra fazioni interne alla Chiesa stessa.

Quando a Milano nel 1630 i magistrati chiesero al cardinale Federico Borromeo di compiere una solenne processione con le spoglie di San Carlo, egli sulle prime tentò di evitarlo; poi dovette cedere a tutti quei cattolici che consideravano necessario tale atto riparatorio per invocare l’intervento divino. La solennissima processione si celebrò l’11 giugno 1630; ma, come scrive Manzoni,

peste 1630 processione 

il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima (Manzoni, cap. 32).

 

Diverso fu l’atteggiamento a Roma, ventisei anni dopo (1656), quando papa Alessandro VII lasciò la gestione della peste nelle mani del cardinal Girolamo Gastaldi, commissario generale di Sanità per lo Stato della Chiesa. Non era un medico, ma conosceva gli scritti di Girolamo Fracastoro e Ludovico Settala (Fracastoro 1546; Settala 1630); conosceva la natura contagiosa del male e credeva nell’efficacia dei provvedimenti di isolamento dei malati e di distanziamento preventivo (Gastaldi 1684). Aveva provato su di sé la piaga del vaiolo, di cui portava orrendi segni sul volto. Invece di aumentare le occasioni di contagio con assembramenti religiosi, sospese la celebrazione delle Quarantore, vietò le processioni e le prediche di piazza, cercando di privilegiare forme private e personali di devozione e preghiera. Dispose la chiusura della chiesa di Santa Maria in Portico e della via sulla quale si affacciava, perché i Romani si affollavano a pregare l’icona della Beata Vergine lì conservata, considerata protettrice della città dalle pestilenze (Topi 2017, pp. 47-48). Mentre altrove la peste faceva strage, a Roma l’epidemia fu contenuta.

Gastaldi

Lo stesso anno a Genova avveniva l’opposto, secondo quanto racconta Ludovico Antonio Muratori:

Ho udito dire, che nella peste di Genova del 1656 l’essere corso il popolo ad un luogo, da dove si facevano sperar miracoli per preservarsi dal morbo, costò la vita a molte migliaia di persone, che s’infettarono in pochi giorni. Di troppo importanza si è il non permettere allora le grandi raunanze in luogo alcuno, e per conseguente si dovrà andare con grande riguardo a permetterle anche nelle stesse chiese, perciocché sarebbe facilissimo l’attaccare l’uno all’altro il contagio. Non si dee tentar Dio, che faccia de’ meracoli per preservarci ne’ luoghi sacri dagli effetti naturali di quel morbo. […] L’arcivescovo di Firenze nella peste del 1630 proibì il sonar campane o campanelli per invitar gente all’accompagnamento del sacro viatico, essendosi provato molto nocivo un tal concorso. Così nella peste, che afflisse la città di Palermo negli anni 1624, 1625 e 1626 si lasciò di mettere l’acqua santa nelle chiese, perché si riconobbe pigliarsi facilmente per mezzo d’essa il morbo. […] Noi sappiamo, che dappoiché in Milano nel 1576 ne fu fatta una [processione] solennissima da S. Carlo, e un’altra a dì 13 giugno 1630 dal cardinale Federigo Borromeo, si vide immediatamente aumentarsi il furore della pestilenza (Muratori 1710, pp. 344-45).

La questione fu ampiamente discussa già in età moderna. In un suo fortunato commentario del Rituale Romanorum pubblicato nel 1735, il prete ferrarese Girolamo Baruffaldi, trattando delle processioni in tempo di mortalità e peste, si domanda se sia opportuno o meno realizzarle, per timore del contagio. A suo parere la processione può diventare una impropria e sfacciata tentazione di Dio, affinché faccia un prodigio, e ritiene preferibile che ciascuno rimanga in casa propria, nella propria stanza, pregando con grande contrizione (Baruffaldi 1731, pp. 348-49).

Nonostante quanto è stato più volte affermato in questi mesi, dunque, la chiusura delle chiese durante le epidemie non è affatto una novità del XXI secolo:

In molte città d’Italia allorché vi ha regnato la peste sonosi serrate le chiese, e per conciliare in qualche forma la devozione con i riguardi, sono stati eretti altari in varj luoghi dominati da molte parti, ove sodisfacendosi a i doveri di religione, il popolo anche senza uscire di casa potesse unirsi nella preghiera. Taluno di questi altari ha sussistito anche dopo cessata la peste, ed alcuno sussiste tuttavia. Roma stessa nella peste del 1655 interdisse l’uso delle chiese (Bossi 1804, pp. 66-67).

In certe occasioni l’effetto delle misure di confinamento si percepiva immediatamente, come durante l’epidemia di tifo petecchiale del 1817:

Facendosi nella chiesa di Bibbiano il solito triduo delle quarant’ore, in cui v’era sempre gran concorso di gente, il numero de’ petecchizzanti che ascendeva a ben pochi, giunse in breve sino a 160: lo stesso avvenne nella villa di Sant’Ilario. Di ciò si accorsero non solo i medici, ma anche gli stessi parrochi, i quali con lunghi discorsi pastorali disonerarono dalla messa chiunque avesse nella propria casa petecchizzanti; non permisero ai convalescenti d’entrare in chiesa, se non dopo i necessari espurghi e la quarantena; e chiesero soccorso ai podestà, onde ponessero una guardia alla porta della chiesa che escludesse tutti gl’infetti o sospetti della villa, gli stranieri, i vagabondi: e incontanente questa disposizione fu coronata dal più felice successo con pronto scemamento de’ petecchizzanti (Pirondi 1817, p. 10).

Alle considerazioni igieniche e mediche si aggiungevano talvolta quelle teologiche: non è forse presunzione – scriveva il professor Giulio Sandri – pretendere che Dio intervenga a sospendere le leggi di natura in occasione di pericolose riunioni di preghiera per chiedere la limitazione del contagio?

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Egli è assai dicevole che nelle gravi sciagure l’uomo implori l’ajuto del Cielo; e suol farlo non solo con private preghiere, ma con pubbliche ancora e solenni oltre l’usato, con estraordinarie funzioni, che in chiese o processioni raccolgono gran frequenza di popolo. E con tali divote adunanze moltiplicandosi i contatti e le opportunità acconce a trasmettere i malefici germi, si facilita e cresce la diffusione del male; poiché si mette in circostanze di operare una causa necessaria, una legge di natura, a sospendere l’effetto della quale non ci vorrebbe niente men d’un miracolo, che fors’è presunzione il pretendere. Sicché il contagio qui riesce a trarre non picciol profitto fin da ciò che si usa contro di lui (Sandri 1853, p. 109).

 

Un caso che ricorda molto da vicino le discussioni attuali si ebbe ad Ancona nel 1836, quando fu proposta una processione solenne di un’immagine della Madonna, garantendo che in passato essa aveva sempre frenato le epidemie; ma parte della popolazione, consapevole del pericolo di contagio, temeva l’effetto contrario. Il canonico Francesco Borioni descrive le due fazioni, prendendo parte per una di esse:

La voce del popolo che voleva la solenne processione, sgomentò gli animi di molte persone che si hanno per riflessive, quanto quella che annunziò essersi manifestato il cholera dentro le nostre mura. […] E tutti insieme gridavano non doversi permettere una riunione di popolo, ora che l’influenza era ancor verde, e che poteva prender lena in sull’istante, quantunque mostrassesi infievolita. […] Gli altri che tenevano dalla parte popolare, accusavano i succennati come persone di fede morta, e corroboravano anch’essi il loro dire cogli esempi di tante volte ch’era stata mossa la santa immagine di Nostra Signora nei tempi di comune disgrazia, e sempre con effetto meraviglioso; perocché il prodigio avea sempre accompagnato quest’atto di esterna devozione. E chi ha detto (soggiugnevano) a quei signori che non vogliono la solenne processione, essere Iddio pago del cuore soltanto? Signornò: Iddio gradisce anche l’esterna devozione; anzi la vuole, quando è dall’interna accompagnata. […] Vogliamo la processione a dispetto dei timorosi e dei dubbiosi; e se ciò loro non aggrada, sen fuggano alla campagna, ed ingrossino il numero dei vili fuorusciti (Borioni 1839, 179-80).

Ancora nel XX secolo, quando ormai le autorità civili e sanitarie erano concordi nell’applicare il distanziamento fisico, vi furono resistenze. Ai tempi dell’epidemia della “spagnola” il vescovo di Zamora, Antonio Álvaro y Ballano, ordinò nel settembre 1918 una novena in onore di san Rocco, il protettore contro la peste, con cerimonie che prevedevano anche il bacio delle reliquie.

Antonio Alvaro A suo dire il male che aveva colpito la Spagna era «dovuto ai nostri peccati e alla nostra ingratitudine, a causa dei quali si è abbattuto su di noi il braccio vendicatore della giustizia eterna». Secondo il vescovo la scienza si era dimostrata impotente: «Osservando nelle loro difficoltà che sulla terra è impossibile trovare protezione o sollievo, gli uomini si allontanano, disillusi, e volgono il loro sguardo verso il cielo». Il mese successivo si tenne un’affollatissima processione in onore della Madonna del Transito: la gente affluì in città dalle campagne circostanti e la cattedrale traboccava di persone (Spinney 2018, pp. 88-95). Il risultato fu che a Zamora la mortalità fu dieci volte superiore rispetto alle altre città, e cinque volte superiore alla media spagnola (García-Faria 1995).

Oggi, in tempo di Covid-19, molte autorità religiose hanno invitato a seguire le misure di distanziamento fisico, cercando di sostituire le celebrazioni con la preghiera interiore e con la possibilità di assistere ai riti in collegamento attraverso la televisione e internet. In genere la Chiesa cattolica si è mostrata abbastanza attenta al rispetto delle norme sanitarie, consapevole che «ciò che è buono per l’anima potrebbe essere non sempre buono per il corpo», come ha notato Vivian Yee sul “New York Times”. La CEI il 7 marzo 2020 ha imposto l’interruzione delle cerimonie civili e religiose, e la stragrande maggioranza del clero ha aderito senza resistenze. Nella Chiesa ortodossa russa, invece, nonostante certi divieti condivisi pure dal patriarcato, il contagio si è diffuso anche all’interno del clero. In Grecia la Chiesa ortodossa locale ha ufficialmente sostenuto l’idea che partecipare all’eucaristia e accedere alla santa comunione – amministrata con un cucchiaino che passa nelle bocche di tutti i fedeli – non può essere in alcun modo causa di trasmissione di malattia, in quanto la santa liturgia afferma che il corpo e il sangue di Cristo sono rimedio di immortalità. Vi sono state grosse tensioni con il governo e un’interrogazione parlamentare in sede europea. Pur concentrandomi sulla Chiesa cattolica italiana, ricordo che problemi simili, specialmente in religioni non cristiane e confessioni non cattoliche, o in contesti molto conservatori o radicali, si sono verificati ovunque, anche nei paesi più ricchi (si pensi alla destra evangelica in America).

Dopo qualche settimana di confinamento anche in Italia si sono fatte sentire le prime critiche alla chiusura delle chiese. Qualche isolato sacerdote ha invitato i fedeli a uscire dalle catacombe, dichiarando che «la chiesa non sarà mai luogo di contagio». Alcuni esponenti politici hanno chiesto l’apertura delle chiese per le festività pasquali. Per il giorno di Pasqua il movimento politico di Forza Nuova ha organizzato una processione che avrebbe dovuto raggiungere San Pietro, ma che si è risolta in un nulla di fatto.

La sera del 26 aprile 2020, a pochi minuti di distanza dalla conferenza stampa del capo del governo Giuseppe Conte, la persistenza della chiusura delle chiese ha provocato l’emissione di un comunicato stampa della Segreteria generale della CEI in cui si affermava che «i vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto». A questa uscita il papa ha risposto con una sconfessione implicita, invitando a mettere in atto «prudenza e obbedienza alle disposizioni». La tensione si è poi stemperata.

Intanto si è fatto maggiormente sentire il versante cattolico tradizionalista, che in genere coincide con la fronda di opposizione al pontificato di Bergoglio. La chiusura dei santuari di Fatima e di Lourdes – in teoria luoghi di guarigione – è stata aspramente criticata. Roberto de Mattei, storico cattolico tradizionalista e antievoluzionista, le ha interpretate come segno dell’approssimarsi «dei grandi castighi che la stessa Madonna ha preannunciato a Fatima […] forse già iniziati con il coronavirus»].

Pesantissimo è stato l’intervento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, uno dei maggiori oppositori dell’attuale pontefice, che dal luogo segreto in cui si è ritirato ha usato parole di fuoco:

È sembrato che la gerarchia, ad eccezione di rari casi, non abbia avuto alcun scrupolo a  chiudere le chiese e ad impedire la partecipazione dei fedeli al santo sacrificio della messa. Ma questo atteggiamento da freddi burocrati, da esecutori della volontà del principe, viene percepito ormai dalla maggior parte dei fedeli come un inquietante segnale di mancanza di fede. E come dar loro torto? Mi chiedo – e tremo a dirlo – se la chiusura delle chiese e la sospensione delle celebrazioni non sia una punizione che Dio ha aggiunto alla pandemia […] offeso dalla sciatteria e dalla mancanza di rispetto di tanti suoi ministri; oltraggiato dalle profanazioni del santissimo sacramento che quotidianamente si perpetrano con la sacrilega abitudine di amministrare la comunione in mano; stanco di sopportare canzonette volgari e prediche eretiche. […] Un atteggiamento, questo, che rivela la dolorosa situazione in cui si trova la gerarchia, disposta a sacrificare il bene delle anime per compiacere il potere dello Stato o la dittatura del pensiero unico. 

Viganò

Il papa a ogni attacco diretto al suo pontificato da parte di confratelli nell’episcopato ha scelto sempre di non rispondere. Per quanto gli attacchi frontali non siano mai stati così espliciti, già da tempo si assisteva a un accrescimento del cattolicesimo tradizionalista, più o meno vicino al movimento di rifiuto del concilio Vaticano II, fondato dal vescovo Marcel Lefebvre. Come ci ha magistralmente raccontato Giovanni Miccoli (2011), tali istanze reazionarie sono state negli ultimi decenni tollerate, nell’illusoria speranza di poter ricondurre il movimento nell’alveo della Chiesa.

Bibliografia

G. Baruffaldi, Ad Rituale Romanum commentaria, Balleoni, Venetiis 1731.

F. Borioni, Raccolta delle opere edite ed inedite, Puccinelli, Roma 1839.

A. Bossi, Prospetto sulla origine, natura e caratteri della peste, de’ contagi della febbre gialla di America e della malattia attualmente dominante nella città di Livorno, Marescandoli, Lucca 1804.

A. Celli, Antagonismi igienico economici, «Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali», 12 (1906).

G. Fracastoro, De contagione et contagiosis morbis et curatione, Giunta, Venetiis 1546.

F.J. García-Faria del Corral, La epidemia de gripe de 1918 en la provincia de Zamora: estudio estadístico y social, Instituto de Estudios Zamoranos, Zamora 1995.

G. Gastaldi, Tractatus de avertenda et profliganda peste politico-legalis, Manolessi, Bononiae 1684.

A. Manzoni, I promessi sposi, Signorelli, Roma 1962.

G. Miccoli, La Chiesa dell’anticoncilio: i tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, Roma-Bari 2011.

L.A. Muratori, Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, Soliani, Modena 1710.

P. Pirondi, Cenni su l’indole contagiosa della febbre che ora infesta gli abitanti della città e provincia di Reggio e progetto di mezzi per estinguerla, Davolio, Reggio 1817.

G. Sandri, Guida allo studio de’ contagi e simili morbi specifici, Antonelli, Verona 1853.

L. Settala, Preservatione dalla peste, Fontana, Brescia 1630.

L. Spinney, 1918 l’influenza spagnola: la pandemia che cambiò il mondo, Marsilio, Venezia 2018.

L. Topi, Forme di controllo in una città “appestata”: Roma 1656-1657, «Eurostudium», 44 (2017).

 

Precedente puntata:

  1. La religione di fronte alle epidemie

Un pensiero riguardo “Cattolicesimo ed epidemie: teologia, storia e attualità – II (Andrea Nicolotti)

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