Segnalazioni

L’impatto del Covid-19 sulle dinamiche storiche, politiche e sociali del Medio Oriente – Marta Santelli

La crisi attuale, unita a una generalizzata instabilità politica, misure di austerità e nuovi conflitti, hanno portato negli ultimi anni a una nuova ondata di contestazioni popolari in molti paesi della regione: i dati dell’Arab Barometer Survey evidenziano un aumento della partecipazione politica in tutti i paesi dell’area MENA (ad eccezione della Tunisia), rispetto ai livelli delle proteste arabe del 2011-2012. La fascia di popolazione più colpita dalla crisi è ancora una volta quella dei giovani sotto i 30 anni, che si stima costituisca circa il 60% dell’intera popolazione regionale. Questa generazione, fortemente penalizzata dalle dinamiche degli ultimi dieci anni, è anche quella maggiormente coinvolta nelle proteste, che hanno subito il duro colpo delle restrizioni introdotte per limitare il contagio, spesso utilizzate dai governi locali come strumento di repressione del dissenso.

I paper che verranno presentati durante il webinar The impact of Covid-19 on conflicts in the Middle East: a comparative perspective, organizzato dall’Istituto Affari Internazionali e dall’Università degli Studi di Torino, analizzano l’impatto della pandemia in sei aree presenti nella regione, evidenziando le particolarità dei singoli casi di studio presi in considerazione e sottolineandone i trend comuni. Conflitti, tensioni confessionali, clientelismo e corruzione hanno prodotto una risposta inadeguata e inefficiente alla pandemia, con i sistemi sanitari nazionali, già fortemente depotenziati, al collasso e un deterioramento delle condizioni sociali della popolazione, soprattutto nelle sue fasce più deboli.

Rosita Di Peri in A sectarianised pandemic: COVID-19 in Lebanon, analizza l’impatto della pandemia sulla crisi libanese, culminata con il default economico in primavera, dopo un anno di proteste popolari in favore di un totale rinnovamento del sistema politico settario e dei privilegi a esso connessi. La privatizzazione del welfare, in particolare del sistema sanitario, ha favorito una confessionalizzazione dell’accesso alle cure mediche, con l’emersione di monopoli sanitari settari e la totale inefficienza del depotenziato sistema pubblico. [2]

Lo scoppio della pandemia ha anche distolto l’attenzione mondiale dalle situazioni di conflitto e violenza generalizzata, i cui livelli sono in crescita nel 2020 [3], portando a nuove intensificazioni degli scontri in molti paesi. In Libia, il 2020 è stato un anno di nuove campagne militari (prima fra tutte, quella per la riconquista di Tripoli da parte delle forze del generale Haftar) e da un aumento dell’interventismo straniero nella fornitura di armi, tecnologie e mercenari, come rileva Anas El Gomati in Covid-19 in Libya: Distraction, dissidence and diplomacy. [4] L’accelerato deterioramento politico e socioeconomico dovuto ad anni di conflitto è culminato in un’ondata di proteste che ha invaso il paese nel mese di agosto, portando alla dimissione dei governi regionali e all’annuncio ad ottobre di un nuovo cessate il fuoco.

La nuova “normalità globale”, scandita da restrizioni e coprifuochi, apre uno spiraglio su quello che è la normalità dell’occupazione del territorio palestinese. Israele non soltanto ha fallito nel fornire all’intera popolazione una copertura sanitaria adeguata (come suo dovere di potenza occupante, secondo il diritto internazionale), ma ha anche contrastato le iniziative autonome della popolazione volte al raggiungimento di tale obiettivo. L’analisi di Yara Hawari COVID-19 in Palestine: A pandemic in the face of “Settler colonial erasure” [5] sulle diverse modalità di risposta delle autorità palestinesi alla pandemia in base all’aerea geografica e allo status giuridico degli abitanti delle diverse regioni (Cisgiordania e Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, Stato di Israele), evidenzia come l’intera popolazione soffra di un processo strutturale di marginalizzazione e discriminazione, che ha prodotto una condizione di sottosviluppo del sistema sanitario tanto all’interno che all’esterno dei confini dello Stato d’Israele. Sotto-finanziamenti, confische, attacchi mirati alle strutture sanitarie, scarsa copertura dei test nelle zone a maggioranza araba sono solo alcune delle misure subite dal popolo palestinese da parte di uno Stato che, stando all’autrice, gerarchizza le vite dei propri abitanti su base etnica e religiosa.

Un’altra categoria fortemente a rischio pandemia è quella dei rifugiati, il cui numero è in costate crescita, soprattutto nei paesi soggetti a recenti conflitti come Libano, Yemen e Iraq. Allo stesso livello di rischio sono esposti anche i numerosi lavoratori migranti presenti negli stati del Golfo Persico, costretti a vivere in condizioni estreme ai margini della società. Lorenzo Kamel in Regional alignments and confrontations: COVID-19’s impact in and beyond the Persian Gulf [6] fornisce un retroterra storico legato alle dinamiche regionali e sottolinea come la pandemia abbia offerto non solo occasioni di intensificazioni di conflitto, ma anche nuove opportunità diplomatiche, come testimoniato dai nuovi accordi multilaterali tra paesi del Golfo e Cina (primo consumatore del mercato petrolifero iraniano) o dalla politica di assistenza umanitaria da parte degli Emirati Arabi Uniti al vicino Iran, primo paese colpito dalla pandemia. Il sistema di approvvigionamento di quest’ultimo è stato fortemente danneggiato dalla strategia statunitense di “massima pressione”, che mira ad azzerare le esportazioni petrolifere del paese.

Il caso dello Yemen, analizzato da Afrah Nasser in War and COVID in Yemen, evidenzia come quella da Coronavirus sia solo l’ultima delle numerose emergenze sanitarie in atto nel paese, in quella che è stata definita come la “peggiore crisi umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale”. [7] Secondo le stime, più della metà della popolazione nazionale è a rischio di contagio, a causa della già deteriorata situazione sanitaria, con massicci focolai infettivi e scarsa capacità delle strutture, danneggiate da anni di conflitto generalizzato e bombardamenti mirati. Nonostante l’impegno diplomatico ed economico delle grandi potenze mondiali per mitigare la crisi bellica e sanitaria del paese, nel 2020 è ripresa la massiccia esportazione di armi ai paesi interessati nel conflitto, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i due maggiori consumatori dell’industria bellica europea.

Le élite regionali al potere, percependo la pandemia come un’ulteriore minaccia alla loro posizione, hanno cercato di sfruttare le necessarie misure restrittive per soffocare e reprimere il dissenso popolare sempre più diffuso. In un Iraq che spende soltanto il 2,5% del budget nazionale per l’implementazione del sistema sanitario, il governo sembra aver rinunciato al contenimento dei contagi, ritirando parte delle misure restrittive e ristabilendo la libertà di movimento dentro e fuori dai confini nazionali, nonostante l’esorbitante crescita del numero dei contagi, come riporta Sajad Jiyad in Struggling Iraq Faces Another Crisis in COVID-19. [8] Le autorità hanno tuttavia sfruttato la situazione per bandire le manifestazioni di dissenso che scuotono il paese dallo scorso anno, senza riuscire ad affrontare adeguatamente i problemi legati alla ricostruzione e al sotto-finanziamento delle amministrazioni regionali, non ancora in grado di ristabilire i servizi assistenziali di base.

L’emergenza sanitaria ha esacerbato anche la stagnazione politica in numerosi paesi. Ciò è avvenuto a causa della ridotta attività istituzionale, già resa inefficiente dalla corruzione dilagante, nonché da molteplici crisi politiche ed emergenze umanitarie. Resta un’incognita l’evoluzione della tensione tra le dinamiche del dissenso popolare e quelle di autopreservazione delle élite nell’intera area, fortemente condizionate dall’impatto dell’attuale crisi pandemica. Ciò offre un’occasione di profonda riflessione sulle strategie e sulle dinamiche di gestione delle preesistenti crisi in tutto il Medio Oriente.

I paper possono essere letti e scaricati open access a questo link: https://www.iai.it/it/eventi/impact-covid-19-conflicts-middle-east-comparative-perspective

Marta Santelli
marta.santelli@edu.unito.it


[1] Pandemic, Recession: The Global Economy in Crisis, Global Economic Prospects, The World Bank, 2020, https://www.worldbank.org/en/publication/global-economic-prospects.  


[2] Rosita Di Peri, A sectarianised pandemic: COVID-19 in Lebanon, “IAI Commentaries”, 20/71, Istituto Affari Internazionali, 5 ottobre 2020, https://www.iai.it/en/pubblicazioni/sectarianised-pandemic-covid-19-lebanon.

[3] “Covid-19 and Peace”, Institute for Economics & Peace (IEP), luglio 2020,  http://visionofhumanity.org/app/uploads/2020/06/COVID19-and-Peaceweb.pdf.  

[4] Anas El Gomati, Covid-19 in Libya: Distraction, dissidence and diplomacy, “IAI Commentaries”, Istituto Affari Internazionali, ottobre 2020.

[5] Yara Hawari, COVID-19 in Palestine: A pandemic in the face of “Settler colonial erasure”, “IAI Commentaries”, 20/62, Istituto Affari Internazionali, 14 settembre 2020, https://www.iai.it/en/pubblicazioni/covid-19-palestine-pandemic-face-settler-colonial-erasure.

[6] Lorenzo Kamel, Regional alignments and confrontations: COVID-19’s impact in and beyond the Persian Gulf, “IAI Commentaries”, 20/55, Istituto Affari Internazionali, 1° agosto 2020, https://www.iai.it/it/pubblicazioni/regional-alignments-and-confrontations-covid-19s-impact-and-beyond-persian-gulf.

[7] Afrah Nasser, War and COVID-19 in Yemen, “IAI Commentaries”, 20/74, Istituto Affari Internazionali, 14 ottobre 2020, https://www.iai.it/it/pubblicazioni/war-and-covid-19-yemen.

[8] Sajad Jiyad, Struggling Iraq Faces Another Crisis in COVID-19, “IAI Commentaries”, 20/73, Istituto Affari Internazionali, 13 ottobre 2020, https://www.iai.it/en/pubblicazioni/struggling-iraq-faces-another-crisis-covid-19.

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