Attualità · Covid-19

Cattolicesimo ed epidemie: teologia, storia e attualità III – Andrea Nicolotti

Pubblichiamo la terza e ultima puntata dell’intervento di Andrea Nicolotti su Cattolicesimo ed epidemie: teologia, storia e attualità.

Le puntate precedenti:

La religione di fronte alle epidemie

Assembramenti religiosi

Preghiere, oggetti sacri e reliquie.

Il caso della Sindone

Lo storico fiammingo Jean le Bel ricorda cosa avvenne durante la pestilenza a metà  ‘300:

Gli uomini non sapevano che pensare né che rimedio opporre; molti ritenevano che si trattasse di un miracolo e di una vendetta di Dio a causa dei peccati del mondo e fu per questo che certuni cominciarono a fare grande penitenza, in vario modo e con grande devozione. Fra gli altri, i popoli di Germania cominciarono ad andare per il paese, in grandi masse e su lunghi percorsi, portando crocifissi, bandiere e gonfaloni, andando in processione per le strade, in fila per due, cantando a gran voce canzoni recitate in rima su Dio e la Madonna. Andavano poi in una piazza e due volte al giorno si spogliavano fino alla camicia, battendosi a più non posso con flagelli di cuoio, in modo che il sangue scorreva ovunque dalle loro spalle, e tutti insieme cantavano le loro canzoni e poi si gettavano tre volte a terra e si calpestavano gli uni gli altri in segno di grande umiltà. […] Quando si vide che questa mortalità e pestilenza non cessava per quanta penitenza si facesse, sorse una voce che diceva che questa mortalità veniva dagli Ebrei e che gli Ebrei avevano gettato veleni nei pozzi e nelle fontane in tutto il mondo, per avvelenare la cristianità intera, per impadronirsi ovunque del potere e delle ricchezze (Le Bel 1926, pp. 17-19).

   Sono lontani i tempi in cui, fallite le penitenze ordinarie, si ricorreva alle autoflagellazioni corporali e, fallite anche quest’ultime, si andava alla ricerca di comodi capri espiatori. Le penitenze e le preghiere hanno mai funzionato? Christoph Markschies, illustre storico della Chiesa e presidente dell’Accademia delle scienze di Berlino-Brandeburgo, si è rallegrato del fatto che oggi nessuno in Germania sostiene che le persone debbano celebrare funzioni religiose per fermare il virus; a suo parere la religione e Cristo non possono intervenire nella risoluzione del problema sanitario: «Nel medioevo il coronavirus sarebbe stato combattuto con l’incenso; oggi è chiaro che cosa la religione non può fare, ma anche che cosa può fare: dispensare conforto e misericordia» (Frehse 2020).

   Markschies è protestante e forse nelle sue parole vi è un’implicita svalutazione del cattolicesimo, che sull’incenso ritiene di poter ancora confidare. Accanto alla preghiera, infatti, si è fatto ricorso a benedizioni con oggetti ritenuti avere una funzione apotropaica contro le pestilenze. Sono circolati sul web diversi video che ritraggono sacerdoti nell’atto di impartire benedizioni eucaristiche con l’ostensorio fra le mani non soltanto dai sagrati delle chiese, ma anche nelle strade deserte delle città, su automobili o da elicotteri.

spada

 

Nella giornata della Domenica delle Palme nel comune pugliese di Monte Sant’Angelo, che ospita il famoso santuario di San Michele Arcangelo, si è svolta la benedizione del mondo contro il coronavirus con la spada tolta dalle mani della statua dell’arcangelo, unitamente al santissimo sacramento e a una reliquia della croce.

 

 

   Si tratta della ripetizione di quanto fu fatto contro la peste nel 1656, anno in cui avrebbe avuto luogo la quarta apparizione dell’arcangelo. A Napoli il cardinale della città, inginocchiato di fronte alle reliquie del «potente san Gennaro», ha chiesto al patrono l’intercessione per ottenere la liberazione dall’epidemia. A Milano l’arcivescovo Mario Delpini si è recato sulle terrazze del Duomo e ha rivolto alla Madonnina della guglia, simbolo della città, una preghiera di intercessione trasmessa in TV. A Brescello il parroco ha esposto il crocifisso ligneo realizzato appositamente negli anni ’50 per le riprese cinematografiche della serie Don Camillo, il quale in una delle pellicole si recava in processione con il crocifisso per implorare l’aiuto celeste; creato per il cinema, l’oggetto era rimasto in chiesa come oggetto di culto vero e proprio. Esposizioni, preghiere e intercessioni simili sono state molte, è superfluo elencarle tutte.

   Merita però particolare attenzione il comportamento del papa. Il 15 marzo, mentre tutta Italia era chiusa in casa e le strade erano vuote, Francesco ha raggiunto la basilica di Santa Maria Maggiore per rivolgere una preghiera all’icona della Vergine Salus populi Romani.

SalusPopuliRomani2018

   Quindi ha percorso a piedi parte di via del Corso per recarsi alla chiesa di San Marcello e fermarsi in preghiera davanti a un crocifisso. L’icona di Maria era già stata usata almeno nel 593 e nel 1837 per domandare la fine di un’epidemia, e si dice che il crocifisso avrebbe salvato Roma dalla grande peste nel 1522 quando, per 16 giorni, fu portato in processione per tutti i rioni di Roma.

   Dodici giorni dopo, il 27 marzo, in una Piazza San Pietro completamente vuota il papa ha celebrato una liturgia di preghiera. Litanie di invocazione, letture bibliche, benedizione eucaristica sono state trasmesse in mondovisione e moltissimi commentatori hanno notato quanto potente e toccante fosse la figura del pontefice, solo, sotto la pioggia, in un contesto scenografico così evocativo. In nessuna delle letture e delle preghiere scelte si è fatto mai riferimento alla pandemia come castigo della mano di Dio per il peccato dell’uomo.

papa

   Per l’occasione erano state trasportate sul sagrato della basilica sia l’icona della Salus populi Romani sia il crocifisso di San Marcello e davanti a essi il papa ha sostato in preghiera. Era stata predisposta una semplice struttura per proteggere Francesco dalla pioggia, ma non altrettanto è stato fatto per le due opere artistiche. Fortunatamente l’icona della Vergine era una copia, mentre il crocifisso originale, risalente al XV secolo, ha purtroppo subito dei danni a causa dell’acqua ed è stato subito preso in cura dai restauratori vaticani.

   Gli storici ricordano che il crocifisso già in altre occasioni era stato chiamato a testimone di eventi speciali. Ma nonostante i giornali e le televisioni abbiano ripetuto la leggenda che il “crocifisso miracoloso” aveva salvato Roma dalla peste del 1522, l’analisi storica rivela tutt’altro: dopo le processioni del crocifisso dell’agosto 1522 l’epidemia si accrebbe e raggiunse il suo massimo fra ottobre e novembre, affievolendosi soltanto nella tarda estate del 1523, prima di rivitalizzarsi nel febbraio del 1524. Tutta l’esaltazione dell’effetto miracoloso delle processioni con il crocifisso non è veritiera ed è frutto di una propaganda ex post.

   Si entra qui nel campo minato dei presunti eventi miracolosi, che esaminati da vicino non reggono alla verifica scientifica e storica. È un campo che secondo alcuni sarebbe disdicevole percorrere, ma non ci si può esimere dal farlo, quando le leggende, non trattate come tali, vengono riproposte come se fossero dati di fatto.

   Per pura curiosità, il 15 marzo 2020 – giorno del breve pellegrinaggio papale – i morti per il virus in Italia sono stati 368 e sono cresciuti nei giorni seguenti; il 27 marzo – giorno della liturgia in piazza S. Pietro – sono stati 969, il massimo mai raggiunto, cui ha fatto seguito un progressivo calo. Fuori dall’Italia, come dato complessivo, la situazione di progressione fatale della malattia non ha subito rallentamenti.

La Sindone

   Nel 1598 a Torino e in Piemonte fin dall’estate si erano mostrati i segni della peste (Picco 1983, pp. 31-36). A novembre la popolazione era stata costretta a una sorta di confinamento, con chiusura dei pubblici esercizi. Durante l’inverno sembrava che l’epidemia non avesse attecchito, e il confinamento fu allentato. Il 28 febbraio 1599 si fece una processione solenne di ringraziamento per «la preservatione e liberatione» della città dal contagio, portando i corpi dei santi e le più insigni reliquie della città: oltre alla Sindone c’erano il corpo di san Valerico, san Secondo e san Maurizio e le reliquie di santa Caterina, della croce e della corona di spine. Parteciparono tutte le più alte autorità politiche e religiose cittadine (Cornuato 1599; Ricuperati 1998, pp. 505-07).

Le cose purtroppo cambiarono radicalmente di lì a poco. Un’ondata del morbo era già passata, il duca di Savoia aveva fatto riaprire la città in tutta fretta e non si era temuto di fare la processione; ma l’ambasciatore veneto Simone Contarini riferisce che ad aprile «torna la peste a rinnovarsi con molte forze in Turino», proprio quando i commerci avrebbero dovuto rimpinguare le casse dello Stato dopo che la chiusura della città aveva causato un danno economico:

Si è sforzato il signor duca di tener celato quanto ha più potuto questo nuovo travaglio, acciocché si facesse la fiera di Asti, già principiata, havendo egli commesso ai mercanti di Turino, anzi costrettili, a condurvisi tutti con lor mercantie, affine di poter poi cavar da loro quella somma di denaro che per molti mezzi è solito nei tempi presenti di procurarsi, non dovendo perciò valere loro la scusa di non averne, stante il non poter trafficare.

Ad aprile e maggio la peste in città si accresce; le autorità sanitarie chiedono al duca di chiudere nuovamente la città, ma egli resiste, «poiché gli riesce assai duro il confessare espressamente, con riserrarla di nuovo, il fallo di averla aperta oltre l’intentione di tutti, anticipatamente al bisogno». Sia il duca sia l’arcivescovo lasciano la città. A giugno, tre mesi dopo la processione, in città restano soltanto quattromila persone, perché molte sono state fatte sfollare in campagna e montagna; nondimeno

in Turino cresce in estremo la peste. Si sono serrate affatto le botteghe, sequestrato ciascuno in casa, né per la città camminano altri che sei sole persone, che han carico di provvedere del vivere a quelle poche che ci si trovano. Le chiese sono serrate, cominciandosi, come già si soleva, a celebrar messa su’ capi solamente delle strade; ed essendo morti tutti quelli che havevano cura di seppellire i cadaveri, ha tratti Sua Altezza dalle prigioni i condannati alla galera et ad altre pene gravi acciocché non habbino a mancare ministri a tale necessità. Et benché sia pochissimo il numero degli habitanti, muorono però fra i 50 e 60 al giorno.

Al 9 di luglio ormai

in Turino son le cose ridotte a termine dell’ultima disperatione; et di sua bocca confessa il duca stesso di non vedervi più rimedio alcuno, stante che muorono fin 180 in un giorno; che non v’è casa senza infetione; che non v’è strada senza molti cadaveri insepolti; che non v’è monastero ove rimanghi se non pochi religiosi vivi (Mutinelli 1856, pp. 299-305).

Non pare rispondente al vero, o è quantomeno fuorviante, quanto è stato scritto, nell’aprile 2020, sulla pagina Facebook del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone-Museo della Sindone: «Nel 1599 viene indetta una processione solenne con tutte le reliquie cittadine e il Sacro Lino, come segno di ringraziamento per la preservazione dal contagio». Sulla base dei dati storici noti, infatti, non vi fu alcuna preservazione, bensì una recrudescenza.

Fiochetto_Trattato_della_peste_1631

   Anche durante la grande peste del 1630 si fece ricorso alla Sindone. Il primo contagiato a Torino si ebbe in gennaio (Fiochetto 1631). Fra le varie iniziative religiose, il Consiglio civico decise che qualora fosse cessata la peste si sarebbe fatta una processione «visitando sette chiese come si fece nel 1599 anche nell’occasione della peste, e che nell’ultima chiesa, cioè a S. Giovanni, si dovesse presentare al S.to Sudario il voto, consistente in una tavoletta d’argento (Lanza 1898, p. 107). L’epidemia tocca il picco nell’agosto 1630; comincia a calare verso l’inverno, a dicembre sembra chetata, poi si ripresenta verso aprile del 1631 a causa di nuovi ingressi in città, ma non riprende forza. Si può dire passata alla fine di agosto. Nemmeno in questa occasione si riscontra alcuna prodigiosa mutazione dell’andamento naturale della malattia che possa soddisfare le condizioni che la Chiesa considera necessarie perché si possa pensare a un intervento soprannaturale: che la guarigione dalla malattia sia istantanea, completa e duratura.

   Nel febbraio 1632 Vittorio Amedeo I e Cristina fanno ritorno a Torino dopo il lungo sfollamento della corte prima a Cherasco, poi a Moncalieri e a Carignano. Poco dopo, il 29 febbraio, il Consiglio delibera di sciogliere il voto:

Il signor sindico propone che per la restituzione della città nella pristina sanità per grazia del Signore, ritorno di S. A. in essa et pubblico commercio conviene sodisfare al voto fatto di vestire dodici de’ signori consiglieri da peregrini et da essi farsi le sette chiese con rimetter la tavoletta nell’ultima chiesa al Santissimo Sudario et acciò il tutto si eseguisca conforme al voto […] Il consiglio commette ai signori sindici di supplicar S. A. che si compiaccia che si faccia la processione come si fece nell’altro contagio dell’anno 1599 (Claretta 1869, pp. 116-17).

  Nel frattempo, per la consueta ostensione del 4 maggio 1632, la Sindone non fu mostrata come al solito nella piazza «perché non havessero a venirvi forastieri con questi tempi sospetti di contagio», ma tutto avvenne nella chiesa cattedrale (Savio 1957, p. 311).

   Il 5 luglio, a epidemia spenta, si svolse finalmente la processione programmata: 12 consiglieri «vestiti in habito di pellegrino di sargia grisa con il bordone in mano», accompagnati dai confratelli della Compagnia dello Spirito Santo, fecero il giro delle 7 chiese cittadine: quella dei Cappuccini del Monte, la Madonna degli Angeli, i Santi Martiri, la chiesa dei Barnabiti, la Consolata, il Corpus Domini e infine la cattedrale, dove consegnarono all’arcivescovo che li attendeva «in abito pontificale sul faldistorio avanti l’altar maggiore» l’ex voto d’argento promesso (Claretta 1869, p. 117).

1632 targa pesteLa targa d’argento, ancora conservata, raffigura la Sindone distesa in cielo sopra la città accanto ai santi protettori torinesi, con i 12 consiglieri ritratti in preghiera. Giustamente nell’iscrizione non si ringrazia la Sindone per aver fermato la peste, ma soltanto per aver fatto sì che la città «non andasse completamente perduta» (ne funditus interiret). In effetti era scomparso circa un terzo della popolazione di Torino, che all’epoca raggiungeva i 25.000 abitanti.

 

   Veniamo ai giorni nostri. A Torino l’11 aprile 2020, Sabato santo, è stata organizzata un’ostensione straordinaria della Sindone. Il Sabato santo è un giorno aliturgico, in cui la Chiesa non prevede celebrazioni e resta in lutto per la morte del Signore, in attesa della grande notte di Pasqua. La Chiesa di Torino ha deciso di riempire questo giorno con una cerimonia para-liturgica trasmessa in mondovisione nella quale la Sindone, non spostata dalla sua sede, è stata svelata e mostrata alle telecamere. Il confinamento impediva ogni assembramento e rendeva ancor più insolito lo spettacolo del Duomo quasi deserto; dietro all’arcivescovo, però, vi erano le autorità politiche della città con le mascherine sui volti. La cerimonia si è svolta in una certa continuità con quanto era stato fatto dal papa a San Pietro alcune settimane prima. Lo stesso pontefice ha espresso all’arcivescovo il suo «vivo apprezzamento per questo gesto, che viene incontro alla richiesta del popolo fedele di Dio, duramente provato dalla pandemia di coronavirus».

   La celebrazione era strutturata in quattro parti. Prima un rito di ingresso e svelamento della Sindone, con la lettura del messaggio del papa; poi una preghiera davanti alla Sindone; quindi una contemplazione della reliquia; infine un atto di venerazione con orazione finale, la Preghiera nel tempo della fragilità, composta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI:

Dio onnipotente ed eterno, dal quale tutto l’universo riceve l’energia, l’esistenza e la vita, noi veniamo a te per invocare la tua misericordia, poiché oggi sperimentiamo ancora la fragilità della condizione umana nell’esperienza di questa pandemia virale. Noi crediamo che sei tu a guidare il corso della storia dell’uomo e che il tuo amore può cambiare in meglio il nostro destino, qualunque sia la nostra umana condizione. Per questo, affidiamo a te gli ammalati e le loro famiglie. […] Tu che sei conforto nella fatica e sostegno nella debolezza, per l’intercessione della beata Vergine Maria e di tutti i santi medici e guaritori, allontana da noi ogni male. Liberaci dall’epidemia che ci sta colpendo affinché possiamo ritornare sereni alle nostre consuete occupazioni e lodarti e ringraziarti con cuore rinnovato.

  A ciò ha fatto seguito una serie di collegamenti radiofonici con esponenti del mondo civile. Cesare Nosiglia si è dimostrato l’arcivescovo di Torino più propenso, negli ultimi decenni, a favorire la propaganda sull’autenticità della Sindone, sia nei suoi interventi personali, sia per l’organizzazione di una pastorale sindonica in strettissima collaborazione con il Centro di Sindonologia (diversamente da come avevano fatto alcuni suoi predecessori). Non a caso l’arcivescovo ha proposto questa ostensione-venerazione della Sindone durante la crisi della pandemia; e nonostante alla dicitura di «reliquia» si continui a preferire quella di «icona» (che si è imposta negli anni ’80 del secolo scorso), nella pratica la stoffa è trattata e presentata come una reliquia, cioè come l’autentico telo di Cristo, nonostante tutte le prove vadano in senso contrario (Nicolotti 2015 e 2016).

   È altamente significativo che uno spazio rilevantissimo dell’ostensione televisiva sia stato occupato dagli interventi, molto frequenti, di un rappresentante del Centro internazionale di studi sulla Sindone, il sindonologo Bruno Barberis. Da una parte ciò conferma la stretta alleanza fra il clero torinese e la sindonologia (disciplina che ha tutte le caratteristiche della pseudoscienza), dall’altra la precisa volontà di avallare un linguaggio che parla della Sindone senza lasciare dubbi in merito alla posizione della Chiesa sulla sua autenticità. Quando Barberis descriveva tutti i segni, le ferite e le piaghe dell’uomo della Sindone, non ne parlava come se si trattasse di raffigurazioni artistiche o iconografiche, ma di vere ferite, con dettagli a suo dire realistici, inflitte a Cristo durante la sua passione. Egli ha ripetuto per l’ennesima volta le false o dubbie asserzioni che la Sindone non può essere un artefatto, che ha contenuto il corpo di un crocifisso, che è imbevuta di vero sangue umano, dichiarando che «possiamo affermare con altissima probabilità che quella che vediamo sulla Sindone è l’impronta lasciata proprio da quell’uomo chiamato Gesù di Nazaret». Anche le contemplazioni della Sindone, previste dal rito, si soffermavano sulle varie parti del corpo sindonico (volto, mani, costato) con un linguaggio che chiaramente identificava ciò che si vede sulla Sindone con ciò che Cristo ha subito, lasciando nessuna possibilità di dubitare.

  Non sembra, almeno durante il presente episcopato, che la Chiesa torinese abbia intenzione di tornare verso posizioni più rispettose della storia e della scienza; giacché nella predicazione e nella divulgazione tutto si mette in atto per spingere il fedele a credere nella veridicità della reliquia. A mio parere la residua reticenza nel reintrodurre il termine «reliquia» al posto di «icona» è un segno di doppiezza più che una cautela teologica.

   La comparsa del Covid-19 ha confermato e rivitalizzato alcune contraddizioni e alcune divergenze all’interno del mondo cattolico. Da una parte è emersa la difficile conciliabilità fra una visione tradizionale, in cui le epidemie sono interpretate come una punizione divina a causa del peccato degli uomini, e una alternativa, che pone Dio al di fuori di qualsiasi responsabilità nei riguardi delle calamità naturali. Dall’altra parte è ritornata alla luce l’altrettanto tradizionale credenza nella possibilità di un intervento diretto di Dio nel contenimento dei contagi, propiziato dall’intercessione di santi, reliquie o oggetti miracolosi. A Torino dopo quasi quattrocento anni la Sindone viene nuovamente proposta come reliquia inserita in un contesto celebrativo nel quale si prega per la liberazione della pandemia; e sempre più forte si fa il vincolo fra la pseudoscienza dei sindonologi e la pastorale della Chiesa di Torino, ormai chiaramente orientata nel proporre ai fedeli l’autenticità della reliquia come se fosse un dato di fatto.

 

Bibliografia

G. Claretta, Il municipio torinese ai tempi della pestilenza del 1630, Civelli, Torino 1869.

A. Cornuato, Breve relatione della processione solenne fatta in Torino […] per la preservatione et liberatione d’essa città dalla peste, Bianchi, Torino 1599.

G.F. Fiochetto, Trattato della peste, et pestifero contagio di Torino, Tisma, Torino 1631.

L. Frehse et alii, Ostern fällt nicht aus!, «Die Zeit», 9 aprile 2020.

G. Lanza, La Santissima Sindone del Signore che si venera nella R. Cappella di Torino, Roux Frassati, Torino 1898.

J. Le Bel, Vraies chroniques, in G. Guénin-J. Novillac, Lectures historiques, Alcan, Paris 1926.

F. Mutinelli, Storia arcana ed aneddotica d’Italia, raccontata dai Veneti ambasciatori, vol. 2, Naratovich, Venezia 1856.

A. Nicolotti, La Sindone, banco di prova per esegesi, storia, scienza e teologia, «Annali di storia dell’esegesi», 33 (2016), n. 2, pp. 459-510.

A. Nicolotti, Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, Einaudi, Torino 2015 (ed. inglese accresciut: The Shroud of Turin. The History and Legends of the World’s Most Famous Relic, Baylor UP, Waco 2020).

L. Picco, Le tristi compagne di una città in crisi: Torino 1598-1660, Giappichelli, Torino 1983.

G. Ricuperati (ed.), Storia di Torino, vol. 3, Einaudi, Torino 1998.

P. Savio, Ricerche storiche sulla Santa Sindone, SEI, Torino 1957.

 

 

 

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