Attualità · Covid-19

La crisi della democrazia indiana ai tempi del Covid-19 – Debora Spini

immagine 1 India constitution.jpgIl 26 gennaio 2020 ha segnato il settantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Indiana.  In quel giorno del 1950 infatti il Government of India Act cedeva il passo a una Carta costituzionale che nel Preambolo proclamava  nel nome di WE, THE PEOPLE OF INDIA, la Costituzione dell’India “into a Sovereign, Socialist, Secular and Democratic Republic” e ribadiva l’impegno ad assicurare a tutti i cittadini dell’India “JUSTICE, social, economic and political; LIBERTY of thought, expression, belief, faith and worship; EQUALITY of status and of opportunity; and to promote among them all FRATERNITY assuring the dignity of the individual and the  unity of the Nation.

Quest’anno l’ospite d’onore per i settant’anni della Repubblica Indiana è stato il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ben lontano dall’incarnare i valori della carta costituzionale ispirata da Mohāndās Karamchand Gandhi, Jawaharlal Nehru e Bhimrao Ramji Ambedkar. Un mese dopo, mentre si registravano i primi casi di Covid-19, iniziava il “Namaste Trump Tour”, nel quale il presidente statunitense e il primo ministro Narendra Modi celebravano amicizia e unità di intenti.

Immagine 2 migrant workersSei mesi dopo, la situazione in India è drammatica. Il Covid-19 ha colpito duramente il paese, la curva dei contagi continua a salire e soprattutto la pandemia ha ulteriormente inasprito i conflitti e le contraddizioni che già da anni segnano la più grande democrazia al mondo per numero di abitanti. Il lockdown ha implicato l’espulsione dalle grandi città di almeno 46 milioni di lavoratori, che hanno tentato di raggiungere le loro case con ogni mezzo possibile, spesso semplicemente a piedi. Mentre molti sono ancora in viaggio, questo esodo è costato sofferenze atroci e la perdita di molte vite. Arundati Roy ne ha sottolineato l’analogia con un’altra tragica migrazione di massa, quella che accompagnò la Partition del 1947, anche se questa volta motivato dall’appartenenza di classe piuttosto che da quella religiosa (Roy 2020).

Tuttavia, la dimensione religiosa ha segnato profondamente anche la gestione di questa epidemia. Dopo che le autorità indiane hanno appurato un alto numero di contagiati in seguito a un raduno di massa organizzato a Delhi in marzo dal movimento missionario Islamico Tabligi Jamaat, esponenti del BJP (Bharatiya Janata Party) lo hanno definito un “Talibani crime” e un atto di “coronavirus terrorism”. L’hashtag “corona jihad” si è diffuso con la velocità del lampo (Bajoria 2020).

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Queste voci complottistiche hanno portato a un’ulteriore ondata di violenze contro la minoranza musulmana. Nel frattempo, il primo ministro Modi nelle sue apparizioni in TV incoraggiava la pratica dello yoga e diffondeva via tweet video che lo ritraevano durante la fitness routine.

La situazione drammatica causata dal Covid-19 ha fatto seguito alla crisi politica che aveva investito il paese negli ultimi mesi del 2019 dopo l’approvazione del Citizenship Amendment Act (CAA) e della legge istitutiva del National Citizenship Record (NCR).  Combinate insieme, le due leggi compromettono gravemente la condizione di piena cittadinanza della “minoranza” islamica. Il CAA prevede infatti un percorso di concessione accelerata della cittadinanza ai rifugiati provenienti da tre Stati a maggioranza islamica – Pakistan, Afghanistan e Bangladesh. L’accesso alla cittadinanza è però riservato a hindu, sikh, giainisti, buddisti e cristiani, escludendo quindi i musulmani.

Il censimento previsto dalla legge sul NCR ha lo scopo di documentare chi abbia veramente titolo a rivendicare la cittadinanza indiana, in modo da identificare ed eventualmente espellere gli immigrati illegali: si richiede di provare la discendenza da persone che si trovassero in India legalmente già dal 1971. La sua applicazione – per ora limitata allo Stato dell’Assam – ha portato all’esclusione dalla cittadinanza di oltre 1.900.000 persone. Fino allo scoppio dell’epidemia, l’estensione del provvedimento a tutto il territorio nazionale era una priorità assoluta per il ministro degli Interni Amit Sha. Evidentemente, per i milioni di persone che vivono nelle aree rurali o negli immensi slums delle megalopoli, fornire le prove richieste dalla legge è impossibile. Il meccanismo creato dal CAA interverrebbe per impedire ai musulmani di regolarizzare la loro posizione. Il governo, guidato dal Bharatiya Janata Party, continua così nella sua politica di saffronisation, iniziata con il primo mandato nel 2014 e poi con la landslide victory del maggio 2019: con questo termine si indica il progetto politico culturale della destra hindu, che vuole identificare l’identità indiana con l’appartenenza religiosa hindu.

Barbed-wire placed by security personnel stretches across a Srinagar street in Indian-controlled Kashmir, Aug. 11, 2019. (Atul Loke/The New York Times)

Nell’agosto 2019 una legge approvata dal Lok Sabha (Parlamento Indiano) ha privato lo Stato di Jammu e Kashmir (poi smembrato e ridotto al rango di semplice “territorio”) dello statuto speciale di cui godeva per dettato costituzionale; la repressione non ha colpito solo i movimenti indipendentisti ma tutta la popolazione di J&K, con una ondata di arresti, violenze extragiudiziarie e l’isolamento seguito al lunghissimo blocco di internet.

Questa sorta di offensiva antipluralista concretizzatasi nel CAA e NCR non ha mancato di suscitare una forte ondata di opposizione e di protesta, che Neera Chandhoke ha definito una vera e propria “eruzione” della società civile (Chandhoke 2020, pp. 21-24). Il variegato movimento anti CAA ha portato alla luce nuove forme di protagonismo e di attivismo politico. Fra queste, notevole è stata la mobilitazione delle donne musulmane che a Delhi, nel quartiere di Shaheen Bagh, hanno mantenuto per oltre due mesi un sit-in contro le proposte di legge del governo nel nome dei principi sanciti dalla Costituzione. La protesta di Shaheen Bagh ha catalizzato i soggetti più diversi; intorno al sit-in delle donne ruotavano infatti studenti, intellettuali e gruppi di vario tipo; particolarmente interessante anche la vasta solidarietà espressa da comunità sikh, hindu e cristiane. Altre “Shaheen Bagh” sono nate in altrettanti parti del paese, da Mumbai a Kolkata.

IMMAGINE 5shaheen bagh.jpg

L’esperienza di Shaheen Bagh è estremamente significativa sotto molti aspetti. In primo luogo è un esempio di soggettività politica femminile, in cui l’identità religiosa non ostacola bensì sostiene la mobilitazione politica. Le donne di Shaheen Bagh si sono mobilitate sì in quanto musulmane, ma in difesa dei valori di secolarismo inclusivo propri della Costituzione indiana, compiendo così una riappropriazione assolutamente innovativa del vocabolario e della simbologia dell’identità nazionale. Al di sopra della folla di donne sedute per terra ondeggiavano infatti la bandiera nazionale e il ritratto di Ambedkar, e l’inno nazionale si mescolava agli slogan. Le ragazze si dipingevano le guance con il tricolore; una di loro portava il cartello “Our religion is Indianness”.

La presenza di Bolsonaro per il compleanno della Costituzione e il Namasté tour di Trump sono una prova lampante di quanto l’India di Modi si stia allontanando dallo spirito che ha animato la redazione della sua Costituzione, lo spirito di Nehru e Ambedkar. D’altro canto, la mobilitazione contro il CAA/NCR testimonia la vitalità di quei valori. L’eredità del movimento per l’indipendenza è oggi messa a dura prova. Dei quattro aggettivi che nel preambolo della costituzione caratterizzano la Repubblica indiana, forse l’unico ancora appropriato è “sovereign”; tuttavia, esprime più un’aspirazione che una realtà, visto che la politica estera del governo Modi è muscolare e bellicosa più a parole che non nella pratica. Gli altri tre aggettivi socialist, secular and democratic stanno divenendo sempre meno rilevanti. L’aspetto socialista del progetto nehruviano è ormai tramontato, e non solo per gli emendamenti del 1976-’77 che ne avevano cancellato il riferimento dal Preambolo della Costituzione. La linea del BJP oscilla fra due poli. Da un lato, il retaggio del protezionismo e di una sorta di “socialismo nazionale” di stampo corporativo ereditato dal Sangh Parivar (l’organizzazione ombrello della destra hindu) e dall’altro l’attuale entusiasmo per una globalizzazione neoliberista e l’invito incondizionato ai foreign investments  espresso a  Davos (Mehta 2019).

L’India è una grande democrazia, tuttavia in questi ultimi anni la qualità delle istituzioni democratiche e più in generale di tutto il tessuto sociale che le sostiene si è andata deteriorando; secondo il Democracy Index di «The Economist», l’India è scivolata indietro di 10 posizioni, assestandosi al 51° posto e guadagnandosi la definizione di flawed democracy (Chandar 2020). L’India di Modi sta assumendo sempre più i tratti di una majoritarian democracy di stampo populista. Tipici del populismo di destra infatti sono la concezione antipluralista e forzatamente omogenea del “popolo” come fonte della legittimità, senza curarsi delle minoranze, anzi marginalizzate e in ultima analisi espulse dal corpo della cittadinanza.
In questa trasformazione in direzione di una “democrazia etnica” (Jaffrelot, 2019) l’attacco al carattere secular della Repubblica indiana ha un ruolo di primo piano. Sulla scorta dell’ideologia hindutva, basata sull’identificazione fra hindu-ness e indian-ness, si vuole quindi sostituire il popolo di cittadini definito dalla Costituzione del 1949 con un ethnos definito su base religiosa; di questo processo il CAA costituisce una tappa fondamentale.

immagine 6 gandhi RSSLa narrazione identitaria hindutva è accompagnata da una radicale rivisitazione della storia dell’India, che raffigura la minoranza musulmana come il risultato di “invasioni” di popolazioni straniere e da una narrazione semplificata della stessa identità religiosa, che assume acriticamente la nozione di “induismo” ereditata dal colonialismo. Negli ultimi anni, Narendra Modi ha messo in atto un’attenta strategia di appropriazione di figure iconiche, in primo luogo il Mahatma Gandhi (Ameen 2019) e persino B.R. Ambedkar (Vajpeyi 2016).
L’eredità del nazionalismo democratico e secolare nehruviano, oggi messa così pesantemente in questione dalla deriva identitaria del BJP, non è stata esente da critiche da parte di autorevoli voci, provenienti anche dal campo dei subaltern e post colonial studies. Per fare l’esempio forse più noto, Partha Chatterjee ha definito il nazionalismo nehruviano “derivative” (Chatterjee 1986), cioè troppo profondamente radicato nella cultura occidentale e pertanto inadeguato a fronteggiare la complessità del tessuto sociale indiano. Già qualche decennio fa Ashish Nandy aveva aperto la strada a una critica radicale del secolarismo indiano in prospettiva post-coloniale, in quanto subalterno a paradigmi di modernità e di razionalizzazione derivate dal retaggio culturale occidentale (Nandy 1988). Al contrario, Rajiv Barghava ha rivendicato la specificità del secolarismo indiano e il suo carattere di principled distance, cioè di equidistanza ma non indifferenza fra Stato e gruppi religiosi; un esperimento ben diverso dalla tradizione europea di laïcité à la française o anche dalla pura e semplice neutralità liberale, che pure potrebbe rivelarsi un esempio da seguire anche per molte democrazie occidentali (Barghav 2013).
Nonostante l’approccio critico postcoloniale sia opportuno e utile per evitare la tentazione di proporre agiografie ingenue, le proteste degli ultimi mesi sono prova di quanto il “sogno” della costruzione di una nazione di cittadini, pluralista e democratica descritto da Nehru nel discorso del 15 agosto 1947, continui ad avere un grande potenziale di mobilitazione. Come ha notato Neera Chandhoke, è molto significativo che la mobilitazione contro il CAA/NCR sia avvenuta nel nome della Costituzione, della democrazia, e anche del patrimonio del secolarismo indiano: «Il messaggio scritto sui manifesti, espresso in linguaggi innovativi, canzoni, arte e graffiti, è inequivocabile. “Noi, il popolo dell’India”, non tollereremo la fusione tra identità religiosa e cittadinanza, non permetteremo l’indebolimento della laicità e dell’uguaglianza, non accetteremo emendamenti irresponsabili alla Costituzione e non cederemo ai tentativi di dividerci» (Chandhoke 2020, pp. 21-24).

immagine 7 Nehru tryst with destiny speech 15 August 1947Il 15 agosto 1947 Nehru affermava che il sogno di libertà e di uguaglianza dell’India era quello di tutto il mondo: “for all the nations and peoples are too closely knit together today for any one of them to imagine that it can live apart” (Nehru 1947).
Queste parole interrogano con forza anche il contesto occidentale, soprattutto europeo. Quello indiano si conferma ancora una volta, nel bene e nel male, un laboratorio della modernità, delle sue contraddizioni e delle sue luci e ombre; un osservatorio importante sull’attuale crisi della democrazia, e sulle pericolose derive di stampo populista e autoritario.

Debora Spini (New York University in Florence)

Bibliografia (ultima consultazione url 16 maggio 2020)

F. Ameen, Who’s on RSS magazine’s cover? Gandhi, «The Telegraph», 10 maggio 2019

J. Bajoryia, Coronajihad is only the latest manifestation – Islamophobia in India has been years in the making, Human Rights Watch, May 2020

R. Barghav, Reimagining Secularism: Respect, Domination and Principled Distance, «Economic and Political Weekly», 48 (2013), n. 50, pp. 79-92

S. Chandar, India drops 10 places in The Economist’s democracy rankings over Kashmir and citizenship law, «The Economist», 22 gennaio 2020

N. Chandhoke, L’eruzione della società civile, «Confronti», aprile 2020

P. Chatterjee, Nationalist Thought and Colonial World: A Derivative Discourse?, Zed Books, London 1986

C. Jaffrelot, L’Inde de Modi, National-populisme et démocratie ethnique, Fayard, Paris 2019

G. Mehta, Hindu Nationalism and the BJP’s Economic Record, 2019 

A. Nandy, The Politics of Secularism and the recovery of Religious Tolerance, «Alternatives Global, Local, Political», 13 (1988), n. 2, pp. 177-94

A. Roy, The Pandemic is a Portal, «Financial Times», 3 aprile 2020

A. Vajpeyi, Appropriating Ambedkar, «The Hindu», 21 aprile 2016

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