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Il ’68 sul filo della memoria: ricordi e riflessioni di due storici. Interviste a cura di Giovanni Focardi

Sul tema del ’68 – su cui nel numero 110 di “Passato e presente” siamo intervenuti con un gruppo di schede, curato da Simonetta Soldani, su Un lungo ’68 visto dall’Italia – ospitiamo una doppia intervista, a cura di Giovanni Focardi, a due storici che hanno fatto parte della rivista fin dalla sua fondazione e che di recente sono entrati nel suo Comitato di consulenza

Qual è stato il vostro contesto familiare, la provenienza sociale? Potreste dire qualcosa sulla vostra personale formazione politica?

ALDO AGOSTI
Sono nato a Torre Pellice (Torino) dove la famiglia era sfollata a causa dei bombardamenti il 5 giugno 1943. Mio padre Giorgio (nato a Torino nel 1910) era magistrato: antifascista fin dagli anni dell’università, dopo l’8 settembre divenne commissario politico delle formazioni GL in Piemonte e alla liberazione fu questore della città, nominato dal CLN. Si dimise nel 1948 e divenne dirigente della SIP, poi dell’ENEL. Mia madre, Maria Luisa Castellani, era nata a Milano nel 1913 e fino al matrimonio nel 1941 era impiegata alla Mondadori. Per tutta la sua vita svolse attività di traduzione dal francese e soprattutto dall’inglese. Nel 1947 nacque mia sorella Paola, che sarebbe diventata fotografa.

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GIANPASQUALE SANTOMASSIMO
Sono nato a Potenza il 10 agosto 1948 da famiglia benestante, come la grande maggioranza degli studenti universitari del tempo. La mia era una famiglia estesa molto ampia, mio nonno si chiamava Pasquale e aveva otto figli, ognuno dei quali aveva chiamato Pasquale il primogenito. Quando era toccato a me i miei genitori si erano inventati questa cosa, col nome doppio, che poi per errore dell’anagrafe divenne un nome unico e composto, che si aggiungeva a un cognome anch’esso composto.
Ero cresciuto in una città prevalentemente impiegatizia, dove la Democrazia Cristiana raccoglieva di solito la maggioranza assoluta dei voti. La mia formazione politica era stata vicina a forme di ribellismo di destra negli anni del ginnasio, per poi orientarsi decisamente a sinistra negli anni del liceo. La molla fondamentale, per me come per tanti giovani della mia generazione, fu la questione del Vietnam, che portò con sé interessi e passioni rivolti alle lotte anticoloniali e antimperialiste (Cuba e Algeria in primo luogo). E l’influenza delle culture giovanili che in tutto l’Occidente si muovevano in quel clima.
Comunque, al momento di entrare nell’Università, nel 1966, ero già iscritto alla Fgci e nelle settimane successive all’alluvione di Firenze lavorai all’inventario dei danni nel quartiere del Mercato Centrale assieme ai compagni della sezione Chianesi del Pci.

Cosa ricordate come particolarmente importante per la vostra formazione? Quali erano i vostri libri sul comodino?

A.A. – Fino ai 16 anni non ero particolarmente interessato alla politica e anzi francamente ignorante in materia. Leggevo avidamente soprattutto letteratura, italiana e straniera. Dalla I liceo cominciai a partecipare alle attività del Circolo studentesco del mio Liceo e divenni redattore del suo giornale. La prima occasione di mobilitazione era stata la comparsa di una scritta antisemita nella biblioteca. Cominciai a “fare politica” nel primo anno di università, 1962-63: non negli organismi studenteschi ma nell’Associazione giovanile Nuova Resistenza, di cui fui segretario a Torino. Fu negli ultimi due anni di liceo che cominciai a leggere molto di storia e di politica. Due libri mi rimangono ancora impressi bene in mente: Il profeta disarmato di Isaac Deutscher e il Trattato di economia marxista di Ernest Mandel, ma questo non significa che non abbia mai considerato con qualche interesse il trotskismo di allora come movimento politico.
Continuai ad approfondire questi interessi durante l’università, senza alcun rapporto con gli studi giuridici che stavo facendo abbastanza controvoglia. In questa mia fase di formazione, che collocherei tra il ‘62 e il ’66, c’era, forse anche un po’ di America di Berkeley; c’era soprattutto  la serrata critica del “neo-capitalismo” che avevamo assimilato attraverso letture di autori francesi come André Gorz, o Serge Mallet, o Alain Touraine, ma c’erano anche le lotte contro il franchismo in Spagna, le esperienze che ci apparivano come manifestazione di grandi movimenti di liberazione del Vietnam, di Cuba, e prima ancora dell’Algeria. 

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G.S. – Nella nostra generazione chi leggeva leggeva molto, e avevamo la fortuna di crescere in anni in cui libri e carta stampata costavano relativamente poco, prima della crisi petrolifera del 1973 che cambiò tutto, segnando la fine di quella che Hobsbawm avrebbe definito “età dell’oro” dell’Occidente. In particolare, era nato alla metà degli anni ’60, con enorme successo, il fenomeno editoriale dei “tascabili” economici a 350 lire sui quali molti di noi formarono piccole biblioteche.
Quindi leggevo molto, ma in particolare posso ricordare che subito dopo la maturità rimasi bloccato due mesi per febbre tifoidea e lessi tutto il teatro di Brecht e i Quaderni del carcere di Gramsci, ovviamente nell’edizione tematica che era l’unica esistente. Però se dovessi indicare l’autore più influente nella mia formazione dovrei sicuramente fare il nome di Jean-Paul Sartre: teatro, romanzi, testi di impegno politico, non ancora opere filosofiche vere e proprie.

Quali furono i motivi della scelta della facoltà? E, per chi veniva da fuori, della sede?


A.A. – Mi iscrissi all’università nel 1962, dopo aver fatto senza troppa fatica e con discreto piacere il liceo classico. La scelta per la Facoltà di Giurisprudenza fu orientata soprattutto da mio padre, che vedeva nella libera professione una garanzia di sicurezza e indipendenza nel caso in Italia fosse tornato un regime autoritario: una preoccupazione che non lo abbandonò mai. Io in quel momento non avevo un orientamento preciso, anche se mi piacevano la storia e la letteratura.

G.S. – Premetto che avevo frequentato un ottimo liceo, e una volta arrivato a Firenze mi resi conto di saperne più dei miei coetanei fiorentini. Nicola Tranfaglia, che aveva frequentato lo stesso liceo (e con gli stessi professori) dieci anni prima, mi confermò molti anni più tardi di avere avuto la stessa sensazione arrivato a Napoli e poi a Torino.
Indeciso a lungo tra Lettere e Filosofia, scelsi quest’ultima perché sembrava assicurare un collegamento più diretto con gli interessi storici che in me erano prevalenti. Firenze mi appariva una città con le dimensioni giuste, non era una metropoli e neppure una piccola città. I suoi docenti erano famosi e illustri, molti di loro erano presenti nelle antologie della critica studiate a scuola.
Sul piano sentimentale probabilmente giocava un ruolo anche il fatto che fossi tifoso della Fiorentina dal tempo del primo scudetto.


In generale: che cosa pensavate allora del ’68? Del movimento degli studenti? Della politica di quei tempi?

A.A. – Per me il ’68 in senso stretto (che cominciò con l’occupazione della sede della Facoltà umanistiche a Torino, nel novembre del 1967) arrivò quando avevo già preso la laurea, quattro mesi prima. Ma ero stato molto impegnato nelle occupazioni dell’Università degli anni precedenti, particolarmente in quella del 1966-1967, che vissi come segretario dell’Ugi torinese e militante del Psiup. Era stata un’occupazione dura, con lo sgombero forzato degli studenti portati fuori a braccia dalla polizia, e che valse a me – come ad altri 300 e più studenti occupanti – una denuncia per occupazione di edificio pubblico e interruzione di pubblico servizio, con tanto di interrogatorio in Procura.  Quindi ho sempre ricordato – probabilmente a torto – come un continuum quegli anni, e personalmente, quando sono andato a unirmi ai miei compagni con cui avevo condiviso le lotte dell’anno prima, non ho avvertito all’inizio un senso di discontinuità particolarmente forte.

In realtà le tematiche delle lotte e delle occupazioni degli anni precedenti (a Torino ve ne furono praticamente ogni anno almeno dal 1963, sia pure in facoltà diverse) erano nel mio ricordo diverse da quelle che poi diventarono centrali nel ’68: si parlava di sindacalizzazione degli studenti universitari, si contestava che l’università agisse come agenzia di formazione al servizio degli interessi del capitalismo, anzi del neocapitalismo, e delle multinazionali. Il rifiuto della didattica imperante era – almeno in una Facoltà di Giurisprudenza – non il primo dei temi in agenda.

G.S. – Non ne pensavo niente di preciso, perché c’ero dentro, e mi ero trovato casualmente ad assumere un ruolo di leader.
La cosa che colpì subito, fin dall’autunno del ’67, con le prime assemblee e occupazioni, fu la straordinaria partecipazione di massa degli studenti. Non era affatto scontata, e come studenti di sinistra ci eravamo sempre vissuti come minoranza nell’Università.

Quando occupazioni e cortei divennero ricorrenti e diffusi su tutto il territorio nazionale, la stampa cominciò a diffondere la formula dei “giovani delle tre M”, intendendo Marx, Mao e Marcuse, un filosofo tedesco rifugiato in America e oggi probabilmente quasi dimenticato, ma che aveva scritto cose molto stimolanti in quegli anni. Però la formula era stata già usata nelle analisi sociologiche sui giovani italiani nel corso degli anni ’60, e le tre M significavano “mestiere, macchina, moglie”: conformismo e adattamento erano sembrate le caratteristiche delle nuove generazioni che emergevano dal “miracolo economico”.

E poi, se e come sia cambiato il vostro giudizio a tale riguardo, e perché

A.A.– Il ’68 è stato comunque un periodo di grande ricchezza umana, di speranze, di utopie, di lotte, di esasperazioni. Lo ricordo come un periodo molto vivo, teso verso il cambiamento, oscillante tra la ricchezza dei rapporti umani e politici e gli scontri settari. E il mio giudizio di storico rimane fondamentalmente un giudizio positivo. Quelle che i teorici del neo-conservatorismo odierno vedono come critiche distruttive si rivelano spesso, a un’analisi più attenta, tentativi di costruire un ordine sociale diverso e più egualitario, un mondo in cui il paternalismo dei poteri accademici o di quelli dell’impresa lasciassero il posto a forme di controllo e di autogestione più democratiche. Se si va a guardare un po’ oltre l’apparenza, si vedrà che il “ventisette politico” o il voto collettivo per i lavori di seminario erano solo le richieste più clamorose e provocatorie di una richiesta razionale di riforma dei contenuti e dei metodi dell’insegnamento universitario. E che quelle richieste, anche se non sfociarono in una riforma coerente e organica dell’università, contribuirono però a sprovincializzarne fortemente gli orizzonti culturali, a introdurre rapporti più liberi fra docenti e studenti, stimolando le migliori capacità degli uni e degli altri. Non è questo, naturalmente, l’unico aspetto da considerare, e non è nemmeno in discussione che in queste aspirazioni vi fosse una buona dose di utopia. Ma l’utopia è sempre stata il sale della storia.


G.S. – In seguito, ho sempre cercato di storicizzare le vicende che avevo vissuto. Ero consapevole della novità assoluta di quell’orientamento giovanile rispetto alla storia novecentesca, che aveva visto i giovani prevalentemente schierati a destra, dal 1914 in poi. Malgrado la lunga durata italiana di quel clima di mobilitazione di gruppi giovanili non credevo che quella situazione costituisse un dato stabile, come era implicito nelle teorizzazioni e nella pratica di moltissimi.
Penso comunque che le rivolte giovanili degli anni ’60 abbiano costituito un elemento di liberazione che ha rappresentato uno spartiacque nella storia dell’Occidente. E ha lasciato dietro di sé un mondo molto migliore di quello che aveva trovato. Chi oggi intenta processi retrospettivi al ’68 probabilmente non ha una precisa cognizione di quanto fosse retrivo e angusto il mondo precedente.

Una riflessione sulla periodizzazione: il ’68 corto? La primavera del ’68? oppure il 1967/69?

A.A. – Probabilmente molto a causa della mia esperienza personale, a me il ’68 è parso sempre un processo lungo, cominciato a metà degli anni ’60 e forse anche prima, che ha conosciuto certo un’accelerazione fra il ’67 – particolarmente nei primi mesi del ’68 – e il ’69 e poi ha prodotto ancora degli effetti a cascata fino alla metà degli anni ’70.
A Torino nel mio ricordo il segnale più forte di discontinuità fu l’arresto di Luigi Bobbio durante un’assemblea a Palazzo Campana il 10 gennaio e successivamente il mandato di cattura spiccato contro 13 dirigenti del movimento studentesco. Ma l’agitazione nell’università finì abbastanza presto, con lo sgombero dell’occupazione “dura” (con tanto di vere e proprie barricate) del 29 febbraio. A partire da quella data il movimento “uscì” dall’università, puntando ad aggredire il potere costituito nelle fabbriche e nei quartieri. Io a quella fase non partecipai più: militavo in un partito politico, sia pure abbastanza estremista, e credevo ancora nell’azione dei partiti e dei movimenti politici di massa. D’altra parte, avevo 25 anni e mi era ormai convinto che quello che volevo veramente era fare ricerca storica e insegnare storia.  Come docente ultra-precario alle prime armi (feci il mio primo seminario nel 1969-70, nell’ambito della “rivoluzione didattica” promossa da Guido Quazza nella Facoltà di Magistero di Torino) ero impressionato dall’aspettativa che gli studenti avevano nell’università e nella nostra capacità di aiutarli a costruire il nuovo sapere critico cui aspiravano.

G.S. – Per me il ’68 va inteso come la conclusione degli anni ’60, delle sue lotte e delle sue culture. Innescherà molti processi, non univoci, che proseguiranno talvolta nel tempo: ma nel decennio successivo si entra in una vicenda completamente diversa, che appartiene a una fase della storia dell’umanità segnata da problemi e preoccupazioni che non hanno più molto a che vedere col mondo che era alle spalle.

La vita all’interno dell’università e fuori: che tipo di rapporto c’era con gli ordinari? E con gli assistenti?


A.A. – La Facoltà di Giurisprudenza di Torino era molto all’antica. La qualità dei docenti era sicuramente molto buona (fra i miei professori ci sono stati Francesco Forte di Scienza delle finanze, Leopoldo Elia di Diritto costituzionale, Giovanni Conso di Procedura civile e Procedura penale, Marcello Gallo di Diritto penale e, naturalmente, ma ne parlo dopo, Norberto Bobbio di Filosofia del diritto e Luigi Firpo di Storia delle dottrine politiche).  La frequenza delle lezioni era – per la maggior parte dei corsi – sostanzialmente obbligatoria, gli insegnamenti erano ex-cathedra che più ex-cathedra non si può. Non esisteva praticamente interazione fra i docenti e gli studenti. Alcuni professori tenevano delle “esercitazioni” (nelle quali, come capitò a me per Diritto penale, si poteva anche incappare come “penso” per comportamenti un po’ indisciplinati durante le lezioni).

Solo Bobbio teneva, per Filosofia del diritto, un seminario aperto, in cui ciascuno dei partecipanti svolgeva una relazione su un tema che aveva concordato con lui e la discuteva insieme a tutti gli altri: nell’anno in cui lo seguii io il seminario era sulla pace e sulla guerra, a partire dalla filosofia di Günther Anders e in particolare dal suo scambio di lettere con Claude Eatherly, il pilota che guidò la spedizione per lo sganciamento della bomba su Hiroshima. Gli assistenti non li ricordo allora altro che come passa-libretti che raramente interrogavano agli esami, anche se certamente in altre Facoltà o corsi di laurea avevano già un ruolo un po’ diverso (mi ricordo di Vattimo a Filosofia e di Migone a Scienze politiche che presero posizioni favorevoli agli studenti).

G.S. – Molti professori erano vicini al movimento e talvolta partecipavano alle assemblee o addirittura alle manifestazioni. Ricordo Michele Ranchetti e Giuseppe Nava picchiati brutalmente dalla polizia in due distinte manifestazioni, il primo nel 1967 davanti al Consolato americano, il secondo nel ’68 in piazza Beccaria. Poteva esserci da diversi docenti diffidenza, del resto motivata e comprensibile, nei confronti di posizioni politiche e ideologiche che emergevano, ma a Firenze non si ebbero i fenomeni anche drammatici vissuti a Torino da un corpo accademico che si sentiva in molti esponenti contestato e messo in discussione nei suoi fondamenti. A Firenze, a partire dal rettore Devoto, vi fu invece un atteggiamento molto duttile e discorsivo nei confronti delle istanze studentesche, che significò anche protesta contro l’intervento della polizia nelle aule universitarie.
Quanto agli assistenti, l’apertura a una nuova didattica seminariale rappresentò per molti l’occasione per assumere un ruolo attivo, non più rimpicciolito nelle funzioni di portaborse a cui molti di loro sembravano condannati, sebbene spesso non più giovanissimi e autori di opere ragguardevoli.

Qual era il contenuto del corso degli esami di storia nella facoltà? E fino a dove si arrivava? Con quale taglio?

A.A. – Di esami di storia non ho esperienza diretta, salvo che per quello di Storia delle dottrine politiche con Luigi Firpo, il professore con cui poi mi laureai perché quella disciplina costituiva nella nostra Facoltà l’unica via d’uscita verso la storia. Non ho esperienza diretta degli esami di storia nella Facoltà di lettere, ma ricordo che – in un momento in cui avevo preso in considerazione di cambiare facoltà – fuggii inorridito da una lezione di Storia romana. Soltanto nella Facoltà di Magistero, in cui era diventato preside Guido Quazza, le cose cominciavano a cambiare, e infatti qualcuno, come Anna Bravo, cominciò a laurearsi con tesi sulla storia della Resistenza.

G.S. – Non esisteva la storia contemporanea, si cominciava solo in quegli anni a istituire le prime cattedre a livello nazionale. A Firenze c’era un insegnamento a Magistero, tenuto da Biagio Cerrito, con un esame molto facile, che consisteva nel libretto di Chabod sull’Italia contemporanea. A Lettere suppliva Storia del Risorgimento tenuta da Ernesto Ragionieri, che interpretava la materia ben al di là della formulazione ufficiale e teneva corsi che spesso riguardavano la storia del ‘900.
Una delle grandi innovazioni provocate dal ’68 fu il superamento diffuso della lezione cattedratica e l’introduzione dell’insegnamento seminariale. Un ritorno all’antico, se vogliamo, alla tradizione di Humboldt, ma per la prima volta declinato in termini di massa. Non tutti i docenti riuscirono a gestire questo passaggio con adesione convinta. Non è vero che questo significò uno svilimento della serietà degli studi: ricordo l’insegnamento di Ernesto Ragionieri nel settore storico, molto esigente in termini di libri da leggere e consultare, e quello di Paolo Rossi Monti per la Storia della filosofia. L’eco dei problemi attuali si fece strada anche attraverso il nuovo insegnamento di Antropologia culturale, nel quale Tullio Seppilli in seminari molto frequentati riusciva a proporre temi di grande attualità.

La dimensione politica: quali rapporti con politici e con sindacalisti, ecc. in ateneo o in Facoltà? E fuori.

A.A. – Ero attivo nella politica studentesca, ma dopo il 1965 anche nel Psiup torinese, ed ero in stretto rapporto con i compagni della Federazione, il cui segretario divenne nel 1967 una persona di grande fascino intellettuale, Pino Ferraris. Ma anche in precedenza discutevo con i compagni della Federazione della politica universitaria, essendo diventato responsabile della Commissione scuola: ricordo che mi toccò occuparmi dei problemi del sindacalismo degli insegnanti, e da pivellino ventitreenne partecipai e addirittura diressi riunioni della cosiddetta “mozione 4” del Sindacato nazionale scuola media, che sarebbe stata all’origine della Cgil scuola. Ricordo anche che durante l’occupazione del ’65 o del ’66 mi consultavo spesso con il segretario della federazione Sergio Clerico.

G.S. – Quanto alla politica, bisogna ricordare una situazione di grande fluidità che durò fino all’estate del ’68. Non c’era una strutturazione definita, eravamo un gruppo di studenti che partecipava alla politica in tutte le sue forme, incontrandosi a casa di uno o dell’altro oppure nella sede del Psiup che aveva offerto ospitalità disinteressata. Ma si partecipava a sezioni di partito, gruppi filocinesi, riunioni di Classe Operaia in piazza della Libertà, persino Federazione Anarchica. La Sezione universitaria del Pci era stata sciolta nell’estate del ’67, dopo che il suo gruppo dirigente, guidato da Leonardo Paggi, era stato messo in minoranza nel congresso, e molti di noi si consideravano con un piede dentro e uno fuori rispetto al partito. In primavera la Federazione del Pci, su iniziativa di Piero Pieralli, organizzò un incontro tra operai e avanguardie studentesche alla SMS di Rifredi, probabilmente con molte ambizioni, che andarono però deluse perché ebbe luogo un vero e proprio scontro tra operai e studenti. Durante la campagna elettorale per le politiche il Pci aveva voluto sul palco davanti agli Uffizi un rappresentante degli studenti. L’Assemblea di Ateneo aveva designato a maggioranza molto relativa Fulvio Iannaco di Potere Operaio, che però fu picchiato e buttato giù dal palco appena cominciò a parlare (particolarmente aggressiva fu Fiamma Nirenstein, all’epoca funzionaria del Pci).

Per quanto mi riguarda, devo dire che feci scelte diverse da quelle di molti miei amici. Rientrai a pieno titolo nel Pci mentre quasi tutti ne uscivano, dopo il Maggio francese, che interpretai come una sconfitta per il suo esito. Poi ci fu l’invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto, che mi confermò nella scelta fatta, rafforzandola (devo ricordare che vi fu molta insensibilità nella nuova sinistra al riguardo, riducendo la questione a una sorta di diverbio tra “revisionisti”). Alla fine dell’anno venni eletto nel Comitato Federale del Pci nel corso del Congresso.

Le varie forme di associazionismo studentesco: dopo i goliardi, le assemblee

A.A. – L’Ugi, in cui mi diedi molto da fare per almeno tre anni (ero anche nel Consiglio di goliardia nazionale) era a Torino un ambiente molto vivace, in cui prima la sinistra socialista e poi il Psiup avevano un peso importantissimo. Di giovani comunisti nelle facoltà umanistiche ce n’erano pochi. Nella Facoltà di Giurisprudenza non eravamo in molti a essere politicamente attivi, ma i rapporti con i compagni delle altre facoltà erano molto intensi e stretti. Nel 1966 e 1967 le assemblee dell’Ugi erano un luogo di grande socialità. Mi sono reso conto solo più tardi che eravamo comunque una minoranza abbastanza ristretta, appartenente per lo più ad ambienti di medio-alta borghesia.

G.S. – Le rappresentanze “ufficiali” erano in dissoluzione, non c’era traccia dell’Ugi, resisteva l’Intesa vicina alla Dc. La prima occupazione delle Facoltà fu promossa da questa associazione, con l’intento evidente di giocare di sponda con la sinistra dc che voleva emendare il progetto di legge del ministro Gui. La presidente dell’Intesa era Stefania Fuscagni, futura deputata del Ppi e poi esponente di Forza Italia in anni molto lontani, ma tra i dirigenti erano anche giovani che sarebbero diventati dirigenti di Lotta Continua. Ma tutte le forme di associazionismo tradizionale erano destinate a venire travolte dallo sviluppo del movimento.
Quanto alla goliardia, ne vietammo l’ingresso nelle Facoltà umanistiche, e continuò stancamente a celebrare i suoi riti nelle facoltà scientifiche.

E sui compagni e sulle compagne del corso di laurea? Le frequentazioni avvenivano per genere, “gruppo sociale”, classe, provenienza geografica?


A.A. – All’interno della Facoltà di Giurisprudenza le ragazze erano una sparuta minoranza, un po’ di più e più simpatiche erano quelle di Scienze politiche, che allora era solo un corso di laurea di Giurisprudenza.  I miei amici – e le mie amiche: in quella cerchia relativamente ristretta io ricordo altrettante ragazze, alcune con ruoli dirigenti importanti – erano in quell’ambito, però la partecipazione all’attività del Psiup mi fece frequentare anche altri ambienti, specialmente operai e sindacali. Nel 1966 partecipai regolarmente ai picchetti davanti alle fabbriche in occasione del rinnovo del contratto dei metalmeccanici: eravamo studenti e quadri sindacali e della federazione del partito.

G.S. – Il termine “genere” non esisteva ancora nell’uso attuale. Erano facoltà con forte presenza femminile. Ricordo compagne con grandi capacità politiche, che assumevano un ruolo influente nel movimento. Le provenienze geografiche abbracciavano tutta la penisola, e ricordo amici calabresi, veneti, trentini, della provincia toscana. Firenze non era ancora una città devastata dal turismo di massa, e nel centro cittadino era facile incontrarsi e socializzare.

Quali altri eventi del periodo vi ricordate? Per esempio, il Vietnam; la primavera di Praga; l’europeo di calcio del ’68; Martin Luther King; la luna nel ’69.

A.A. – Degli eventi citati l’evento che ho vissuto con maggiore partecipazione è stato sicuramente la primavera di Praga, anzi la sua fine. Non ricordo nessuna emozione particolare per l’assassinio di Martin Luther King (semmai più per quello di Robert Kennedy), e invece mi ricordo bene un totale distacco nei confronti della conquista della luna nel ’69: andai a dormire e vidi il famoso primo piccolo passo nelle registrazioni successive.

G.S. – Ho già parlato del Vietnam e di Praga. Martin Luther King lo ricordo più che altro in una sequenza che comprendeva gli scontri nelle Università americane, l’assassinio di Bob Kennedy, gli incidenti alla Convention di Chicago.
L’europeo di calcio me lo sono perso, non avevo la televisione e seguivo distrattamente la Nazionale dopo la Corea, la mia riconsacrazione del tifo calcistico sarebbe avvenuta per i mondiali messicani del 1970.
Vorrei dire qualcosa invece sulla Luna nel 1969, avvenimento che seguii con passione: per me è idealmente l’apice degli anni ’60, il simbolo di un’umanità che sembrava non precludersi più alcuna possibilità. Eravamo più o meno convinti che nell’arco della nostra vita sarebbe stato possibile per tutti andare sulla Luna, come si andava in Brasile o in Australia. Non ci rendevamo conto che in termini spaziali era poco più che una gita fuori porta, e che andare oltre, su Marte ad esempio, era tutto un altro discorso.
Quello per me è il compimento degli anni ’60, un’epoca nella quale si era pensato che tutto fosse possibile e realizzabile.

Tutto finisce con… Piazza Fontana? O con l’influenza di Hong Kong?

A.A.– Non è che c’è qualcosa con cui finisca “tutto”. Ma, per quanto convenzionale sia, penso che la cesura più profonda – anche se forse non l’avvertii subito come tale – fu Piazza Fontana. Dell’influenza di Hong Kong mi ero completamente dimenticato, e se mi avessero chiesto in che data situarla non avrei avuto la minima idea.

G.S. – Quella storia finisce allora, e lascia il campo a un futuro imprevisto, segnato dalla consapevolezza che lo sviluppo non è più illimitato, ma è anzi limitatissimo, un territorio incerto e precario da difendere centimetro per centimetro.


 

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