Segnalazioni

Due commenti a Leonty Soloweitschik, “Un proletariato negato. Studio sulla situazione sociale ed economica degli operai ebrei” (1898), Milano, Biblion, 2020

Ricordarsi del proletariato ebraico: un libro di fine ‘800 – Maria Grazia Meriggi

Con queste annotazioni mi propongo di spiegare perché – al di là dell’intenzione scientifico-accademica – ho cercato un generoso editore per pubblicare per la prima volta in Italia un testo a suo tempo pionieristico (1898) e oggi noto solo agli specialisti dei mondi del lavoro e delle crisi sociali della III Repubblica in Francia. Perché può suggerire conoscenze e riflessioni più generali e per qualche aspetto attuali [Un prolétariat méconnu: étude sur la situation sociale et économique des ouvriers juifs / Leonty Soloweitschik; édition établie par Nicolas Drouin et Michel Dreyfus, présentée par Michel Dreyfus Nancy, Arbre Bleu éditions, 2019]
Si tratta della ricerca pioneristica di Leonty Soloweitschik sul proletariato ebraico, Un proletariato negato (Biblion, Milano 2020), sulle sue caratteristiche sociali e antropologiche e sulle forme di organizzazione del lavoro in cui è impegnato.
Si può partire dalla data di discussione della tesi di dottorato all’Université libre de Bruxelles e della sua immediata pubblicazione in Belgio e in Francia presso l’editore Alcan: il 1898.
Nel 1898 nell’Impero russo il Bund, fondato l’anno precedente, aderiva al Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Posdr). Il Bund era il partito socialista ebraico che organizzava i lavoratori ebrei russi, polacchi e lituani allora cittadini (“sudditi” è più realistico) dell’impero russo e nel periodo in cui fece parte del Posdr ne costituiva una delle componenti più numerose e radicate. Questa circostanza ci suggerisce anche che spesso gli stessi studiosi hanno del movimento socialista della II Internazionale una visione non solo eurocentrica (il che è storicamente spiegabile, se non giustificato), ma attenta innanzitutto all’Occidente come se il movimento socialista russo fosse importante solo in quanto propedeutico al 1917. Invece esso ha una storia lunga e intrecciata coi socialismi europei. Il legame strettissimo – culturale oltre che organizzativo – del movimento operaio ebraico con quello russo in generale è messo in luce con particolare evidenza dall’impegno e dall’esperienza fondamentale di apprendistato politico svolto dal grande dirigente menscevico di sinistra Julij O. Martov (Tzederbaum), che proprio agli agitatori ebrei di Vilna rivolge un importante discorso in occasione del 1° maggio 1895, in un territorio dove, come ricorda Andrea Panaccione nel 2019 [Alle origini del movimento operaio ebraico e di quello russo, saggio introduttivo ed esplicativo di J. O. Martov, Un punto di svolta nella storia del movimento operaio ebraico, Biblion, Milano 2019, passim e sp. p. 48], il proletariato ebraico rappresentava l’elemento dominante del proletariato locale e dove manifestò una precoce capacità organizzativa.
E infatti Soloweitschik, che apparteneva a una famiglia di ceto medio colto, era lituano: la battuta del suo professore ginevrino riportata nella copertina del volume: “credevo che gli ebrei fossero tutti banchieri” lo dovette colpire con particolare forza come espressione di un pregiudizio così radicato da negare, da rimuovere l’evidenza.
Il 1898 è anche legato a un evento, tanto noto da essere, di recente, al centro di un celebre film di Roman Polanski: la dolorosa vicenda del capitano Dreyfus, che era stato accusato di tradimento alla fine del 1894 sulla base di una errata imputazione unicamente dovuta a un antisemitismo specifico delle gerarchie militari; in seguito, per difendere tale ingiusta accusa vennero fabbricati, in particolare dal tenente colonnello Hubert-Joseph Henry, dei falsi grossolani e infine indifendibili. Le gerarchie militari mal tolleravano che i “juifs républicains” rinunciassero a carriere borghesi a loro accessibili per inoltrarsi in percorsi fino allora appannaggio di “vecchie famiglie” o aristocratici. Ed era infatti il caso del polytechnicien Alfred Dreyfus di origine alsaziana, figlio cadetto di una famiglia di industriali tessili che si dedica alla carriera militare in nome di un patriottismo che non verrà meno neppure di fronte alle prove più disumane. Nonostante il sostegno indefettibile della famiglia, della giovane moglie e di pochi amici e testimoni – fra i quali il comandante della prigione militare della rue du Cherche-Midi Ferdinand Forzinetti, figlio di un operaio italiano emigrato a Marsiglia – il caso era stato considerato chose jugée fino a quando la pubblicazione del J’accuse…! di Zola e il suo eclatante processo non portarono, appunto fra il gennaio e il febbraio 1898, alla trasformazione dell’affaire in un momento della coscienza umana, che spostò gli equilibri politici istituzionali e promosse alcuni suoi protagonisti ad attori dell’unificazione socialista. Nemmeno questa clamorosa smentita del pregiudizio sul presunto potere del “syndicat juif” era riuscita ad attirare l’attenzione sulla pluralità, sulla mixité sociale del mondo ebraico in un paese che in quegli anni cominciava a ricevere una numerosa emigrazione operaia russa, proprio dai territori dove forte era la presenza del Bund.
Questa emigrazione si accrescerà ulteriormente negli anni ’20 del XX secolo dove per ragioni che ho, con altri studiosi, messo in luce [M.G. Meriggi, Entre fraternité et xénophobie. Les mondes ouvriers parisiens dans l’entre-deux-guerres et les problèmes de la guerre et de la paix, Arbre bleu éditions, Nancy 2018] il mercato del lavoro in Francia accoglie migranti di diverse e numerose origini, straniere e coloniali, in una misura comparabile a quello degli Usa, e fra i quali ebrei (non più russi, dopo la rivoluzione, ma polacchi, ungheresi, rumeni) che troveranno lavoro soprattutto in quei settori dove prevaleva ancora la manifattura semiartigianale e dove era presente il lavoro a domicilio: la confezione sartoriale, i cappellifici e berrettifici, la pellicceria, la pelletteria.
Due osservazioni a questo punto.
Nel 1898 viene pubblicata, dalla tipografia di Jean Allemane, uno dei dirigenti operai socialisti –meno noto di Jean Jaurès – che comprese subito le ragioni delle false accuse a Dreyfus, una Lettre des ouvriers juifs au parti socialiste français – un partito che è ancora un’area popolata di diverse organizzazioni tutte minoritarie – per rivendicare la propria esistenza sociale non solo rispetto agli antisemiti ma davanti ai difensori di Dreyfus e per coerenza con una visione del mondo umanistica ed egualitaria.

D’altra parte, Soloweitschik individua e descrive – con una precisione che mette insieme inchieste istituzionali e interviste e testimonianze di lavoratori e organizzatori sindacali – il sistema degli sweatshops da una parte e l’organizzazione del lavoro nell’industria del diamante dall’altra. Si tratta di contributi interessanti – anche per la vivezza della presa diretta – che si rivolgono e possono essere per sé stessi raccomandati alla lettura degli storici del lavoro.
I vent’anni circa che precedono la Grande guerra sono gli anni di una prima globalizzazione e – alla fine della lunga depressione – coincidono con la cosiddetta “seconda rivoluzione industriale” dove dominano grandi investimenti di capitale, l’industria pesante e di macchine utensili in un rapporto stretto con le commesse statali, l’intreccio fra investimenti, ricerca e innovazioni tecnologiche. Nel 1911 Frederick Taylor pubblica The Principles of Scientific Management. Ma la classe operaia in quegli anni conosce essa stessa grandi innovazioni organizzative, e i profitti imprenditoriali, anche negli Usa, continuano al tempo stesso ad alimentarsi di forme più tradizionali di sfruttamento e di resistenza allo sfruttamento. Il Prolétariat méconnu ci spiega come lavorano, come sono reclutati e come resistono al dolore della loro condizione gli operai e le operaie degli sweatshops, come si organizza in quel settore il subappalto, chi sono coloro che sfruttano a loro volta i contoterzisti, le difficoltà ma anche l’importanza delle ispezioni di fabbrica. Alcuni dei testimoni di Soloweitschik sono proprio ispettori di fabbrica. Con lui seguiamo i problemi dell’emigrazione e ne intuiamo pure le potenzialità di nuove forme di emigrazione.
Assai meno noto – tranne che per studiosi dei Paesi Bassi, per cui rimando al sito dell’International Institute of Social History – il settore e le forme del lavoro nell’industria della preparazione, taglio e incastonamento dei diamanti. Capaci di una differenziata e precoce organizzazione di resistenza e mutualismo, di forme particolari di respectability da operai qualificati e di una laica gioia di vivere che suggerisce studi più approfonditi in proposito anche per altri settori e altri periodi.
Per me – e per Soloweitschik e per i suoi lavoratori disconosciuti – l’interlocuzione con gli storici sociali del lavoro è molto preziosa perché può fare emergere il pluralismo di esperienze e di identità in una fase decisiva di affermazione della società industriale.

Il lavoro degli ebrei alla fine del XIX secolo: a proposito di “Un proletariato negato” di Leonty Soloweitschik – Pietro Causarano

Presso la milanese Biblion è da poco uscito un libro molto interessante per chi si occupa di storia del lavoro, Un proletariato negato. Studio sulla situazione sociale ed economica degli operai ebrei, scritto dal lituano Leonty Soloweitschik. Pubblicato in prima edizione in Francia e in Belgio nel 1898 (in francese), è stato riedito nel 2019 sempre in Francia. Il volume non è mai stato tradotto o presentato al pubblico italiano, né all’epoca (salvo una recensione del 1904 su “La riforma sociale”) né in seguito. Maria Grazia Meriggi ha meritevolmente curato questo prezioso libro di fine ‘800 per la prima edizione italiana, scrivendo una lunga e utile introduzione in cui spiega genesi e circolazione di questo testo e ne contestualizza la differenziata ricezione e il successivo sostanziale oblio. Meriggi ci mostra anche il quadro politico-sociale e gli ambienti culturali in cui maturano le ragioni per le quali l’autore decise di occuparsi di un tema che non suscitava particolari interessi accademici pur essendo presente, in forma spesso ambivalente e ambigua, all’interno della riflessione dei movimenti sociali e politici, non solo di destra e antisemiti ma anche della classe operaia.

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L’inchiesta – che presenta molte delle ingenuità di un lavoro allo stadio iniziale di un percorso di ricerca, e che punta sulla forza dell’analisi dei dati originali – rimanda per certi versi ad una tradizione già consolidata di indagini scientifiche sulla classe operaia, dal carattere militante ma non per questo meno rigoroso, a cominciare da quel modello che fu La condizione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels del 1845. Non solo perché l’Inghilterra è il campo di maggiore approfondimento e con maggiori informazioni recuperate da Soloweitschik, ma perché l’intento demistificatorio è evidente fin dall’inizio e si lega ad una fase storica in cui – nell’Est europeo – la classe operaia di origine ebraica andava organizzandosi autonomamente nel Bund di ispirazione socialista, contesto storico che ben viene ricostruito nell’introduzione di Meriggi. L’autore, salvo rari passaggi, mantiene un distacco dal proprio oggetto di studio che gli permette anche di cogliere tutte le contraddizioni nel rapporto fra ebrei e “gentili” all’interno della classe operaia, soprattutto là dove gli operai israeliti erano anche e soprattutto immigrati come in Inghilterra e negli Stati Uniti.
L’idea di fondo di Soloweitschik era quella di sfatare un pregiudizio in relazione agli ebrei e il lavoro (perché parlare di operai ebrei, gli ebrei non sono tutti banchieri?). Un pregiudizio radicato nel tradizionale ruolo di intermediazione commerciale e finanziaria attribuito agli ebrei dal senso comune e difficile da rimuovere come ancora oggi ci ricorda ironicamente un episodio del film Ils sont partout di Yvan Attal del 2016. Un obiettivo esplicitato fin dall’inizio quando l’autore racconta un aneddoto che ha rappresentato la spinta decisiva ad intraprendere questa strada per la propria tesi di dottorato a Bruxelles, nel momento in cui un professore dell’università di Ginevra – con quella battuta sempliciotta (“Ma come, ci sono degli operai ebrei? Credevo che gli ebrei fossero tutti banchieri”) – aveva liquidato la sua richiesta di consigli e indicazioni. Eppure, sostiene l’autore, “sarebbe ridicolo pretendere che la razza ebraica (se esiste) sia una razza presso la quale predomina l’amore per il denaro e che l’ebreo disprezzi il lavoro manuale” (p. 69). Intanto perché – prima della diaspora – gli ebrei vivevano di agricoltura e pastorizia come la gran parte dei popoli del Mediterraneo, senza nessuna particolare specializzazione in campo commerciale e finanziario. E anche perché – nella diaspora – la crescente marginalizzazione subita nel mondo cristiano medievale, in contesti estranei e meno tolleranti di quelli islamici, li aveva esclusi nella gran parte d’Europa dalla possibilità di possedere e coltivare la terra. L’avvicinamento forzato alle attività di intermediazione commerciale affonda lì le sue radici.
Ciò non vuol dire che gli ebrei non svolgessero mestieri urbani legati all’artigianato (perfino i rabbini), elemento persistente nell’Est europeo, ovvero che l’ebreo fosse estraneo al lavoro manuale, anche se via via i margini di agibilità si sarebbero andati riducendo con la ghettizzazione. Ma c’è un elemento antropologico (direi antropometrico, quasi) che l’autore vuole sottolineare alla base del pregiudizio sul lavoro degli israeliti: “La classe operaia ebraica, che attualmente esiste nonostante tutte le bolle e gli editti lanciati contro questo popolo, ci dimostra che ad esso manca proprio ciò che è indispensabile all’esercizio del lavoro manuale: la forza fisica” (p. 73). È un tema ricorrente nel libro, anche per spiegare la posizione sociale non centrale – dal punto di vista funzionale e non solo etno-culturale – degli ebrei all’interno della classe operaia rispetto allo sviluppo industriale e alle sue caratteristiche. La scarsa presenza degli ebrei nel moderno sistema di fabbrica, inoltre, è determinata anche da condizionamenti religiosi, nello specifico dall’impossibilità di lavorare il sabato (p. 87). Questa marginalità economica e sociale – l’autore ci tiene a sottolinearlo – non si accompagna al degrado morale, anzi gli operai ebrei, per quanto poveri e talvolta miserabili per condizioni di vita e precarietà del lavoro, in realtà rappresentano un elemento di equilibrio e di comportamento sociale altamente decoroso anche in contesti di forte disagio e disgregazione (come la comunità di Whitechapel nel duro East End londinese, considerata “peaceful and law-abiding”, p. 94).

Il libro affronta principalmente i paesi per i quali all’autore è stato possibile recuperare informazioni sulla specifica condizione degli ebrei in quanto proletari, soprattutto Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Romania e Russia. La parte del leone la fa il Regno Unito, non solo per la ricchezza e varietà dei dati a disposizione, ma anche per la peculiarità del proletariato ebraico in Inghilterra, costituito in larga parte da immigrati dell’Est europeo in transito –e spesso poi insediatisi stabilmente – verso gli Stati Uniti. Ci sono nicchie di lavoro qualificato – come la presenza degli ebrei nell’industria olandese di diamanti in mansioni specializzate – che ne fanno una sorta di particolare aristocrazia operaia (una specie di “bohème operaia”, p. 85). In realtà ciò che caratterizza in maniera prevalente l’attività degli operai ebrei è la situazione marginale e precaria delle condizioni di lavoro e dei rapporti contrattuali, l’incertezza di status. In Inghilterra e negli Stati Uniti – e anche in Olanda per le qualifiche più basse – il cosiddetto sweating system (cioè il lavoro conto terzi) che si traduce spesso in lavoro a domicilio (homework), soprattutto nel settore tessile e delle confezioni e nel calzaturiero, è il dato caratterizzante il proletariato ebraico (pp. 112-16). La parcellizzazione delle mansioni e delle lavorazioni all’interno di un’estrema e frammentata divisione del lavoro condiziona in maniera decisiva il potere contrattuale dell’operaio ebreo. Gli operai ebrei nel Regno Unito alla fine dell’800, a seconda delle stime, oscillavano fra i 100 e 150.000 mila, di cui i due terzi concentrati a Londra, nei quartieri più degradati e poveri come l’East End ma anche Soho e il West End (pp. 96, 107-10).
Il sweating system circoscrive in maniera durissima la loro vita: irregolarità del lavoro, orari eccessivamente prolungati per autosfruttamento (overtime), “salari da fame (starvation wages)”, insalubrità abitativa e degli spazi di lavoro domestici o compressi in piccoli laboratori inadatti (p. 96). Vittime predestinate e preferite degli intermediari (middlemen) e dei padroni committenti (sweatmasters) sono prima di tutto gli ebrei di recente immigrazione (greeners) che non hanno risorse economiche e sociali e che spesso restano a mezzo nel loro percorso che dall’Est europeo avrebbe dovuto condurli verso gli Stati Uniti (p. 100). Gli operai e le operaie ebrei si concentrano soprattutto nelle confezioni, nelle calzature, nella produzione di berretti e di pellicce, nella fabbricazione di sigari e sigarette (in cui si ritrovano quote significative di minori) e di scatole, nel settore artigianale del mobile. Una volta attraversato l’Oceano, però, il miracolo nella “terra delle opportunità” per l’operaio ebreo in realtà non si realizza. L’esodo dai paesi est europei e in particolare dalle zone occidentali dell’Impero russo (“zone di residenza”), dove è sita la più grande quantità di popolazione ebraica europea, diventa un fenomeno impressionante a partire dagli anni ’80, dopo la loro concentrazione fuori del territorio russo nei paesi baltici, in Polonia e in Ucraina (p. 154). La condizione dell’immigrato ebreo negli Stati Uniti per molti aspetti non è diversa da quella in Inghilterra, sempre per l’ampia diffusione del lavoro conto terzi e a domicilio. Se la “miseria economica” del sweating system morde sempre l’operaio ebreo, almeno può sfuggire alla “miseria psicologica” che lo opprimeva nel mondo slavo da cui è scappato (pp. 169-170). Il vero “tipo” di ebreo dell’Est europeo “è quello dell’artigiano, dell’operaio, del piccolo commerciante” che in alcune regioni meno antropizzate ha pure la possibilità di essere colono (pp. 153, 171). L’ebreo russo quindi – come quello romeno – è soprattutto il lavoratore dei mestieri manuali e porta dietro di sé questa caratteristica nell’emigrazione.
La presenza ebraica negli USA è consistente: 350.000 ebrei a New York, 150.000 a Chicago, ma anche a Boston, Philadelphia, Baltimora, Cincinnati. La condizione di minorità dell’immigrato ha fatto sì che i lavori marginali e precari, produttivi e di servizio, fossero soprattutto appannaggio degli ebrei e che gli unici concorrenti fossero gli italiani, “il cui standard of life è ancora più modesto di quello degli ebrei” provenienti dall’Est europeo (p. 129). Non a caso – come e più che in Inghilterra – qui si riscontrano contrasti fra operai cristiani e operai ebrei. E a differenza dell’Europa qui l’immigrazione ebraica, come altre emigrazioni povere quali gli irlandesi e gli italiani, darà un contributo al mob urbano.
Leonty Soloweitschik si chiede anche quale sia la capacità di difesa e tutela espressa dal proletariato ebraico nei diversi contesti, tenuto conto della frammentazione lavorativa e della precarietà di status e contrattuale. L’operaio ebreo, così isolato dal contesto sociale e disperso sul piano lavorativo, è in grado di organizzarsi sindacalmente? Qui gli operai ebrei giocano una carta che li differenzia dagli operai cristiani – stavolta avvantaggiandoli – cioè l’essere nettamente più istruiti. Se nell’Est europeo questa dimensione assume una forma politica di stampo socialista più compiuta con il Bund, come già ricordato, il contributo degli ebrei all’unionismo in Inghilterra e negli Stati Uniti invece non è da sottovalutare. Gli ebrei inglesi e olandesi partecipano agli scioperi e sono in grado di promuoverli con le proprie organizzazioni o insieme a quelle generali. In Olanda gli operai ebrei dell’industria diamantifera partecipano agli stessi sindacati dei “gentili” e in forma più strutturata, in Inghilterra in modalità più occasionale e comunitaria (pp. 83-84, 101, 103-4, 106). È soprattutto negli Stati Uniti però che gli operai ebrei giocano un ruolo decisivo nel sindacalismo e non soltanto con le proprie numerose strutture di rappresentanza e di difesa (l’autore ne enumera ben 24 solo a New York). Fondamentale qui risulta l’istruzione tanto da fare degli operai ebrei “l’aristocrazia intellettuale degli emigranti” che, nel caso di affiliazione congiunta alle unions generali, va a vantaggio di tutti, mostrando una capacità negoziale e di tenuta nei conflitti “radicali” che porta a risultati condivisi (pp. 131-35).
Nel rapporto con gli operai cristiani, oltre alla solita accusa di concorrenza sleale sui salari che però tocca di norma tutti gli immigrati (come gli irlandesi in Inghilterra o gli italiani nei confronti degli stessi ebrei in USA), un altro elemento di tensione – all’interno del lavoro unskilled – è dato da quello che l’autore definisce il superiore “livello intellettuale e morale” degli operai ebrei (p. 116). L’accusa rivolta agli operai ebrei in Inghilterra, ma non negli Stati Uniti, di scarsa “moralità sociale” (cioè solidarietà di classe) invece deriva forse dall’individualismo e dal familismo mediterraneo degli ebrei, temperati dalla solidarietà comunitaria interclassista, da una socialità legata al leisure e dal consumo vistoso. La propensione ebraica al risparmio – antropologicamente costruita nelle strettoie, nelle incertezze e nei ricatti legati a secoli di diaspora – segna uno stacco rispetto alla dissipatezza dei comportamenti del proletariato cristiano inglese più povero e dequalificato, che non ha alcuna strategia familiare di riscatto sociale intergenerazionale come invece ha l’operaio ebreo nella sua ricerca di decoro. E questa attitudine rientra perfettamente all’interno dello stile di vita americano (pp. 118-23).

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