Attualità

Il tempo di George Floyd: una prospettiva storica – Lorenzo Kamel

La morte di George Floyd per mano di alcuni agenti della polizia di Minneapolis, ora assurta a tema globale con rivolte e manifestazioni, coinvolge larga parte del mondo. Iniziata come una protesta contro il sistema di discriminazione strutturale a cui è ancora oggi soggetta la popolazione nera degli Stati Uniti, si è presto trasformata in un più ampio movimento di dissenso finalizzato a denunciare le iniquità del presente e i riverberi delle ferite del passato, in larga parte legate ai risvolti dei colonialismi (Dirlik- Chuang, 2018). Questi ultimi hanno lasciato, in molti angoli del pianeta, cicatrici sociali, culturali ed economiche sulle quali numerosi paesi occidentali hanno costruito e in alcuni casi continuano a costruire – come nel contesto del “neocolonialismo economico” in Africa (Langan 2018) – il proprio benessere.
Da più parti viene sostenuto che il colonialismo rappresenta ormai una sorta di vestigia del passato e che la sua fine sia coincisa con il ritorno della sovranità cinese sulla piccola città-stato di Hong Kong (1° luglio 1997), dopo 156 anni di dominio britannico: l’Asia, per la prima volta dopo 500 anni, si trovò allora libera da qualsiasi presenza coloniale europea. I recenti e prolungati scontri in India, i più cruenti dalla spartizione del 1947, sull’identità religiosa di chi abbia o meno diritto alla cittadinanza, o le violente proteste registrate negli ultimi mesi a Hong Kong, solo per fare due esempi significativi, rappresentano in realtà due ulteriori conferme dei perduranti riverberi dei fenomeni coloniali.
È evidente che le proteste negli Stati Uniti – peraltro molto eterogenee nel modo in cui si sono declinate nei vari stati che formano il Paese – presentino non poche differenze rispetto a quanto sta avvenendo a Hong Kong, in India e in decine di altri paesi (anche occidentali): ognuno di questi contesti è contraddistinto da retaggi storici e da dinamiche interne peculiari. Piuttosto diverse sono state anche le reazioni dei vari paesi direttamente coinvolti: l’agente che ha ucciso George Floyd è stato licenziato e accusato di omicidio (forse, a giudicare da passati casi analoghi, anche grazie all’attenzione mediatica), mentre la polizia cinese in azione ad Hong Kong, ad esempio, gode tuttora di una diffusa impunità.
Eppure esistono anche molteplici significativi punti di convergenza, a cui la pandemia di Covid-19 ha fornito una formidabile spinta propulsiva. In alcuni contesti – inclusa la stessa Hong Kong, che Ralph Arnote definì “a prize of British colonialism” – essi sono riscontrabili nei riverberi delle decisioni politiche imposte in epoca coloniale.

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Le insurrezioni antischiaviste degli abitanti di Santo Domingo/Haiti (agosto 1793) ebbero un effetto dirimente sulle politiche francesi e inglesi. Il dipinto di January Suchodolski (1797–1875) ritrae la battaglia di Santo Domingo

In altri – a cominciare da Haiti, il primo luogo al mondo in cui venne abolita la schiavitù (1793) – sono ravvisabili nel malessere e nella rabbia generata dalle discriminazioni sociali e culturali figlie delle strutture di potere formate e imposte in epoca coloniale a beneficio dell’Europa e dei suoi “satelliti”

 

 

 

 

 

E lo schiavismo arabo?
Larga parte delle discriminazioni e delle strutture di potere cui si è accennato affondano dunque le proprie radici nel passato coloniale. Gli errori e i crimini legati al genere umano, tuttavia, non vanno in alcun modo ascritti a una specifica popolazione o a una data area del mondo. Con un picco raggiunto nelle settimane seguite alla morte di George Floyd, numerosi studiosi hanno ad esempio ricordato il ruolo dello schiavismo non-europeo, a cominciare da quello di matrice araba. Non è un caso che questi temi e relativi dibattiti attirino una crescente attenzione: “la terribile eredità dello schiavismo”, per citare Roberta Trites, “ha ancora un chiaro impatto sui modi in cui viene concettualizzata l’alterità in America” (Trites, 2014, 112).
È in effetti corretto e opportuno ricordare che tra il 650 e il XIX secolo gli arabi deportarono oltre 10 milioni di schiavi africani al di fuori del continente, in particolare in direzione dell’Arabia e delle regioni limitrofe, e anche, in misura minore, dell’India e dell’Estremo oriente. Una conferma indiretta di ciò può essere rintracciata in Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk (Storia dei profeti e dei re), il manoscritto in cui lo storico iraniano Tabarī descrisse la cruenta ribellione degli Zanj, innescata a Bassora (Iraq meridionale) da schiavi neri originari dell’Africa: tra l’869 e l’883 coinvolse l’intera regione e creò seri problemi alla dinastia califfale degli Abbasidi.    Senza sminuire gli effetti nefasti della tratta araba degli schiavi, va tuttavia chiarito che è stata la tratta atlantica, ovvero il commercio di circa 12 milioni di schiavi africani verso l’America tra il XVI e il XIX secolo, a rappresentare la più intensa (si sviluppò in appena tre secoli) emigrazione forzata della storia. L’avvio di quest’ultima ha coinciso con una svolta senza precedenti nella storia dell’umanità in generale e del sistema della schiavitù in particolare.

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È infatti solo con l’avvio della tratta atlantica che l’essere schiavo si trasformò, per la prima volta nella storia, in un fenomeno permanente.
La qualifica di schiavo divenne in altre parole ereditaria proprio nel contesto dello sviluppo delle colonie e delle vaste piantagioni – di prodotti molto richiesti, come il tabacco, cotone, zucchero e il caffè – del “Nuovo Mondo”.

 

 

 

Per converso, il sistema sviluppato nei secoli precedenti in Africa e in altre zone del mondo prevedeva che il figlio di uno schiavo non acquisisse ipso facto il medesimo status. Quanti venivano fatti schiavi nelle fasi storiche antecedenti all’avvio della tratta atlantica erano socialmente e politicamente “mobili” (nel 1279 l’ex schiavo Qalāwūn divenne il sultano mamelucco d’Egitto), ovvero tendenzialmente non soggetti ad alcun vincolo ereditario di matrice schiavista. La tratta atlantica gettò inoltre le basi del capitalismo moderno, influenzando in maniera determinante i processi di industrializzazione di larga parte dell’Europa e contribuendo a dare forma all’idea di “spazio atlantico”’.

Il solipsismo del presente
Quanto appena ricordato conferma che il bene e il male non conoscono latitudini geografiche, né vincoli temporali. È altrettanto evidente, tuttavia, che siano stati alcuni paesi, per lo più dislocati sulle due sponde dell’Atlantico, ad aver soggiogato e tratto profitto da larga parte del resto del mondo. A questa constatazione si obietta sovente il fatto che “sono state delle tecniche europee, degli esempi europei, delle idee europee a scuotere il mondo non-europeo dal proprio passato” (Trevor-Roper, 1965, 11) e che “questi valori e principi [democrazia, stato di diritto, diritti umani] sono nati in Europa” (Suami, 2014, 247), per poi diffondersi nel resto del mondo (Schnapper, 2017, 172).
L’assunto secondo cui l’Occidente abbia inventato tutte o la maggior parte delle principali “ideologie emancipatrici dell’umanità” (Bruscino 2020) è figlia di una visione solipsistica che sostituisce una complessa “storia umana” a una sfocata e autoreferenziale percezione della storia dell’Europa, o “degli Occidenti” (Liverani 2013). Si pensi al caso, certamente non isolato, di Zera Ya’icob, il celebre filosofo etiope nato nei pressi dell’antica capitale del regno di Axum, posta nella regione dei Tigrè. Ya’icob sottolineò tra l’altro la preminenza della ragione e il fatto che tutti gli esseri umani – donne e uomini – fossero creati uguali. Nelle parole dello storico norvegese Dag Herbjørnsrud, “molti tra i più alti ideali dell’Illuminismo europeo furono concepiti e sintetizzati da un uomo che produsse i suoi lavori tra il 1630 e il 1632 all’interno di una cava in Etiopia” (Herbjørnsrud 2017; Chukwudi Eze 2008; Wiredu 2004).

Il contributo degli “altri”
Le parole di Herbjørnsrud sono parte di un discorso più ampio – e molto spesso ignorato – che tocca numerosi campi e “ideologie emancipatrici dell’umanità”. Si deve ad esempio ai medici cinesi lo sviluppo dei primi rudimentali vaccini e fu proprio un autore cinese, Wan Quan, ad avanzare per primo un chiaro riferimento alla pratica dei vaccini tramite inoculazione: correva l’anno 1549 e Wan Quan intendeva fare luce sugli sforzi per contrastare la piaga del vaiolo. Vale la pena ricordare che fino al XVIII secolo la pratica dell’inoculazione rimase confinata alla Cina, all’India, alla Turchia e ad altri paesi orientali.

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Frontespizio del Libro sulla Medicina di Zakariyyā al-Rāzī (854-930)

Furono gli ospedali medievali presenti in Iraq e in diversi altri paesi a maggioranza islamica a suddividere per la prima volta le sezioni in cui ricoverare i pazienti, in base alle malattie di cui essi soffrivano. Si pensi anche al contributo di figure come lo scienziato persiano Zakariyyā al-Rāzī (il primo medico a comprendere, alla fine del IX secolo, la funzione della febbre, a scoprire l’asma allergica e a descrivere malattie come il vaiolo), il fisico di Bassora ibn al-Ḥasan ibn al-Haytham (iniziatore, ai primi dell’XI  secolo, dell’ottica moderna), il medico siriano ʿAlī ibn ʿĪsā al-Kaḥḥāl (il primo a prescrivere, intorno all’anno 1000, un anestetico a fini chirurgici e a produrre una illustrazione del chiasma ottico e del cervello), lo studioso damasceno Ibn al-Nafīs (considerato “il padre della fisiologia circolatoria”), il fisico turco Şerafeddin Sabuncuoğlu (autore tra l’altro del primo atlante chirurgico).

Questi e centinaia di altri possibili esempi confermano che anche il campo della medicina moderna è riconducibile a un lungo processo di “accumulazione”, all’interno del quale i medici europei hanno avuto per molti secoli un ruolo di beneficiari, prima ancora che di contributori.
La questione della salute e della sua tutela è legata a doppio filo a quella della difesa dei diritti umani, ovvero dei diritti inalienabili che ogni essere umano possiede. Contrariamente a quanto viene sovente sostenuto, l’affermazione di tali diritti umani non è in alcun modo un prodotto dell’Europa, o, più in generale, dell’Occidente. Nelle parole del celebre giurista indiano, Upendra Baxi, “la narrazione prevalente presenta la nozione stessa di diritti umani come ‘il dono dell’Occidente al resto del mondo’” (Baxi, 2002, 33). Il tema dei diritti dell’uomo fu infatti affrontato per la prima volta dall’imperatore persiano Ciro il Grande. Da Babilonia il principio stesso dei diritti umani si diffuse in primo luogo in India, dove, come ricorda Raghunath Patnaik, il concetto e la tutela dei diritti umani non sono in alcun modo visti come occidentali, bensì percepiti come principi inclusi “nella cultura indiana dalla notte dei tempi” (Patnaik, 2005: 30-1).
Tutto ciò non cancella né sminuisce il fatto che la Magna Carta (1215), la Petitions of Rights (1628), la Costituzione degli Stati Uniti (1787), la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) e la Carta dei Diritti degli Stati Uniti (1791) siano stati documenti di portata e valenza epocale. Hanno infatti esercitato enorme influenza nel processo di affermazione dei diritti individuali, sia pur in relazione a un numero molto limitato di esseri umani (i più abbienti e/o potenti). È vero che furono l’ONU (1948) – dominata al tempo da alcuni paesi occidentali – e, in seguito, il Consiglio d’Europa (1949) a creare degli strumenti e dei meccanismi di monitoraggio a sostegno della tutela universale dei diritti umani: il tentativo di garantire tale universalità rappresentò un passo senza precedenti. Non fu tuttavia un caso se si verificò solo a seguito della più sanguinosa e devastante guerra che la storia dell’umanità ricordi: una ‘guerra europea’, divenuta solo in seguito “mondiale” o “globale”.

Un ruolo nella storia
Il colonialismo, nelle parole di Carmen G. Gonzalez, “ha universalizzato le idee europee legate al concepimento della natura come merce finalizzata allo sfruttamento umano, creando al contempo un’economia globale che ha posto il Sud Globale in uno stato di sistematica subordinazione” (Gonzalez, 2017, 222). Ai giorni nostri stiamo assistendo a quella che potrebbe rappresentare, sia pur in contesti e modalità differenti, la prima protesta globale legata agli effetti di medio e lungo termine di una serie di fenomeni connessi ai colonialismi.

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Un uomo congolese osserva le mani di sua figlia di 5 anni, mozzate nel 1904 da membri dell’Anglo-Belgian India Rubber Company per non aver raccolto un quantitativo sufficiente di gomma.

 

Non si può negare che tra quanti partecipano alle proteste siano incluse anche delle frange di facinorosi e violenti, ma si tratta per l’appunto di frange, peraltro presenti in tutti i grandi movimenti di massa della storia. Oltre a queste vi sono milioni di altri esseri umani: sono portatori di un potente messaggio, non privo di criticità e contraddizioni, che siamo chiamati a non ignorare, minimizzare, o confondere con ideologie che poco hanno a che spartire con ciò che sta avvenendo. Chiedono che le risorse energetiche del nostro pianeta siano utilizzate in maniera più equa. Invocano diritti – più precisamente “il diritto di avere diritti” – che possano scardinare le discriminazioni, ataviche e strutturali, che scandiscono la loro quotidianità. Rivendicano la possibilità di potersi ritagliare un ruolo negli studi dedicati all’iter che ha permesso agli esseri umani di raggiungere le loro maggiori conquiste. Vogliono avere, in altre parole, la possibilità di entrare a far parte della storia. Quella passata e quella presente.

Lorenzo Kamel (Università di Torino)

lorenzo.kamel@unito.it

 

Bibliografia (ultima consultazione url 2 luglio 2020)

U. Baxi, The Future of Human Rights, Oxford UP, Oxford 2002

J.H. Bentley-S. Subrahmanyam-M.E. Wiesner-Hanks (a cura di), The Construction of a Global World, Cambridge UP, Cambridge 2015

A. Bruscino, Black Lives Matter e l’odio di sé dell’Occidente , “Huffington Post, 9 giugno 2020

E. Chukwudi Eze, On Reason: Rationality in a World of Cultural Conflict and Racism, Duke UP, Durham 2008

A. Dirlik-Y. Chuang (eds.), Taiwan: The Land Colonialisms Made, Duke UP, Durham (NC) 2018

C.G. Gonzalez, Global Justice in the Anthropocene, in L.J. Kotzé (a cura di), Environmental Law and Governance for the Anthropocene, Hart Publishing, Oxford 2017.

D. Herbjørnsrud, The African Enlightenment , “Aeon”, 13 dicembre 2017

E. Horn-H. Bergthaller, The Anthropocene: Key Issues for the Humanities, Routledge, London 2020

M. Langan, Neo-Colonialism and the Poverty of “Development” in Africa, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2018

E. Littmann, Geschichte deräthiopischen Literatur, in C. Brockelmann, Geschichte der Christlichen Literaturen des Orient, Finck, Lipsia 1907

M. Liverani, Immaginare Babele, Laterza, Roma-Bari 2013

N.I. Painter, Creating Black Americans: African-American History and its manings, 1619 to the Present, Oxford UP, New York 2006

R. Patnaik, Awakening of Human Rights Under the Ancient Texts, in T.S.N. Sastry (ed.), India and Human Rights, Concept, New Delhi 2005

T. Piketty, Capital and Ideology, Harvard UP, Cambridge (MA) 2020

H. Sāhilī, Fusūl fī al-tārīkh wa-al-hadāra [Capitoli sulla storia della civiltà], Dār al-Gharb al-Islāmī, Beirut n.d

D. Schnapper, The Democratic Spirit of Law, Routledge, London 2017

T. Suami, Rule of law and human rights in the context of the EU-Japan relationship, in D. Vanoverbeke (ed.), The Changing Role of Law in Japan, Edward Elgar Publishing, Northampton 2014

H.R. Trevor-Roper, The rise of Christian Europe, Thames and Hudson, London 1965

R. Trites, Literary Conceptualizations of Growth, John Benjamins Publishing, Amsterdam 2014

K. Wiredu, A Companion to African Philosophy, Blackwell, Malden 2004

 

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