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Il Sessantotto in provincia: una ricchezza da esplorare – Giordano Lovascio

Il numero 110 di «Passato e presente», da poco uscito, ha pubblicato un gruppo di schede, curato da Simonetta Soldani, su Il lungo ’68 visto dall’Italia. Alle opere prese in esame vorrei aggiungerne altre due che, pur nella loro diversità, pongono al centro della riflessione il territorio in cui si colloca la protesta, inteso non solo come spazio unitario di formazione e di vita dei diversi segmenti di giovani partecipi del ’68, ma come retroterra culturale, politico, istituzionale decisivo nel definirne i tratti e le ricadute successive. Si tratta dei lavori di Paolo Bianchi Un ’68 in provincia. Gruppi giovanili e formazione politica a Suzzara 1966-1969 (Bottazzi, Suzzara 2018) e di Il Sessantotto lungo la via Emilia. Il movimento studentesco in Emilia Romagna (1967-1969), a firma di Alberto Molinari, William Gambetta e Federico Morgagni (BraDypUS Communicating Cultural Heritage, Roma 2018).

Il primo testo ci porta a Suzzara, popoloso centro industriale della bassa Mantovana e sede dell’Iveco. L’autore ricostruisce il contesto locale nel lungo dopoguerra, con particolare attenzione al ruolo dell’esperienza della Resistenza e delle lotte sindacali degli anni ’50 nel plasmare una generazione di dirigenti di partito, sindacalisti e amministratori locali, e nel consolidare l’egemonia acquisita dalla sinistra (in una provincia tendenzialmente “bianca”) negli anni del boom economico. Fu appunto in una Suzzara dinamica e inquieta che, dopo la metà degli anni ’60, iniziò a far sentire la propria voce una generazione di giovani cresciuti «tra vino nuovo e botti vecchie» (p. 31), spesso attivi in organismi a loro dedicati ed espressione dei partiti, come Gioventù studentesca e Consulta giovanile, e nelle redazioni di giornalini scolastici, come quelli dell’istituto magistrale e del tecnico commerciale locale.
L’intento di Bianchi – all’epoca giovane universitario e membro partecipe della Consulta giovanile, poi docente di lettere nelle scuole superiori – è quello di evidenziare l’importanza di quella esperienza, vero e proprio humus formativo di una nuova “classe dirigente” locale «nel senso più nobile, ampio e umile che questa espressione può avere» (p. 5), capace di sostituire quella emersa durante la Resistenza, che aveva costituito per i più giovani un «esempio stimolante ed ingombrante insieme», ma anche un ostacolo al loro «legittimo desiderio» di autonomia e di protagonismo (p. 14). Nel corso delle manifestazioni e delle assemblee indette nell’ottobre del ’68 dagli studenti medi si formarono i primi gruppi esterni ai partiti, come il collettivo Operai-Studenti che, nel clima dell’autunno caldo, animò l’avvio di quelli che sarebbero poi divenuti i corsi delle “150 ore”. Come confermano le testimonianze pubblicate in chiusura del testo, le scuole e le esperienze di “democrazia partecipata” in paese, per quanto “paternalistiche”, furono decisive per permettere l’incontro di una “generazione” mista di studenti (medi e universitari) e lavoratori, in grado di superare gli steccati ideologici ereditati dalla generazione precedente.

La seconda opera presenta molte analogie con il caso suzzarese, ma adotta una lente regionale per leggere meglio i rapporti tra gli elementi specifici locali e il piano nazionale. Frutto di un progetto di vari Istituti Storici della Resistenza dell’Emilia Romagna, i tre saggi che compongono il volume condividono l’idea che per comprendere le dinamiche dell’azione collettiva espressa in quegli anni è necessario interrogare le interazioni tra movimenti studenteschi, società civile e arena politico-istituzionale: leggendo il ’68 «non come evento a sé, ma come processo che ha le sue radici negli anni ’60 e si prolunga nel decennio successivo» (pp. 14-15).
Si parte con una lettura analitica di Molinari dell’«articolazione della protesta (spazi, tempi, dinamiche, contenuti) e dei profili politici assunti dal movimento» (p. 15) nelle università e nelle scuole superiori, che rivela come linguaggi, motivi e “geografia mentale” del ‘68 manifestino una straordinaria plasticità, adattandosi a specifiche situazioni locali: ciò grazie anche al «pendolarismo politico-militante» delle avanguardie studentesche e di quei giovani che si spostavano dai centri capoluogo di provincia – da Piacenza a Forlì, nessuno escluso – verso i paesi d’origine. Anche se inizialmente furono gli studenti universitari il fulcro della protesta, furono poi quelli delle secondarie a rivelarsi un fattore cruciale per il suo radicamento «in forme e dimensioni inattese» in tutta la regione (p. 26). L’articolazione del sistema d’istruzione permise ai giovani di avere uno spazio di socializzazione tra pari in cui far circolare le proprie parole d’ordine: tanto che, per molti, «il “magma” delle posizioni politico-culturali» emerso nelle assemblee e nelle occupazioni costituì il punto di partenza di «un autentico “romanzo di formazione”» (pp. 16-17).
Tuttavia, per seguire le dinamiche della protesta – lo evidenzia il secondo intervento, di William Gambetta – è essenziale volgere lo sguardo a ciò che successe fuori dalle aule, nel rapporto tra movimento studentesco e società civile. Fin dall’inizio, infatti, gli studenti accompagnarono «ai conflitti dentro scuole e università, mobilitazioni esterne ad esse» (p. 18), ed è interessante notare come la convergenza su temi portati avanti anche dai partiti tradizionali (come il recupero del patrimonio politico dell’antifascismo) si traducesse in un distacco crescente sulle modalità di affrontarli e di tradurli in azioni di lotta. Tanto più che, come sottolinea l’ultimo contributo di Federico Morgagni, in Emilia gli amministratori locali e le forze politiche si rivelarono poco capaci «di percepire i segni premonitori e di cogliere la portata di un’insorgenza giovanile che assu[nse] un carattere dirompente» e che esprimeva «contenuti radicalmente nuovi, non riconducibili alle consuete logiche partitiche» (p. 19).
Ne è esempio in primis il PCI. Capillarmente radicato nella regione, nel suo rapporto con il movimento si trovò a oscillare, tanto sul piano locale come su quello nazionale, «tra disponibilità al dialogo e chiusure rispetto alle tendenze più radicali» che si presentarono nel corso del tempo. Se il suo tentativo di incanalare la protesta verso la richiesta di riforme di struttura – unico «antidoto all’estremismo» (p. 154) -, favorì l’affermarsi di una concezione dell’amministrazione locale centrata su una idea di «cittadinanza sociale» (si pensi al ruolo di assessori come Mario Tomassini a Parma, o a quello del nascente Ente regionale), ciò non impedì che una parte dei contestatori percepisse fin dal ’68 il PCI (e, di riflesso, la Fgci) come un «partito-istituzione», troppo moderato e incline al compromesso (p. 171), aprendo la strada a quella divaricazione sempre più netta tra movimenti sociali e partito che avrebbe caratterizzato la seconda metà degli anni ‘70.

Entrambi i volumi si avvalgono di tipologie documentarie simili, prodotte dalle amministrazioni locali e dai protagonisti (singoli e collettivi) di quelle vicende. Se Bianchi si è avvalso di 5 archivi personali (tra cui il proprio), dell’Archivio comunale di Suzzara e delle serie fotografiche conservate dalla Cgil di Mantova, nella regione emiliana i protagonisti di allora hanno dato vita nel tempo a veri e propri archivi di movimento (come il Centro Studi Movimenti di Parma o il “Marco Pezzi” a Bologna) che, insieme alle carte conservate nei fondi istituzionali nazionali e locali,  rappresentano il segno più tangibile del carattere “polisemico” del ’68 e della sua memoria. Si tratta di archivi che traboccano di documenti quasi sempre “tirati” al ciclostile, strumento simbolo del ’68 che, come ricorda Bianchi, permise a tutti – «partiti, sindacati, associazioni, scuole, parrocchie, ecc.»  (p. 9) – di produrre a basso costo volantini e testi che dettero le ali a idee, notizie e parole d’ordine di un anno straordinario.
La scelta di utilizzare un’ottica regionale permette di cogliere meglio lo svolgersi delle dinamiche che intercorsero tra centro e periferia del paese, evitando il rischio di leggere i diversi casi-studio come eccezioni “periferiche” rispetto al ’68 “nazionale”. In realtà, esperienze “provinciali” come quella di Suzzara sembrano piuttosto svolgersi secondo un canovaccio che – lo ha ben sottolineato Monica Galfré in un testo recensito appunto nel n. 109 di «Passato e presente» – si impone come un tratto fondamentale del ’68 italiano, perlomeno nelle regioni centro-settentrionali e fuori dai centri maggiori.
La dialettica tra le diverse generazioni coinvolte dal ’68 – i nati prima e dopo il ’45, secondo la lettura proposta da Francesca Socrate in un altro dei volumi preso in esame dalla rivista – sembra trovare nella scuola, intesa innanzitutto come spazio fisico e sociale privilegiato di tale confronto, quel minimo comun denominatore necessario a spiegarne la diffusione in località anche molto diverse, specchio della marcata articolazione del territorio italiano.
Non è facile stabilire priorità tra le diverse ragioni che s’intrecciarono nel definire natura della protesta, diffusione ed esiti del movimento. In questi volumi è sottolineata l’importanza del confronto con la generazione della Resistenza che, pur espressione dell’assetto politico-istituzionale contestato, aveva contribuito a creare quegli spazi di confronto in cui i giovani poterono incontrarsi e superare gli steccati ideologici dei padri. Altrettanto importante pare la presenza di un tessuto produttivo più o meno dinamico (e più o meno in crisi), ma tale da permettere la saldatura tra rivendicazioni operaie e studentesche.
Queste opere arricchiscono le letture del ’68 centrate sull’agenda della politica nazionale, che talvolta rischiano di presentare in modo schematico appartenenze politiche e confini ideologici in realtà molto più porosi di quanto si possa pensare. In questo senso, l’egemonia delle sinistre che accomuna i territori oggetto dei due studi non deve trarre in inganno. Anche alcune province “bianche” del nord presentano analogie con questi casi. Sembrano confermarlo il lavoro i Eliana Fulgentini sul Novarese (Il ruggito della rana, Lampi di stampa, Milano 2012), gli studi sul Cremasco promossi dal Centro di ricerca Alfredo Galmozzi (ad es. Soffiava il vento a Crema, Centro di Ricerca Galmozzi, Crema 2001); quelli sulla Valtellina nati su iniziativa dell’Archivio 68 Sondrio (Racconti del Sessantotto. La stagione dei movimenti in provincia di Sondrio, Etabeta, Monza 2019); la ricerca promossa dalla rivista «Venetica» su trasformazione sociale e innovazione didattica nel Veneto fra anni ’60 e ’70 (Quando la scuola si accende, 2012, n. 2).

All’apparenza, il vero assente da questi processi è il Mezzogiorno: il dualismo del paese sembra presentarsi ancora una volta come elemento ineludibile della storia d’Italia. Eppure, alcune ricerche da me condotte durante il dottorato (Urbino) e altre più specifiche in corso (come quella di Lanfranco Rosso) sembrano mostrare un’articolazione della protesta studentesca piuttosto ampia anche nelle regioni meridionali o, perlomeno, tale da non consentire la riduzione di una lettura del ’68 nel Mezzogiorno confinata ad eventi come Avola (1968) e Battipaglia (1969).
Il rischio – lo ricordava Francesco Di Bartolo sul n. 3/2019 della rivista online «Clionet» (Il Sessantotto nelle campagne del Mezzogiorno) – è quello di guardare alla conflittualità sociale che percorse le campagne del Sud d’Italia solamente in un’ottica di «ultimo bagliore di un mondo che tramontava […] e non un aspetto fondamentale e importante della modernità», frutto delle trasformazioni economiche degli anni ’60 e dei loro effetti sui quadri culturali locali. E allora, anche per il Mezzogiorno, conviene forse seguire l’esempio delle ricerche qui ricordate e tornare al territorio. Perché esso, anche laddove il silenzio della memoria sembra maggiore, conserva tracce preziose, utili a evidenziare analogie e discordanze e la pluralità di configurazioni assunte dal ’68. Basta avere la pazienza di esplorarlo.

Giordano Lovascio, Phd, Università degli studi di Urbino
g.lovascio1985@gmail.com

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