Attualità · Covid-19

Come (non) si racconta una pandemia. La Spagnola nelle pagine del «Corriere della Sera» – Luca Bertolani Azeredo

In un suo recente intervento, Alessandro Barbero osservava che la pandemia di Coronavirus del 2020 è destinata a diventare uno di quei «grandi avvenimenti storici, che poi fanno epoca», il primo da quasi vent’anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. In effetti, come hanno ricordato gli articoli pubblicati su questo blog, la pandemia di spagnola del 1918 sembra oggi incredibilmente attuale.
Assunta a modello di come medicina e politica affrontano una crisi (Lachenal & Thomas 2020), la spagnola ha subito per molti decenni quella “congiura del silenzio” ben evidenziata da Roberto Bianchi. Il ricordo di quell’evento nefasto fu a lungo consegnato alle memorie private, all’interno delle famiglie in cui la pandemia aveva lasciato un triste segno. Durante rivoluzioni, guerre e stravolgimenti politici, la spagnola fu percepita da milioni di persone come una delle tante disavventure subite. Per  superare i traumi lasciati si ricorse all’oblio.
Nel rileggere gli eventi legati alla pandemia di spagnola possiamo oggi proporre alcuni parallelismi con quelli che stiamo vivendo. La Cina è presente, per esempio, anche nel racconto della spagnola: per quanto le origini del virus fossero ancora incerte – soltanto nell’autunno 1918 si iniziò a intravedere il legame con le epidemie scoppiate nei mesi precedenti e non registrate o collegate tra di loro -, 200.000 cinesi che erano stati trasportati in Francia passando per gli Stati Uniti furono accusati di aver diffuso la malattia (Crosby 1989).

Precauzioni prese a Seattle, Washington. Non si sale senza mascherina (National Archives 165-ww-269b-011)
Precauzioni prese a Seattle, Washington: non si sale senza mascherina (National Archives 165-ww-269b-011)

La spagnola non fu la protagonista nella cultura dell’epoca come altre pandemie nel corso della storia: non esiste un Decamerone della spagnola e la stessa storiografia ha a lungo ignorato o comunque sottaciuto (Snowden 2019) quella che è legittimamente definibile la più grande pandemia della storia. Nel corso dei decenni la medicina ha scoperto che l’influenza si trasmette con un virus (1933), visto con il primo microscopio elettronico (1948);  ancora oggi non esistono cure ma solo forme di profilassi e di prevenzione, come i vaccini. A partire dagli anni ’80 del ‘900 e soprattutto all’inizio del terzo millennio sono apparsi studi basati su fonti prodotte dalle autorità politiche, militari e mediche (poco si discosta in questo Arnold 2018). Ma quella damnatio memoriae sembra continuare a impedire lo studio dell’impatto della pandemia sulla popolazione. Quei nostri nonni e bisnonni che ora ci possono sembrare così vicini rimangono senza voce e ormai in pochi hanno ancora qualche parente a cui è stato narrato quel disastro naturale.
Per avere un’idea di come la popolazione vivesse la pandemia di spagnola un buon punto di osservazione può essere la stampa e in particolare i quotidiani, pur sapendo che la censura militare (facente capo all’Ufficio stampa del Comando supremo delle Forze armate, insediatosi a Udine) era ancora rigida – come nel 1915, quando l’epidemia di colera scoppiata in Sardegna non era comparsa nei giornali, per non demoralizzare la popolazione. La diffusione di notizie importanti – e un’epidemia lo era – era dunque vietata perché avrebbe potuto essere usata dai nemici.
Finita la guerra non finì la censura, che rimase in vigore durante la smobilitazione (fino a giugno 1919).  Una circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 21 dicembre ne aveva ridotto gli ambiti al campo militare, o a quelli relativi a notizie “non conformi al vero che possano generare allarmi nella pubblica opinione o turbare i rapporti internazionali”. Con l’apertura della Conferenza di pace di Parigi (gennaio 1919), l’Ufficio stampa controllò e vistò le corrispondenze giornalistiche e solo nell’aprile fu abolita la censura telegrafica. Sono tutti elementi che non hanno certo contribuito a diffondere, soprattutto nei primi mesi di diffusione del contagio, un’informazione precisa sulla spagnola, tanto più che, come accennato, in un primo momento fu legata alla fine del conflitto, al ritorno dei soldati a casa.
Il punto di osservazione prescelto, il «Corriere della Sera», è importante per vari motivi: il quotidiano di Luigi Albertini era il principale foglio italiano, che aveva raccontato la guerra grazie a giornalisti di prim’ordine, in primis Luigi Barzini. Pur con un tasso di analfabetismo a livello nazionale di circa il 70% (Censimento 1921) il quotidiano milanese vendeva circa 400.000 copie (Accertamenti Diffusione Stampa, gennaio 2020). Attraverso le sue pagine si possono seguire gli interventi governativi nelle pagine di cronaca nazionale ma anche gli eventi, gli sviluppi relativi, le statistiche dell’epidemia a Milano e provincia, in quella locale.
In questo modo, seppur tra omissioni e reticenze, si possono conoscere le forme di intervento sanitario e politico, dopo un’iniziale confusione e discussione medica sulle origini della malattia – causata da un virus che all’epoca era solo teorizzato, senza le conoscenze scientifiche e tecniche per poterlo studiare – in mancanza di un rimedio, o di un vaccino, si fece ricorso alla prevenzione. Si consigliò di evitare gli assembramenti, gli ospedali aumentarono il numero di posti letto, alcuni luoghi pubblici vennero chiusi, si invitò a indossare mascherine di garza per evitare il contagio. Forme di profilassi molto simili a quelle adottate oggigiorno, ma molto più lievi rispetto al confinamento globale.
In assenza di una cura efficace, non mancarono tentativi da parte della medicina ufficiale e naturale, o alternativa, di trovare una soluzione al morbo.

1918-10-31

1919-01-15

 

 

 

 

 

 

 

Le farmacie finirono i medicinali, i cui prezzi salirono rapidamente costringendo le autorità a imporre calmieri, sollecitando i laboratori nazionali ed esteri a rifornirle. La notizia è riportata dal «Corriere della Sera» (22-23/10/1918). La pubblicità di cure miracolose aumentò, così come lo spazio dedicato ai necrologi e ai sospetti e false notizie: presunti complotti di case farmaceutiche – in primis la Bayer -, accusate di aver creato armi batteriologiche. Ad Hancock (New Jersey), alcuni ufficiali e infermieri di sanità furono addirittura accusati di aver diffuso l’epidemia in accordo con i tedeschi, e per questo fucilati (Preto 1987).

Comune di Milano precauzioni igieniche

 

In Italia prefetti e sindaci gestirono l’emergenza in accordo con i dirigenti della sanità pubblica. Un’economia di guerra era già in atto, dopo oltre tre anni di conflitto, e l’esercito – prima accusato di aver contribuito alla diffusione dell’epidemia in Italia – intervenne in aiuto delle autorità civili, rendendo disponibili i propri ospedali militari per gli ammalati più gravi. Limitandosi al caso milanese: uno di questi si trovava proprio a Codogno, il comune lodigiano tornato tristemente alla ribalta nel 2020 nei primi giorni di pandemia (CdS, 7/10/1918).nel

Una grande differenza tra le due pandemie è la “storicità” dell’evento: se oggi si parla già di disastro naturale del decennio, se non del secolo, gli osservatori coevi alla spagnola eliminarono, o ignorarono, il ricordo di questa immensa sofferenza, vissuta a ridosso di quella, ancora più pesante, della Grande guerra. Questa damnatio memoriae (Kolata 2000) non è spiegabile, come alcuni hanno proposto, con il fatto che i nostri antenati fossero ormai abituati alle epidemie: le sei di colera che avevano colpito l’Europa nell’800 avevano lasciato un vivido ricordo nella memoria collettiva. La spagnola aveva una tragica particolarità: il maggior numero di vittime non erano anziani, infanti o i settori più deboli della popolazione, bensì giovani adulti, proprio quella fascia d’età che di norma viene colpita meno duramente. Inoltre, la medicina aveva fatto numerosi passi in avanti nei decenni precedenti e durante la Grande guerra si erano riuscite a limitare le malattie castrensi, – come il tifo e il colera -,  diffuse dai soldati di ritorno dal fronte: durante il conflitto si ebbe una media in Italia di 3-4 soldati ammalati ogni 100 (Mortara 1925), grazie anche alla campagna di informazione e prevenzione avviata sin dai primi giorni di guerra. Quasi con un ottimismo menagramo l’igienista Enrico Bertarelli commentava a inizio ottobre 1918:

All’inizio della guerra i pessimisti avevano lanciato il presagio della coorte di malanni che l’esperienza dei secoli insegnava cavalcare dietro il galoppante corte della Guerra. Il colera, il tifo petecchiale, la tifoide, la peste segnavano i loro profili gialli sull’orizzonte rosso della strage. Ma il pronostico non ha tenuto. La difesa profilattica ha superato la prova e il fallimento dell’igiene è stato evitato (Bertarelli 1918).

Durante l’ondata autunnale dell’epidemia, quella che vide un tasso di morbosità e di mortalità maggiore (e che ancora era sotto l’occhiuta vigilanza militare), la Direzione generale di sanità insistette su tre punti: i numeri dei contagiati erano in continua diminuzione e il peggio era passato; l’Italia era in realtà uno dei paesi colpiti meno duramente – ma la situazione degli altri paesi non era raccontata, sempre per motivazioni politiche e militari; la percentuale dei decessi non superava il 2%. Tre affermazioni false, ma sostenute per mesi e mesi, nonostante che i numeri di contagiati e morti per influenza venissero pubblicati quotidianamente e dimostrassero l’opposto.
La spagnola colpì l’Italia nella primavera 1918. A maggio si registrarono le prime epidemie circoscritte nei centri abitati e, col passare delle settimane, il morbo si diffuse sempre più. Il cosiddetto “mal gentile” non poteva distrarre l’attenzione dalle ben più importanti operazioni militari, e per quanto in alcune regioni, come la Sicilia, i tassi di mortalità iniziassero a diventare insoliti, si continuò a censurare senza agire. Le uniche informazioni di questa prima ondata si ricavano dai registri degli ammalati nelle carceri, nell’esercito o nelle fabbriche: l’ondata primaverile colpì soprattutto in maggio, per poi calare drasticamente nelle settimane successive fino quasi a sparire durante l’estate. Il numero di vittime non fu molto maggiore di quello rilevato, per gli stessi mesi, prima della guerra  (Tognotti 2002 e 2015).
Dopo la prima ondata il virus dell’influenza ritornò in una forma più virulenta e mortale, come ammise Alberto Lutrario, direttore generale del Consiglio superiore di sanità:

Nei primi del mese di luglio, quando potrebbe dirsi esaurita quella prima fase, irruppe nella Calabria e in una forma più violenta e più grave. Iniziatasi a Rosarno, si diffuse rapidamente nella provincia di Reggio e poi in quella di Catanzaro, quindi passò nelle province di Palermo, di Cosenza, di Chieti, di Caserta, di Parma, di Alessandria, di Torino e in Liguria («Resto del Carlino», 24/10/1918).

A settembre l’intera penisola era stata colpita. Le pagine del «Corriere della Sera» erano concentrate sulle operazioni di guerra, ma i necrologi iniziarono ad occupare una parte rilevante, tra cui vari di giovani, morti per improvvisi e misteriosi morbi:

10 settembre, Maddalena Imberti-Gastaldi (anni 37, dopo pochi giorni di fulminea malattia); 11 settembre, Angelo Aimone (anni 31, dopo brevissima e violenza malattia);  Amedée Giulio Nasi (dopo brevissima malattia è volato ritornando cogli Angioli, il bimbo adorato); 12 settembre, Battista Quadri (anni 10, colpito da violento morbo che in poco tempo lo rapiva all’affetto dei suoi cari); 13 settembre, Achille Baistrocchi (per rapido morbo ribelle alle cure più amorose e sapienti), Francesco Ratti (dopo breve malattia); 14 settembre, Elio Bonetti (farmacista, anni 38, repentinamente per violenta malattia) e Angelina Ravà Sullam (inesorabile malattia toglieva all’affetto dei suoi in pochissimi giorni); 15 settembre, Domenico Ferro (per morbo violento e inesorabile), dottor Giacomo Corbetta (anni 36, dopo breve malattia); 16 settembre: N.H. Giuseppe Graziani (dopo brevissima malattia), Cesare Ornati (anni 36, dopo brevissima malattia), Francesco Buscaglia (anni 14, colpito da violento morbo); 17 settembre, conte dott. Alessandro Torriani (medico chirurgo, anni 38, per morbo violento).
Proprio il 17, quando ormai la situazione era diventata insostenibile e persino l’Ospedale maggiore di Milano era stato costretto a rifiutare per mancanza di posti letto il ricovero ai malati, il «Corriere della Sera» iniziò a dedicare – ma solo nella cronaca locale – i primi articoli alla spagnola. La censura militare non poteva occultare la diffusione di informazioni sulle misure preventive assunte dal governo Orlando; inoltre – ma qui il discorso si complicherebbe, perché va considerato il pubblico di lettori del giornale, tradizionalmente medio e alto-borghese – nemmeno lasciare i cittadini nella paura e nell’incertezza.
Fu il Dottor Ry (pseudonimo di Alessandro Clerici) a firmare il primo articolo sulla “Spagnuola” (sic.): l’epidemia era nota da tempo (era comparsa circa 5-6 mesi prima) e aveva chiaramente rallentato le operazioni militari sul fronte occidentale. Per cercare di rassicurare i lettori si spiegò che la malattia era solo in pochi casi mortale. La sua grande diffusione aveva aumentato il numero totale di morti per complicazioni, e non c’era da preoccuparsi per il contagio: non si trattava di una normale influenza estiva, ma di un virus portato da alcuni insetti, zanzare probabilmente, che con il loro morso trasmettevano il morbo all’uomo. Evitando qualsiasi tipo di prevenzione e profilassi, si consigliava il riposo come semplice e unica cura del malessere.

Medico e infermiere, Powell River, 1918
Medico e infermiere, Powell River, 1918

Pochi giorni dopo intervenne il professor Bordoni Uffreduzzi, medico capo municipale, che aveva un punto di vista sulla patologia completamente opposto al dottor Ry: in Italia stava tornando la grippe, come veniva chiamata l’influenza, non diversa da quella che aveva colpito in primavera e arrivata sotto forma di pandemia già nel 1889/90 (la “influenza russa”). Uffreduzzi si concentrava sulla prevenzione: era importante isolare gli ammalati ed evitare gli affollamenti per limitarne la diffusione, pulire gli spazi abitati pubblici e privati e lavarsi spesso le mani. L’amministrazione locale e i dirigenti dell’Ospedale maggiore e degli ospedali militari di Milano si limitarono ad aumentare i posti letto e a diminuire le visite ai malati (CdS 24/09/1918).

Infermiera con mascherina protettiva contro l_influenza. 13 Settembre, 1918. (National Archives 165-WW-269B-5-nurse-l)
Infermiera con mascherina protettiva -13 settembre 1918 (National Archives 165-WW-269B-5-nurse-l)

Il mese di settembre passò senza prendere misure straordinarie per affrontare l’epidemia che stava divenendo pandemia. Sul giornale si discolpava l’esercito: negli accampamenti la diffusione era in calo (CdS 26/09/1918). Il Dottor Ry dovette tornare sui suoi passi, allineandosi alla lettura di Uffreduzzi: si trattava di “influenza o grippe in volgare, simile a quella del 1889/90” (CdS 29/09/1918). Il governo con il suo “programma pratico” aveva fornito le linee guida di profilassi – evitare la diffusione, incrementare l’ospedalizzazione, indossare maschere di garze e disinfettare gli spazi) – ma nulla di davvero concreto venne messo in atto fino a ottobre. Allora, infatti, il prefetto chiuse le scuole di ogni ordine e grado, garantendo gli esami di licenza; il sindaco rese obbligatoria la denuncia dei casi di influenza e delle sue complicazioni;; in Parlamento il medico Michele Pietravalle (docente di Igiene pubblica all’Università di Napoli, già membro del Consiglio superiore della sanità pubblica) presentò un’interrogazione al governo sullo stato sanitario del paese e le misure attuate per garantire le condizioni igieniche ed evitare riunioni e assembramenti. Le denunce si dimostrarono uno strumento inadeguato per il numero dei casi – stimati a 70.000 nella sola Milano (che tra il 1911 e il 1921 crebbe di 150.000 unità, da 867.087 a 1.002.788 abitanti: ISTAT 1926) – perché i medici di base non riuscivano a fronteggiare tutte le richieste: «Una famiglia di via Vallezze ebbe cinque persone ammalate e inutilmente, ripetutamente, chiamò il medico condotto» (CdS 2/10/1918). Le prime precauzioni per limitare il contagio prevedevano la costante aerazione dei tram, il prolungamento dell’orario di apertura delle farmacie e la chiusura dei cinematografi. Quest’ultima ordinanza fu accettata con evidente malumore dall’Associazione dei cinematografisti della Lombardia e del Veneto, che suggerirono di chiudere anche teatri, bar e osterie (CdS 3-11-18/10/1918), o di garantire almeno la propria apertura dopo misure di distanziamento tra gli spettacoli per poter disinfettare e cambiare l’aria costantemente, limitando così perdite economiche (CdS 10/10/1918). I cinematografi dovettero aspettare il 1919 per la riapertura per uno spettacolo quotidiano, mentre i teatri ebbero come unico vincolo la chiusura di un solo giorno a settimana per disinfettare gli spazi (CdS 31/10/1918).
Se da una parte si continuava a considerare la situazione non preoccupante, ricordando che nell’esercito i casi erano limitati i casi (intervista al colonnello medico Arcangelo Mennella, futuro direttore della Sanità militare di Roma: CdS 3/10/1918), dall’altra non si poteva celare alcuni fatti: il lavoro delle sepolture fosse triplicato e si era dovuto ricorrere ai prigionieri, chiudendo le “necropoli” al pubblico per la commemorazione dei defunti a inizio novembre (CdS 4/10 e 19-30/10/1918). I luoghi di culto rimasero invece aperti, su richiesta dell’arcivescovo, a condizione di essere disinfettati e di garantire il distanziamento tra i fedeli (CdS 4 e 10/10/1918).
Dopo le prime interviste a medici ed esperti, visto che le informazioni confuse trasmesse dalla comunità scientifica avevano abbassato il morale dei lettori e provocato anche alcune vittime (Primo Ugoletti morì per iniezioni di argento colloidale: CdS 4/10/1918), il quotidiano milanese adottò una linea più cauta. Continuarono gli aggiornamenti quotidiani del numero di denunce e di morti per influenza, dati che la prefettura interpretò come inizio del calo o al massimo come oscillazioni, un segnale di una stazionarietà dei contagi e di un’imminente decrescita (CdS 6-11/10/1918).

Un barbiere all_aperto. Fotografato all_University of California, Berkeley, 1919. (National Archives)
Un barbiere all’aperto, fotografato a University of California, Berkeley, 1919 (National Archives)

Passarono più di due settimane senza alcun intervento drastico da parte delle autorità,  al di là delle misure prese nei confronti dei cinematografi e della chiusura anticipata alle 21 di “bettole e osterie” (CdS 13/10/1918), del divieto di accompagnare i cortei funebri e di visitare i malati ricoverati. Nelle ultime settimane di ottobre non vi furono particolari novità e – nonostante la montante preoccupazione per il contagio – i numeri iniziarono a mostrare un calo sia di nuovi ammalati sia di morti. Dopo la metà del mese si raggiunse il picco di mortalità e, grazie alle misure di prevenzione approntate, il contagio rallentò. Ai primi di novembre, specialmente dopo Vittorio Veneto, sulla spagnola calò il silenzio (eccezion fatta per il «Bollettino dell’influenza»), lasciando spazio ad annunci e proclami, festeggiamenti e notizie dall’estero. Non c’era tempo o spazio per preoccuparsi dell’influenza, che non era però scomparsa. Con il riversarsi nelle piazze dei cittadini per festeggiare la fine del conflitto – in Italia come negli altri paesi vincitori (Crosby 1989) –  e il ritorno dal fronte di centinaia di migliaia di soldati, in novembre arrivò un secondo picco, con un tasso di mortalità di poco inferiore al primo.
La terza ondata della spagnola arrivò ai primi del 1919 e vide il ritorno di alcune misure di profilassi: norme sanitarie per cinematografi, teatri, tram (CdS 1-4/01/1919), scuole chiuse per ospitare gli ammalati (CdS 14/01/1919). I lettori non furono però aggiornati sugli sviluppi della ricerca scientifica o sulla gestione politica, ma solo con i tristi dati: diverse centinaia di morti tra gennaio e febbraio. Le scuole furono comunque riaperte e così i cinema, e le farmacie tornarono agli orari normali (CdS 30/01-1/02/1919). Infine, il 18 febbraio, la buona notizia, non particolarmente evidenziata: «nessuna nuova denuncia».

Da questo breve excursus si possono ricavare alcune considerazioni: in primo luogo, il complesso rapporto tra censura e comunicazione. Lo scoppio della pandemia autunnale fu censurato per settimane intere, finché le conseguenze di questi silenzi divennero palesemente insostenibili: per informare efficacemente sui contagi, le misure di prevenzione e di cura, e soprattutto sulle misure prese in atto dalle istituzioni per limitare le infezioni, era necessario diminuire le maglie della censura, rimasta invece in vigore.
L’epidemia, dopo l’ondata primaverile – quando il contagio si era concentrato solo in alcuni paesi – si era trasformata rapidamente in pandemia: quando il potere militare e politico lasciò più spazio all’autorità medica, questa non sembrò in grado di gestire la situazione. I responsabili medici e quelli sanitari si contraddicevano pubblicamente, rendendo più complessa la comprensione dei fatti. Lo spazio minore dedicato alla malattia, più che una sorta di autocensura (non da escludere) deriva dalla diversa gestione della comunicazione  scientifica da parte dei media: un quotidiano deve fornire notizie aggiornate, ma corre il rischio di restare vittima del suo presentismo, che lo porta a contraddirsi e ritrattare avvenimenti commentati pochi giorni prima. La scienza, invece, ha bisogno di tempi più lunghi per studiare gli eventi, cercare di comprenderli, e infine giudicarli. In una situazione come quella di una pandemia – oggi ne siamo ben consapevoli – questo tempo è strettissimo e il panorama cambia così rapidamente da indurre a risposte azzardate e non scientificamente accurate, a costo di fornire risposte parziali se non fallaci. La via scelta allora dal “Corriere della Sera”, in linea con la sua tradizione e impostazione, fu quella della sintetica, corretta, asettica pubblicazione dei dati in aggiornamento: infezioni, morti, contagi, con cifre fornite dalle autorità, quindi considerate attendibili. Questa “astrazione della disgrazia” spiega anche – come ricorda Bianchi –  l’apparente facilità con cui si superò il dramma, aggiungendo i milioni di vittime della pandemia – ormai intese come freddi numeri – alla moltitudine di caduti della Grande guerra. La fine della pandemia poteva essere sinteticamente commentata con tre semplici parole: “nessuna nuova denuncia”.

(Università degli studi di Padova)

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