Attualità

Il 6 gennaio 2021 in prospettiva storica – Stefano Luconi

L’accampamento dei veterani, Washington, DC, luglio 1932, foto di Theodor Horydczak, Library of Congress

I veterani del primo conflitto mondiale che rivendicavano il versamento immediato, anziché nel 1945, della pensione di guerra si accamparono pacificamente a Washington sotto Capitol Hill, la sede dell’Assemblea legislativa federale, alla metà del 1932 fino a quando il procuratore generale degli Stati Uniti ordinò alla polizia di disperderli con la forza il 28 luglio. Allo stesso modo, un presidio non violento di circa 3.000 persone, appartenenti in prevalenza a minoranze etno-razziali, stazionò nella capitale, ai margini dell’area degli edifici dello Stato federale, per sei settimane nella primavera del 1968. Lo scopo della loro presenza era quello di chiedere l’adozione di provvedimenti che avrebbero dovuto ridimensionare le sperequazioni economiche e sociali, dando attuazione a un’iniziativa programmata dal leader afro-americano Martin Luther King Jr. alla vigilia del suo assassinio il 4 aprile precedente.

George Munger, Il Campidoglio – ancora in costruzione – dopo l’incendio appiccato dalle truppe britanniche, acquarello, 1814

Pertanto, prima del 6 gennaio 2021, gli ultimi in ordine di tempo a dare l’assalto a Capitol Hill erano stati i soldati del generale Robert Ross, che avevano incendiato il Campidoglio il 24 agosto 1814. Si trattava, però, delle truppe del nemico degli Stati Uniti, il Regno Unito, durante la cosiddetta seconda guerra d’Indipendenza, combattuta da questi due paesi tra il 1812 e il 1815.

L’attacco materiale contro una delle istituzioni federali non era stato condotto dai sostenitori del presidente americano, come è invece accaduto lo scorso 6 gennaio, quando Donald J. Trump – da fautore della sicurezza e delle politiche di “law and order” a tal punto da riprendere l’esecutività della pena di morte per reati federali dopo 17 anni di moratoria – si è trasformato in un fomentatore dell’eversione e del rovesciamento delle istituzioni. Nell’estate del 2020 Trump aveva minacciato di utilizzare le forze armate per reprimere le manifestazioni non violente del movimento Black Lives Matter, che voleva sensibilizzare l’opinione pubblica e i legislatori sulla brutalità della polizia contro afroamericani indifesi in seguito al soffocamento di un nero disarmato, George Floyd, da parte di un agente di Minneapolis. Pochi mesi dopo, invece, Trump ha sobillato i suoi elettori a occupare la Camera e il Senato nel vano tentativo di impedire la certificazione formale della vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 3 novembre 2020.

L’irruzione dei sostenitori di Trump nel Campidoglio, 6 gennaio 2021, foto di Manuel Balce Ceneta, Associated Press

Con le cinque vittime che ha provocato, l’irruzione violenta dei paladini di Trump nell’edificio del Congresso, alla quale ha preso parte perfino un membro dell’Assemblea legislativa del West Virginia, Derrick Evans, è un atto senza precedenti. In passato, infatti, la transizione dal controllo di un partito a un altro sulla Casa Bianca era avvenuta in modo tranquillo e incruento, a tal punto che il cambiamento di regime attraverso l’arma pacifica del voto è andato a costituire una delle pietre angolari dell’“eccezionalismo americano”, cioè della presunta diversità dell’esperienza storica statunitense rispetto alle vicende del resto del mondo e, in particolare, a quelle europee. Già nel 1801 gli Stati Uniti si erano vantati del fatto che, mentre in Francia la Repubblica si era instaurata con l’eliminazione fisica del sovrano Luigi XVI ed era stato necessario ghigliottinare Robespierre per porre fine al Terrore, il passaggio della presidenza dalle mani del federalista John Adams a quelle del repubblicano-democratico Thomas Jefferson era stato attuato senza alcuno spargimento di sangue dopo le elezioni dell’anno precedente.

Su queste dinamiche è stato costruito il paradigma secondo cui le istituzioni federali statunitensi sarebbero così perfette che, ogni qualvolta si verifica una scollatura tra il Paese legale e il Paese reale, i cittadini possono sostituire i politici al potere con il semplice ricorso alle elezioni, senza bisogno di fare uso della violenza. Tale modello si configura come un mito che non prende in considerazione lo scoppio della guerra civile, scaturita indirettamente dal rifiuto degli Stati schiavisti del Sud di accettare l’elezione di Abraham Lincoln alla Casa Bianca nel 1860. Nondimeno, è proprio a questa narrazione idealistica della natura democratica della politica statunitense e delle istituzioni del paese che si era ispirato in passato il comportamento dei candidati sconfitti nelle elezioni presidenziali, anche quando le obiezioni all’esito ufficiale del voto avrebbero potuto apparire legittime.

Discorso televisivo di Al Gore per riconoscere l’elezione di George W. Bush 13 dicembre 2000

Per esempio, nel 1960, il repubblicano Richard M. Nixon non mise in discussione il responso delle urne malgrado brogli palesi che avevano consentito al democratico John F. Kennedy di conquistare lo Stato dell’Illinois e i suoi grandi elettori con una maggioranza inferiore a 9.000 suffragi popolari, dopo che a Chicago – grazie alla complicità del sindaco democratico Richard J. Daley e al probabile coinvolgimento della criminalità organizzata – avevano votato centinaia di persone che risultavano decedute in precedenza secondo la documentazione dell’anagrafe municipale. Allo stesso modo, nel 2000 il democratico Al Gore accettò la sentenza della Corte Suprema che, di fatto, permise al repubblicano George W. Bush Jr. di vincere in Florida con un margine di appena 537 voti popolari, sebbene lo scrutinio fosse stato supervisionato e certificato da un’amministrazione che faceva capo al fratello del suo sfidante, il governatore Jeb Bush.

Mo Brooks arringa la folla, Washington, DC, 6 gennaio 2021, foto di Jacquelyn Martin, Associated Press

Fino al 6 gennaio scorso le sporadiche contestazioni dell’esito delle presidenziali non avevano mai mirato a rovesciare i fondamenti della democrazia elettorale statunitense. Nel 2001 alcuni deputati democratici cercarono di sbarrare a Bush le porte della Casa Bianca e di aprirle a Gore, pretendendo l’annullamento del voto dei grandi elettori della Florida. Nel 2005, per tentare di intralciare la rielezione di Bush e portare il democratico John Kerry alla presidenza, la deputata Stephanie Tubbs Jones e la senatrice Barbara Boxer provarono a ottenere la cancellazione dei voti dei grandi elettori dell’Ohio. In ragione di questi precedenti, resi possibili da una legge del 1887, le mozioni presentate dai sostenitori di Trump in Congresso per rigettare la certificazione della vittoria di Biden in Arizona e in Pennsylvania erano di per sé del tutto legittime, sia pure basate su motivazioni risibili e destituite di ogni fondamento giuridico. Però, il voto a favore del primo documento da parte di 6 senatori e 121 deputati repubblicani e del secondo a opera di 7 senatori e ben 138 deputati è avvenuto dopo l’irruzione a Capitol Hill e, per la sua tempistica specifica, ha rasentato un vero e proprio atto eversivo. Non a caso, uno di costoro, il deputato Mo Brooks dell’Alabama, era reduce da un comizio nel quale, con parole ancor più incendiarie di quelle del presidente, aveva incitato la folla – composta, a suo dire, da “patrioti americani” – a prendere nota dei nomi degli oppositori di Trump e a cacciarli dal Congresso letteralmente a calci nel sedere. Altri due deputati repubblicani, Andy Biggs e Paul Gosar dell’Arizona, in concorso con lo stesso Brooks, avrebbero aiutato a pianificare l’irruzione nel Campidoglio, accompagnando i leader dei sovversivi all’interno dell’edificio nei giorni precedenti la protesta.

Gli eventi del 6 gennaio hanno rappresentato l’acme di un imbarbarimento della dialettica politica statunitense che ha visto la violenza passare dalle parole ai fatti, soprattutto durante la presidenza di Trump; l’elezione di quest’ultimo alla Casa Bianca e il suo linguaggio sempre più aggressivo hanno finito per dare una legittimazione politica all’estremismo dei conservatori, fossero essi sovranisti, populisti, neonazisti, iper-individualisti nemici di qualsiasi regolamentazione del governo o sostenitori della presunta supremazia della “razza” bianca sulle minoranze “di colore” come afroamericani e ispanici.

Manifestazione della Alt-Right, Charlottesville, Virginia, 12 agosto 2017

I precedenti sono stati l’uccisione dell’attivista progressista Heather Heyer a Charlottesville, il 12 agosto 2017, durante una manifestazione della Alt-Right contro la rimozione della statua equestre del generale confederato Robert E. Lee, divenuto un simbolo della segregazione razziale e della discriminazione degli afroamericani; la marcia della Citizens Defense League sull’assemblea legislativa della Virginia a Richmond, il 20 gennaio 2020, per opporsi a provvedimenti che limitassero il possesso delle armi da parte di privati cittadini; il tentativo – poi sventato dall’FBI – del gruppo paramilitare Wolverine Watchmen di rapire la governatrice democratica del Michigan Gretchen Esther Whitmer in autunno.
Segnali in questa direzione avevano, comunque, precorso l’impegno politico diretto di Trump. In particolare, il 17 giugno 2015 un razzista squilibrato di nome Dylann Roof aveva assassinato il pastore afroamericano e senatore statale democratico del South Carolina Clementa Pinckney, insieme ad altri 8 neri, mentre stava officiando una funzione religiosa alla Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston. L’obiettivo farneticante di Roof era quello di innescare una nuova guerra civile tra bianchi e neri per impedire agli afroamericani di consolidare la loro influenza politica negli Stati Uniti: un potere crescente simboleggiato, a suo giudizio, dalla presenza di Barack Obama alla presidenza.

Nel 1964 il repubblicano Barry Goldwater si candidò alla Casa Bianca proclamando che l’estremismo in difesa della libertà non era un vizio e che la moderazione nella ricerca della giustizia non era una virtù. Il democratico Lyndon B. Johnson lo sconfisse con una maggioranza del 61,1%, la percentuale più alta del voto popolare raccolta da un candidato in tutto il ‘900. Otto anni più tardi, nel 1972, Nixon strappò al democratico George McGovern 49 Stati su 50, dopo che quest’ultimo aveva proposto un programma iperprogressista che contemplava la liberalizzazione del consumo delle droghe leggere, la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza e l’amnistia per i renitenti alla leva della guerra del Vietnam. In seguito alla debacle di Goldwater e McGovern i due maggiori partiti si convinsero che programmi troppo radicali erano controproducenti alle elezioni e si orientarono entrambi verso posizioni moderate.

Contestatori del progetto di riforma sanitaria di Obama, Madison, Wisconsin, 19 aprile 2009

Così, nel 1996 il democratico Bill Clinton promulgò una riforma del welfare state che accoglieva le obiezioni dei conservatori allo stato sociale, introducendo limiti temporali alla fruizione dei sussidi sulla base del principio che lo scopo delle istituzioni non avrebbe dovuto essere ridurre la povertà ma combattere la dipendenza degli indigenti dall’assistenzialismo. In modo analogo, sul fronte politico opposto, nel 2001 George W. Bush si presentò come un “conservatore compassionevole”, autorizzando il rimborso parziale dei farmaci acquistati dietro presentazione di ricette mediche nel caso degli ultrasessantacinquenni e stanziando oltre 11 miliardi di dollari per il potenziamento delle scuole pubbliche primarie e secondarie a beneficio soprattutto degli studenti delle zone più disagiate del paese. In seguito, nonostante le posizioni neoliberiste del suo esordio alla Casa Bianca, Bush autorizzò l’intervento dello Stato federale per il salvataggio delle aziende e degli istituti finanziari ritenuti “too big to fail” durante la grande recessione iniziata alla fine del 2008. In ottemperanza alla volontà di ridimensionare le istanze politiche più radicali, perfino Obama, ancorché vituperato dal Tea Party Movement, si astenne dall’inserire la creazione di un’agenzia assicurativa pubblica nella riforma sanitaria del 2010 che porta il suo nome.

La convergenza di democratici e repubblicani verso il centro dello spettro politico si è interrotta con la comparsa di Trump sulla scena elettorale. Fin dalla corsa per la Casa Bianca nel 2016, Trump ha fatto affidamento sulla mobilitazione delle frange più estremiste della composita galassia del conservatorismo statunitense, incassando non a caso l’appoggio di “The Crusader”, l’organo del Ku Klux Klan in Alabama nella sfida contro Hillary Clinton. La sua strategia non è cambiata dopo l’ingresso nello Studio Ovale. Nel suo discorso di insediamento, anziché proporsi come il presidente di tutti gli statunitensi – come avevano fatto i suoi predecessori (resta memorabile in proposito l’affermazione di Jefferson dopo il passaggio delle consegne con Adams: “siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti”) – per rimarginare le lacerazioni della campagna elettorale appena conclusasi, si presentò quale paladino del popolo, accusando le istituzioni (la “palude” di Washington) di abusare del loro potere ai danni dei cittadini. In seguito, si è ben guardato dal prendere le distanze dai conservatori più radicali. Ad esempio, dopo l’assassinio di Heyer, negli scontri tra progressisti e Alt-Right, dichiarò che c’erano “brave persone” da entrambe le parti. Nello specifico, Trump ha trasformato il suo mandato in una campagna elettorale permanente, condotta attraverso l’aggravamento delle divisioni e volta a coltivarsi il sostegno delle formazioni più estremiste della Destra, demonizzare i suoi oppositori e difendere in maniera aperta e palese i suoi interessi politici personali anziché promuovere il benessere della collettività. L’esito di questa opera di costante inquinamento dei metodi della lotta politica è stato l’accentuazione della spaccatura della società statunitense in due componenti quasi equivalenti in termini numerici di cui la tentata insurrezione del 6 gennaio costituisce la conseguenza più recente.

Donald J. Trump incita a impedire la certificazione dell’elezione di Joe Biden, Washington, DC, 6 gennaio 2021

Se il 19 aprile 1995 Timothy McVeil, un reduce della prima Guerra del Golfo, aveva ucciso 168 persone in un attentato terroristico contro un edificio federale a Oklahoma City per provocare una rivolta popolare contro il governo, il progressivo accrescimento della violenza politica negli anni seguenti e la sua legittimazione sotto l’amministrazione Trump sono risultati tali che il tentato rovesciamento delle istituzioni il 6 gennaio, con il suo strascico di sangue, è stato istigato da alcuni dei loro stessi esponenti: il presidente degli Stati Uniti e almeno quattro legislatori repubblicani.

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