Covid-19

Per una rassegna in materia di storia delle epidemie del Novecento – Giovanni Gozzini – parte 3/3

Sporadici sono i provvedimenti di distanziamento fisico adottati dai governi durante l’emergenza della Spagnola. Le scuole vengono chiuse solo localmente, proibiti gli assembramenti, raccomandate (ma raramente usate) le mascherine chirurgiche, sputacchiere con calce disposte negli uffici pubblici. Ma nei rari casi in cui vengono applicate tempestivamente, le misure sembrano esercitare un ruolo attivo nel contenimento del contagio e nel ritardo del picco epidemico (Markel 2006; Markel 2007; Erkoreka 2010). In molti paesi – ma non in Italia – la Spagnola imprime una accelerazione decisiva allo sviluppo di sistemi sanitari statali. In Gran Bretagna si istituisce nel 1919 il Ministry of Health che nel 1968 si unificherà con il dipartimento di Social Security. Percorsi simili si aprono in Sudafrica, Canada, Nuova Zelanda, Francia, India, Messico: molti di questi paesi si aggregano alla Health Organization creata nel 1923 dalla Società delle nazioni.

Oggi sappiamo che tutte le successive epidemie influenzali (1957, 1968, 1977, 2009) discendono, attraverso combinazioni genetiche, dal ceppo della Spagnola. Al punto da accreditare l’esistenza di una vera e propria «era pandemica» iniziata nel 1918 (Taubenberger-Morens 2006; Taubenberger 2010, p. 19). L’epidemia influenzale del 1957 viene chiamata «asiatica» perché il suo ceppo virale originario (H2N2) viene identificato con precisione nella regione di Guizhou in Cina nel febbraio di quell’anno. Si tratta di una nuova ricombinazione di virus aviario e umano che non incontra anticorpi e determina un totale di vittime stimato tra uno e due milioni. È la prima epidemia della storia a essere seguita dalla stampa internazionale e dai laboratori di ricerca. Dal 1948 l’Organizzazione mondiale della sanità sostituisce l’analoga agenzia creata nel 1923; dal 1946 è attivo negli Stati Uniti il Center for Disease Control and Prevention. Nell’aprile 1957 i giornali rendono conto di contagi a Singapore e Hong Kong, in maggio l’influenza si allarga all’India con un milione di contagi. Nell’estate successiva l’influenza si diffonde lentamente in Australia, nel sudest asiatico e negli Stati Uniti attraverso lo scalo navale militare di Newport, colpendo soprattutto bambini, anziani e donne in gravidanza: al marzo 1958 i morti statunitensi sfiorano quota 70 mila. Nel novembre 1957 una seconda ondata contagia la Gran Bretagna: 9 milioni sono i contagiati e 14 mila i decessi, concentrati per quasi metà nella classe di età compresa tra 5 e 14 anni, appena tornata a scuola dopo le ferie estive (Jackson 2009). Gli istituti scolastici vengono chiusi solo in alcuni casi e assai scarso è il ricorso a misure di distanziamento fisico. Laddove viene applicata la chiusura delle scuole, come in alcune regioni nordoccidentali della Gran Bretagna, si stima che riduca i contagi per 1/5 (Vynnycky-Edmunds 2007). Ma nei paesi sviluppati, antibiotici (la penicillina è scoperta da Fleming nel 1929) vaccini (circa 30 milioni di dosi vengono rese disponibili in Europa e nord America dall’ottobre 1957) e respiratori (adottati nei reparti di terapia intensiva statunitensi dagli anni ’40) riescono a contenere le complicazioni polmonari che, come nel 1918, sono la maggior causa di decessi.

Su scala mondiale la stima della mortalità in eccesso nel biennio 1957-59 è pari a poco più di un milione di vittime, per un tasso di letalità attorno allo 0,6%, ma con grandi differenze legate al grado di sviluppo economico: in Gran Bretagna è pari a meno di metà, in America latina a più del doppio (Viboud 2016). Ma bisogna dire che la fonte di questo studio è il database delle cause di morte elaborato dall’Oms per 46 paesi, in cui l’Africa è drasticamente sottorappresentata. La distribuzione per gruppi di età segue la usuale curva a U: la maggior parte delle vittime si concentra tra i minori di 5 anni e i maggiori di 50. Il tasso “normale” di mortalità infantile (considerato un indicatore affidabile del grado di efficienza relativa dei sistemi sanitari nazionali) esprime una correlazione significativa con le morti in eccesso provocate dall’asiatica. Si stima che almeno 1/3 del disastro demografico causato in Cina dalla politica del Grande balzo in avanti (40 milioni di morti) sia dovuto all’influenza. Una delle province dove più radicale è l’applicazione della direttiva di costruire fornaci da cortile per una produzione siderurgica «a domicilio» in alternativa al lavoro dei campi (con l’effetto di ripetute carestie), il Sichuan, confina proprio con quella di Guizhou (Dikötter 2010; Houser-Sands-Xiao 2009).

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è asiatica.jpg

In Italia le morti stimate per influenza nel 1957 sono 32 mila ma è difficile distinguerle dai decessi per influenza normale: l’inverno particolarmente freddo del 1956 ne provoca più di 50 mila, senza virus importati (Caltabiano 2020, Fig. 1). Il risultato più importante si ha nel 1958 con l’istituzione del Ministero della sanità: fin allora si occupava della materia solo un alto commissario distaccato presso il Ministero degli interni.

Dopo un decennio di modificazioni genetiche parziali il virus del 1957 scompare per lasciare posto a un nuovo virus (H3N2) che nel 1968 si diffonde per il mondo. Riconosciuto e isolato in laboratorio a Hong Kong nel luglio 1968, il virus penetra in Europa, nord America e Australia agli inizi dell’anno successivo con una seconda ondata invernale, provocando un numero di decessi stimato tra 0,5 e 2 milioni (Viboud 2005). I casi di maggiore mortalità in eccesso (attorno al 10%) rispetto alla media degli anni precedenti e successivi riguardano Australia, Francia e Gran Bretagna e coinvolgono soprattutto anziani oltre i 65 anni. Si tratta di una letalità contenuta, se si tiene conto dell’incremento della popolazione (3,5 miliardi contro l’1,8 del 1920) e dei viaggi aerei (300 milioni di passeggeri nel 1970). Si conferma che, di per sé, la globalizzazione dei movimenti di persone non rappresenta un fattore storico di drastico aumento delle epidemie. Ma per la prima volta indagini volte ad accertare la presenza di anticorpi specifici contro l’infezione rilevano una diffusa presenza di contagiati privi di sintomi influenzali.

Il relativo successo conseguito nel 1968, unito a quelli ottenuti nella vaccinazione di massa contro vaiolo e poliomielite insieme alla sconfitta della sifilide grazie agli antibiotici, apre una fase di ottimismo nella comunità scientifica. Si ingenera la convinzione che sia finita l’epoca delle malattie trasmissibili per via infettiva e sia tempo di concentrarsi su quelle degenerative (tumorali e cardiocircolatorie). È una convinzione legata alla fiducia in un modello occidentale di modernizzazione universalmente valido, sia sul piano scientifico-economico, sia sul piano del benessere sociale (Saunders Hastings-Krewski 2016, p. 9). Uno dei testi cui si fa più spesso riferimento in questa letteratura è Omran (1971) che cita espressamente Rostow (1960). È una tesi che però è destinata a entrare in crisi con lo shock petrolifero del 1973. Allo stesso tempo, anche l’idea di una transizione epidemiologica si rivela solo una breve illusione. Nel 1976 in un villaggio sulle rive del fiume Ebola nell’odierna Repubblica Democratica del Congo si manifesta un nuovo virus, responsabile di febbri emorragiche con un altissimo livello medio di letalità (50%). Si trasmette per contatto diretto di fluidi corporei dai primati e dai pipistrelli agli esseri umani, tra i quali provoca ricorrenti insorgenze epidemiche con un bilancio complessivo di circa 15 mila morti, concentrati in Africa subsahariana. Il decorso rapido della malattia (circa due settimane tra i primi sintomi e il decesso) ha finora ostacolato la sua diffusione.

All’inizio degli anni ’80 l’isolamento del virus Hiv (Human Immunodeficiency Virus) genera un nuovo allarme pandemico (Gavlin-Kates 1997). Anche il nuovo virus ha un’origine animale nelle scimmie dell’Africa centrale e si trasmette tra umani per via sessuale ma anche attraverso scambio di sangue infetto con siringhe. Genera una sindrome (Acquired Immune Deficiency Syndrome, Aids) che si manifesta nel tempo col collasso del sistema immunitario e la comparsa di infezioni opportunistiche (Gallo 2006). Si stimano in circa 40 milioni gli attuali contagiati nel mondo (per quasi metà concentrati in Africa, dove si verificano 2/3 dei nuovi casi) e in più di 30 milioni i decessi provocati dal virus Hiv nell’arco di quarant’anni. Contagi e decessi sono in lento calo dal 2000 ma la scienza è ancora alla ricerca di un vaccino, anche se costose terapie di farmaci antiretrovirali combinati tra loro si sono dimostrate efficaci nel cronicizzare la malattia. L’infezione rimane infatti di problematica individuazione precoce perché attraversa un lungo tempo (8 anni in media) di latenza asintomatica. Ma ce n’è abbastanza per rimettere drasticamente in discussione il modello della transizione epidemiologica. Sono diverse le ricerche che mostrano deviazioni o addirittura inversioni di questo modello: non solo nei paesi in via di sviluppo ma anche nelle economie avanzate, malattie infettive continuano a manifestarsi nelle classi di età più anziane così come in gruppi sociali a basso reddito e minor livello di istruzione. Si giunge così ad ipotizzare una terza transizione epidemiologica «contraddistinta dal nuovo emergere e riemergere di agenti patogeni resistenti agli antibiotici nel contesto di una accelerata globalizzazione delle ecologie delle malattie umane» (Barrett 1998, p. 264; Fetter 1995; Solomon-Murray 2002).

È anche per questo che risalgono alla fine degli anni ’90 gli allarmi degli epidemiologi su una prossima pandemia influenzale (Webster 1997; Webby-Webster 2003; Osterholm 2007). Per quanto non esista una ciclicità regolare, nei loro registri temporali manca da troppo tempo – dal 1968 – una nuova diffusione importante della malattia. Da allora si sono susseguite nel 2002 una prima epidemia di Sars-Cov (Severe Acute Respiratory Syndrome-Coronavirus), un nuovo virus passato dai pipistrelli agli umani e responsabile di gravi complicazioni polmonari, con bassa contagiosità (8 mila casi, concentrati in Cina) e alta letalità (9,6%). Una variante – Mers (Middle East Respiratory Syndrome) – è stata individuata nel 2012: diffusa soltanto in Medio Oriente, ha provocato poco più di 2.000 contagi con un tasso di letalità pari a 1/3, ancora più alto della Sars. Virus troppo veloci a uccidere – Ebola, Mers – non trovano il tempo e il modo di propagarsi più estesamente. Nel 2009 il vecchio e più noto virus influenzale di tipo A (H1N1) si ricombina passando dai suini agli umani quasi simultaneamente in Messico e negli Stati Uniti, diffondendosi poi soprattutto in Gran Bretagna e in Australia ma anche in più di altri cento paesi. Il bilancio finale è opposto a quello della Sars: alta propagazione globale in tutti e cinque i continenti e bassa letalità (18 mila decessi accertati, tra 150 e 500 mila stimati) concentrata soprattutto in bambini, giovani e donne in gravidanza. Negli Stati Uniti l’età media dei deceduti per influenza suina è pari a 37 anni (Viboud 2010). Per la prima volta in molte zone si sperimenta la chiusura delle scuole, che si rivela efficace misura di contenimento epidemico. Si formalizzano allora i modelli statistici che indicano nella combinazione di quattro misure (distanziamento fisico, chiusura delle scuole, restrizioni ai viaggi, vaccinazioni di massa) l’unico rimedio effettivo al propagarsi delle epidemie e al collasso delle strutture di ricovero e cura (Germann 2006; Ferguson 2006). È il frutto dell’esperienza maturata con la Sars ma anche dell’attenzione che gli scienziati prestano alla presenza endemica tra i volatili (soprattutto in Asia) del virus H5N1, responsabile della cosiddetta influenza aviaria, che viene periodicamente contenuto attraverso soppressioni di massa degli uccelli di allevamento. Prima del 2019 i riflettori della scienza puntavano soprattutto in questa direzione per individuare la possibile porta d’accesso della futura pandemia. Invece nel 2019 il Sars-Cov si ripresenta in una variante genetica (Sars-Cov-2, poi ribattezzato Covid-19, Coronavirus disease seguito dall’anno di insorgenza) con caratteristiche assai diverse dalla versione del 2002: un’estrema contagiosità (64,5 milioni di casi al novembre 2020, diffusi in tutti i continenti) e una letalità relativamente più contenuta (2,3%) (Johns Hopkins University).

L’emergenza Covid-19 ha quindi messo in luce risorse e problemi già noti (MacKellar 2007). La comunità scientifica ha agito su scala globale, condividendo informazioni in tempo reale sia sulla diffusione dell’epidemia, sia sui suoi caratteri sintomatici, sia sui rimedi terapeutici. Dal 1996 nel quadro dell’Oms viene implementata Flunet, una rete mondiale di laboratori di ricerca (nel 2020 sono 143) incaricati del monitoraggio delle crisi e della sperimentazione dei vaccini. Ma gli ostacoli a una pronta e diffusa vaccinazione di massa contro il nuovo virus sono tornati a manifestarsi: la difficoltà a trovare agenti efficaci, il profitto delle compagnie farmaceutiche dominanti, le ristrettezze di bilancio di molti paesi a basso reddito. Anche al netto delle medievali risposte negazioniste di alcuni leader politici (Stati Uniti, Brasile) i diversi sistemi sanitari nazionali sono stati piegati dall’emergenza, mostrando deficit nei focolai più acuti della crisi sia nelle strutture dedicate di terapia intensiva, sia nella cosiddetta «medicina del territorio» incaricata di monitorare e prevenire. D’altra parte, l’esperienza storica insegna che le risposte istituzionali alle pandemie, dal 1918 a oggi, sono lente e incerte. Come mi capita ormai troppo spesso di ripetere, una politica a dimensione globale in grado di affrontare le sfide altrettanto globali del nostro tempo (ambiente, migrazioni, finanza, oltre alle epidemie) deve ancora nascere.

Bibliografia completa

Vai alla prima parte

Vai alla seconda parte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...