Covid-19

Per una rassegna in materia di storia delle epidemie del Novecento – Giovanni Gozzini – parte 1/3

1. I misteri della Spagnola

Questa rassegna si inserisce negli interventi pubblicati sul blog degli Amici di Passato e presente sul tema delle pandemie, a partire da quello di Roberto Bianchi uscito nel marzo scorso. È quindi anche un esercizio di autocritica perché mi sono sentito colto in fallo come autore di un manuale di storia contemporanea che ha del tutto trascurato – oltre a molte altre cose che magari ancora ignoro – questo aspetto. Il manuale uscirà all’inizio dell’anno prossimo con un capitolo aggiuntivo, scritto insieme a Tommaso Detti, che cerca di colmare questa lacuna. Senza Roberto e senza gli interventi successivi credo non lo avremmo fatto. Il testo che segue è un by-product di quel capitolo (che insegue le connessioni tra genere umano e malattie epidemiche nell’arco di due millenni) ma spero sia utile per chiarire alcuni aspetti che riguardano in modo più specifico la storia del xx secolo.

La scena epidemiologica del ‘900 appare dominata dalla influenza cosiddetta Spagnola che flagella il mondo nell’ultimo anno della Grande guerra. Oggi sappiamo che il virus della Spagnola (H1N1), estratto da reperti di autopsie dell’epoca e da cadaveri conservati nei ghiacci dell’Alaska, presenta alcune varianti genetiche che confermano la sua discendenza indiretta dai volatili di allevamento come le oche e inducono però a ipotizzare uno sconosciuto intermediario nascosto in una nicchia del regno animale (Taubenberger 2005). Sappiamo anche che il suo modo di uccidere (sperimentato in laboratorio sui topi) non è molto diverso da quello del Covid-19 sugli esseri umani: una «cytokine storm», una tempesta dell’apparato immunitario indotta dal virus, che infiamma e danneggia i tessuti polmonari mentre facilita l’insorgere di infezioni batteriche secondarie come la polmonite (Kobasa 2004; Kash 2004). Ma ancora nel 2007, il «decano» degli epidemiologi statunitensi Anthony Fauci lamentava l’ignoranza degli studiosi su tutto il resto della materia. «Oggi, a quasi un secolo di distanza dai fatti, i misteri che circondano la pandemia influenzale del 1918 rimangono ancora largamente irrisolti» (Morens-Fauci 2007, p. 1026).

Tali misteri corrispondono ai tre aspetti che rendono la Spagnola senza paragoni né precedenti né successivi. Il primo è l’altissima letalità. Le stime delle vittime sono sottoposte a una continua revisione ma grossomodo spaziano tra i 17,5 e i 50 milioni distribuiti in tutti e cinque i continenti: al momento in cui scrivo quelle del Covid-19 sono meno di un milione e mezzo. Come accade anche oggi, il computo delle vittime è complicato dalla difficoltà a distinguere le cause di morte per influenza che – a differenza di altre malattie epidemiche come peste e vaiolo – tendono a confondersi con altre complicazioni respiratorie e cardiocircolatorie (Christian 1918; Sydenstricker-King 1920). Solo nel 1933 viene isolato il virus dell’influenza negli esseri umani, aprendo la strada al confezionamento di vaccini sperimentati negli Stati Uniti durante gli anni di guerra (Kolata 1999; Davies 1999). Ma fin allora la diagnosi medica si fonda solo sui sintomi. E oggi come allora l’influenza è anche una malattia stagionale “normale” (nel senso di non particolarmente letale) che in media contagia circa una persona ogni dieci, anno dopo anno, nelle zone temperate del globo durante i mesi invernali, per una stima globale di decessi medi annui che oscilla tra 300 e 600 mila per un tasso di letalità (morti/contagiati) stimato pari allo 0,1% (Potter 2001, 573).

Negli anni ’20 i primi studi che tentano una stima complessiva dei morti per Spagnola si fondano sui tassi specifici di mortalità per influenza ricavati da casi locali urbani conosciuti e la loro estrapolazione su scala globale. Il risultato porta alla congettura di un totale di 21,6 milioni di morti (Jordan 1927). Nei primi anni ’90 il ricorso sia a più accurati repertori statistici nazionali, sia a studi di carattere locale, innalza la stima globale delle vittime entro uno spettro compreso tra 24,7 e 39,3 milioni, che lascia intendere il carattere “eroico” di molte supposizioni. Da sola, l’India con 12,5-20 milioni di morti assorbe metà del macabro bilancio congetturato: i suoi tassi di mortalità da influenza (4,2%-6,7%) sono ipotizzati 2-3 volte quelli dell’Africa, 3-4 volte quelli della Cina e 8-13 volte quelli medi di Europa occidentale, nord America e Australia (Patterson-Pyle 1991, p. 13 per i problemi delle fonti). Un’altra stima (Mills 1986) contava 18 milioni di morti per spagnola in India con un tasso di mortalità (5%) pari a 10 volte quello di Usa e Inghilterra. Una conferenza internazionale tenuta a Capetown nell’ottantesimo anniversario della pandemia registra gli sviluppi della ricerca storica, che danno luogo quattro anni dopo a un nuovo saggio “estremista” in materia di conteggi (Phillips-Killingray 2003; Johnson-Mueller 2002). Fondato su una larga base di letteratura secondaria e mosso da una legittima critica alla sottostima della mortalità non ospedalizzata da parte della medicina ufficiale, lo studio di Johnson e Mueller non opera distinzioni tra decessi per influenza e per altre cause. Il risultato finale arriva a quasi 49 milioni perché assume per eccesso le stime più alte di Patterson e Pyle senza poggiarle su nuova documentazione. Ma viene ricordato per la conclusione che innalza tale cifra fino a 100 milioni di morti, sulla base di una mera petizione di principio: «ci sono molte aree del mondo per le quali non abbiamo informazioni e spesso le informazioni che abbiamo sono dubbie e contraddittorie» (Johnson-Mueller 2002, 115).

La ricerca successiva non solo ha cancellato questa ipotesi campata per aria, ma ha anche ridimensionato le cifre fornite in precedenza, sulla base di un approccio statistico più rigoroso che ha abbandonato la strada delle cause di morte (difficili da accertare soprattutto in ambito coloniale) per quella del calcolo della mortalità in eccesso nel 1918-1919 confrontata con quelle di annate “normali” prima e dopo la guerra. È un metodo riproposto come il più attendibile anche in occasione della pandemia del 2019 (Kalabikhina 2020, p. 105). Su questa base metodica sono costruiti tre saggi che utilizzano la banca dati dello Human Mortality Database, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di demografia dell’Università di Berkeley e il Max Planck Institute for Demographic Research di Rostock. Il primo saggio (Murray 2006) include 41 paesi (compresa l’India ma non la Cina) e non ipotizza cifre assolute, se non per una simulazione di 60-80 milioni di morti provocati da una stessa pandemia sulla popolazione mondiale del 2004. Stima però una media mondiale di mortalità in eccesso nel 1918-1919 pari a poco più dell’1%, con un forte grado di devianza: dallo 0,2% della Danimarca al 4,4% dell’India, che a sua volta si divide tra il 2,1% della Birmania e il 6,2% di Bombay. Anche gli Stati Uniti (0,4%) oscillano tra lo 0,3% del Wisconsin e l’1% del Colorado. Su scala globale metà di questa devianza è spiegata dalle differenze di reddito. Il secondo saggio (Spreeuwenberg-Kroneman-Paget 2018) utilizza la stessa banca dati per 13 paesi sviluppati e ritorna alle fonti originarie delle autorità coloniali per quanto riguarda l’India. Il confronto con gli anni precedenti e successivi alla pandemia permette la “scoperta” – particolarmente importante per quanto riguarda l’India – di significativi tassi di mortalità per altre cause, che sono stati finora confusi con i veri e propri decessi da Spagnola (Hill 2011). Nei registri dell’amministrazione britannica in India, per esempio, molte morti attribuite alla Spagnola sono classificate come «fevers» (febbri) e includono altre malattie come la malaria. Sulla base di un campione corrispondente a 1/5 della popolazione mondiale, India inclusa, si ipotizza un drastico ridimensionamento delle cifre totali a circa 17,5 milioni di morti (di cui solo 2,5 nel 1919) nello scenario più “ottimista” e a 25 milioni in quello più “pessimista” ma anche ritenuto più improbabile. I morti per Spagnola in India sono stimati tra 8 e 10 milioni. Vale però la pena di notare che per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche la stima più ottimista di morti per Spagnola (500 mila) sopravanza comunque il totale dei caduti in tutte le guerre del XX secolo (prima e seconda guerra mondiale, Corea, Vietnam). Lo stesso metodo di calcolo della excess mortality è applicato da un terzo studio (Ansart 2009) ristretto a 3/4 della popolazione europea, che aumenta di poco (2,6 milioni contro 2,3) le stime di Johnson e Mueller. Il picco simultaneo (ottobre 1918) di morti e contagi nei 14 paesi esaminati tende a escludere un’ipotesi di focolaio originario collocato in Europa, che comporterebbe una cronologia differenziata dei picchi a seconda della distanza dall’epicentro. Ma molto alta rimane la devianza tra i paesi più colpiti come l’Italia (+172% di tasso di mortalità 1918-1919 rispetto alla media 1906-1917) e quelli meno come la Finlandia (+33%). Una correlazione inversa abbastanza significativa (-0,66) si stabilisce con la latitudine. I paesi latini hanno più morti in eccesso, nonostante che l’influenza sia normalmente legata a fattori (basse temperature, scarsa esposizione al sole) più frequenti nei paesi freddi. Ma una correlazione diretta ancora più significativa è quella tra morti per Spagnola e morti per altre cause: allora come oggi, le pandemie colpiscono in modo indiretto provocando la congestione dei sistemi sanitari e riducendone le capacità di cura.

Solo confusione aggiunge il tentativo di dedurre il numero di morti da Spagnola dal raffronto tra fonti censuarie, che però non solo mescola insieme le varie cause di morte ma include anche gli altri fattori che contribuiscono agli andamenti demografici: in particolare, oltre ai movimenti migratori, il deficit di nascite provocato dall’epidemia (Chandra 2013; Chandra-Yu 2015). Un conto sono i nati morti, che in alcune città degli Stati Uniti aumentano del 60% nel 1918-1919 e che sono inclusi nelle statistiche di mortalità (Almond 2006, Figure A1). Un altro sono i non nati, che pure esistono sebbene solo virtualmente come danno collaterale, ma che di norma sono esclusi dal computo delle vittime di guerre o di altre catastrofi. È tuttavia vero che alcuni studi condotti non solo negli Stati Uniti ma anche in altri paesi, documentano difficoltà particolari (minori livelli di reddito e istruzione, maggior ricorso a sussidi pubblici) per la coorte di nati negli anni della Spagnola (Percoco 2016; Lin-Liu 2014). Le epidemie, in altre parole, continuano a manifestare i propri effetti anche oltre il periodo delimitato della loro insorgenza. Ma vi è comunque chi sostiene che non ce ne sono prove (Cohen 2010).

In Italia la revisione avviene al contrario verso il basso: il numero di 600 mila vittime di Spagnola proposto nel 1925 viene oggi ridotto a 466 mila, pari all’1,23% della popolazione (Mortara 1925, p. 121; Fornasin-Breschi-Manfredini 2018, p. 101). Sono cifre diverse da quelle proposte da Johnson-Mueller (370 mila) e Spreeuwenber (426 mila nello scenario basso, 652 mila in quello medio, 888 mila in quello alto). Ma si parla pur sempre di cifre che nel giro di pochi mesi inseguono da vicino quelle dei caduti in quattro anni di guerra. In Europa  ne fanno le spese molti nomi illustri – Max Weber, Egon Schiele, Guillaume Apollinaire – mentre i politici (Wilson, Clemenceau, Lloyd George, il re di Spagna Alfonso XIII) riescono a curarsi meglio e quindi a sopravvivere. Eppure l’eco della Spagnola nei documenti politici, letterari, artistici, filosofici, teologici dei primi anni ’20 è quasi impercettibile, soprattutto se posta a confronto con quella ridondante della Grande guerra. «La pandemia dimenticata dell’America», si intitola uno dei primi studi dedicati all’argomento (Crosby 1989). È un punto sottolineato anche da Tognotti (2015, p. 25)  nel contesto italiano e da Spinney (2018, p. 284) in quello mondiale. Come se nella percezione delle persone colte la catastrofe per mano umana del conflitto armato assorbisse e oscurasse la catastrofe “naturale” della morte per malattia. Semmai quest’ultima riaffiora nelle memorie della gente comune (Honigsbaum 2009; Phillips 2018; Cutolo 2020). Anche perché la censura del tempo bellico oscura le notizie ad essa relative. Il nome stesso dell’epidemia deriva semplicemente dal paese neutrale dove le informazioni su morti e malati hanno modo di circolare più liberamente (The Spanish influenza, «Times», 25 giugno 1918). Non per caso molti degli altri nomi di uso corrente – «Blitz Katarrh» in Germania, «Flanders grippe» in Gran Bretagna, «malattia bolscevica» in Polonia, «tedesca» in Brasile, «influenza dell’uomo bianco» in Rhodesia, «malattia dei neri» tra i sudafricani bianchi – riflettono invece la propaganda del tempo di guerra insieme alla tentazione universale di trovare capri espiatori per ogni evento che ci soverchia.

Bibliografia completa

A breve saranno disponibili anche la seconda e la terza parte

2 pensieri riguardo “Per una rassegna in materia di storia delle epidemie del Novecento – Giovanni Gozzini – parte 1/3

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...