Sport

Maradona e la Copa América – Francesco Gallo

La triste e dolorosa scomparsa di Diego Armando Maradona, tra i tanti effetti, ha avuto quello di mobilitare migliaia di penne e tastiere di giornalisti, appassionati e semplici commentatori di tutto il mondo che hanno ricordato in maniera diversa il grande campione argentino. Tra le numerose e inevitabili agiografie, però, l’unico aspetto della sua carriera rimasto nell’ombra, inesplorato, è il suo apporto alla nazionale argentina nella Copa América, il più antico torneo per nazionali della storia del calcio.

«Una pasión es una pasión»
Nata nel 1916 prima dei Mondiali, degli Europei e della Coppa Campioni, la Copa América ha dato inizio alla passione di un intero continente per il fútbol. Dopo aver attraversato l’oceano, nel 1882 il pallone da calcio sbarcò sulle rive del fiume Paraná insieme a un insegnante scozzese, Alexander Watson Hutton.

In cerca di un clima più salutare rispetto alle gelide catene montuose delle Highlands, il docente di filosofia giunse in Argentina con il compito di dirigere un college per i figli dei dirigenti delle industrie ferroviarie. Ma oltre ai Dialoghi platonici e alla sfera di cuoio, dalla Gran Bretagna importò anche l’educazione e l’etica sportiva vittoriana. Lo sport, dunque, non doveva essere considerato solo come un gradevole passatempo, bensì un valido strumento educativo, nonché un innovativo mezzo di pedagogia sociale. 

In pochi anni nacquero le prime squadre argentine: dall’Alumni Athletic Club – fondata proprio dagli studenti di Hutton – alle più famose e gloriose del paese: River Plate e Boca Juniors. il fenomeno investì in breve tempo tutto il Sud America. Grazie alle sempre più numerose tratte ferroviarie (estradas de ferro), il pallone prese a viaggiare veloce da un capo all’altro del continente e in pochi anni raggiunse anche gli angoli più impervi. Sorsero ovunque formazioni con nomi inglesi e dappertutto si organizzarono campionati amatoriali e tornei locali. 

Sulla scia di questo diffuso entusiasmo Hutton, per conferire una direzione unitaria al movimento, nel 1893 fondò l’Asociación del Fútbol Argentino (AFA), cui in breve tempo aderì la maggior parte dei club sudamericani. All’interno dell’AFA, che ricalcava la struttura di quella inglese (Football Association), la parola d’ordine era: distinguersi. Se da Londra avevano importato gioco, regole e statuti – oltre ai pregiati tessuti di Manchester, poncho, stivali, farina e soprattutto il concetto della dottrina del libero commercio attraverso gli indispensabili prestiti della Banca di Barings -, la volontà dei rioplatensi era quella di recidere il cordone ombelicale con la perfida Albione, a cominciare proprio dallo stile di gioco. 

La complessità socio-geografica dell’America Latina, con la mescolanza di decine e decine di popoli dislocati in un vastissimo territorio caratterizzato da diversi contesti ambientali e climatici, permetteva di esplorare ed esprimere un modo alternativo di giocare a calcio. L’atletismo, i lanci lunghi e i tiri da una parte all’altra del campo potevano rimanere negli stadi inglesi. In quelli sudamericani, invece, tifosi e calciatori prediligevano un trattamento della palla più morbido ed elegante, spesso prerogativa di chi non era dotato di grandi mezzi fisici.  

In un contesto simile, il calcio cominciò ad adeguarsi all’ambiente, al clima, all’antropologia e, dunque, alla variegata cultura di un popolo. Si dice che in Inghilterra sia nato il football, ma in America Latina è nato l’amore, la passione per il fútbol. Le dinamiche britanniche volte a ottimizzare il proprio sforzo – calcistico o professionale — in relazione a un risultato da raggiungere («goal», significa per l’appunto “scopo, obiettivo”) non avevano attecchito nel continente del tango, del samba e del realismo magico. Sicché i sudamericani alterarono persino lo scopo del dribbling, divenuto puro divertimento, esibizione del proprio estro personale, della creatività del giocatore. E visto che sul terreno bagnato non era facile riprodurre quei gustosi giochi di prestigio con la palla, talvolta in caso di pioggia le partite venivano addirittura rinviate. L’estro nello sfoggiare virtuosismi come la gambeta, la rabona o l’irresistibile marianela – prerogative del repertorio maradoniano – spinsero il periodico argentino «El Gráfico» ad elogiare quel gioco «basso, corto, preciso, artistico e dinamico», titolando in maniera definitiva: «IL FÚTBOL RIOPLATENSE È IL CALCIO MIGLIORE DEL MONDO».

Gianni Brera nella sua Storia critica del calcio italiano ha esaltato le capacità balistiche di queste «cicale» argentine allungandone le radici tra la polvere dei potreros, i cortili, molto spesso sconnessi, dove si imparava sin da piccoli ad avere familiarità con la palla. Lì nacque il cosiddetto estilo criollo, proprio dei creoli che, nel 1916, si apprestavano a scendere in campo nel primo storico torneo di calcio per nazionali. L’occasione fu l’anniversario del centesimo anno dell’indipendenza argentina.

A proporre l’idea di una competizione continentale fu però un uruguagio, Héctor Rivadavia Gómez, presidente della Federazione calcistica dell’Uruguay nonché proprietario dei Montevideo Wanderers. Egli propose di istituire un torneo con cadenza annuale da far disputare a tutte le squadre rappresentanti le federazioni calcistiche dell’America Latina appena convogliate nella Confederación sudamericana de Fútbol (CONMEBOL). In tal modo, l’amministrazione del calcio sudamericano veniva completamente strappata dalle mani degli inglesi e consegnata in quelle di todos los países hermanos del Sud America.
Nacque così il primo Campeonato Sudamericano de Football (il termine Copa América verrà utilizzato solo negli anni ‘70), che per le prime 13 edizioni fu conteso principalmente sul Río de la Plata, tra argentini e uruguagi. Una rivalità etnica, politica, culturale e calcistica mai sopita e che, in vista delle edizioni della Copa América, si radicalizzava. Anche perché, come viene brillantemente spiegato nel film argentino Il segreto dei suoi occhi (Oscar per il miglior film straniero nel 2010), «un uomo può cambiare di tutto, di faccia, di casa, di famiglia, fidanzata, di religione, di Dio, però c’è una cosa che non può cambiare…, non può cambiare di passione». Proprio perché una pasión es una pasión.

Maradona atterra in Copa América               

Nel 1979, dopo aver brillato nel campionato sudamericano under-20 e poi in alcune amichevoli, il giovane Diego Maradona era ancora alla ricerca del suo primo goal ufficiale con la maglia dell’Albiceleste. L’occasione giusta parve arrivare con la convocazione in vista della XXXI edizione del massimo torneo sudamericano per nazionali. Gli argentini inseguivano disperatamente un nuovo successo nella storica competizione continentale da vent’anni, da quando sulla fascia imperversava quel giocoliere di Oreste Corbatta, soprannominato el dueño de la raya («il padrone della linea laterale»), l’unico in grado in quegli anni di vedersela ad armi pari con il più quotato Garrincha.  Nel 1959, grazie alle sue inarrestabili cavalcate, aveva contribuito più di tutti alla conquista della XII edizione, mentre Pelé si era dovuto accontentare solo del titolo di capocannoniere.
La pur controversa vittoria del mondiale di calcio casalingo del 1978 aveva acceso le speranze argentine di una pronta reconquista. Secondo molti tifosi, infatti, quell’anno la vittoria della Copa era alla portata di piedi. Era quella la seconda edizione in cui la storica competizione presentava importanti innovazioni, decise al congresso della Conmebol del 1970. Innanzitutto, il torneo avrebbe avuto cadenza quadriennale, come i Mondiali, gli Europei e le Olimpiadi. Al torneo avrebbero partecipato tutte le dieci Nazionali iscritte alla confederazione, divise in tre gironi con gare di andata e ritorno. Ad attendere in semifinale le tre squadre vincitrici nei gironi vi sarebbe stata la squadra vincitrice dell’edizione precedente. Queste partite, inoltre, si sarebbero giocate in tutte le nazioni e non più in un unico paese ospitante. La squadra vincitrice del torneo avrebbe conquistato quella che dal 1975 si chiamava Copa América. 

Nonostante le grandi aspettative di tutto l’ambiente argentino, l’allenatore César Luis Menotti decise che a scendere in campo sarebbe stata una formazione sperimentale.
Dei campioni del mondo era presente solo il capitano Daniel Passarella, colonna del River Plate, cui assegnò sostanzialmente due compiti: forgiare l’emergente gruppo di giovani leve e riorganizzare la difesa argentina. Il caudillo della Selección, uno dei più grandi difensori centrali della storia del calcio, era certamente dotato delle necessarie capacità tecniche e caratteriali per esaudire le richieste del flaco

Eppure, il cammino della giovane nazionale cominciò con il piede sbagliato: vittoria della Bolivia per 2 a 1. Gli esordienti masticarono amaro quella sera e, sulla strada di ritorno dalle intollerabili altitudini boliviane di La Paz, cominciarono a temere di aver tradito la fiducia di una nazione da poco laureatasi campione del mondo. In più, all’orizzonte si stagliava un avversario ancora più complicato da battere: il Brasile. Per la seconda edizione consecutiva, infatti, le due selezioni erano capitate nello stesso girone e la trasferta al Maracanã di Rio de Janeiro si profilava come un vero e proprio spareggio, anche perché allo stadio Hernando Siles di La Paz pure i brasiliani erano inciampati in un’inaspettata sconfitta contro i padroni di casa.

Il 2 agosto 1979, comunque, entrambe le squadre scesero in campo con formazioni zeppe di fresche promesse da far maturare in vista dei prossimi Mondiali in Spagna. Quel giorno, il non ancora diciannovenne Diego Armando Maradona fece il suo esordio nella competizione. Purtroppo per lui, però, fu un debutto amaro, bagnato con un’altra sconfitta. Il Brasile si era portato subito in vantaggio, dopo due minuti, con Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico. 
Il talento del Flamengo in quegli anni stava cominciando a mostrare la sua immensa classe e presto sarebbe divenuto uno dei migliori numeri 10 della storia brasiliana. Quel giorno trascinò i verde-oro alla vittoria per 2 a 1.

Nel frattempo, però, il futuro pibe de oro, astro nascente dell’Argentinos Juniors – scoperto mentre palleggiava divinamente tra le polverose strade di Villa Fiorito da Pipo Mancera, volto noto della televisione argentina -, al ritorno nello spogliatoio apprese che nonostante la sconfitta anche nella partita successiva sarebbe partito titolare.

Così, sei giorni dopo, scese regolarmente in campo nella decisiva partita di ritorno contro la Bolivia. Vincere era l’unico possibile risultato in grado di mantenere l’Argentina aggrappata alla speranza di giocarsi il passaggio del turno. Dopo il fischio d’inizio, i boliviani intuirono infatti che quel giorno per loro non ci sarebbe stato scampo, anche perché Passarella al secondo minuto segnò di testa il gol dell’1 a 0. È tutt’oggi il gol più veloce della storia della Copa América.  La partita finì 3 a 0 e l’ultima rete portò la firma di Maradona. Un gol di sinistro, una sorta di rigore in movimento solitario in mezzo all’area di rigore – abbastanza semplice, effettivamente – che, pur non esprimendo la quintessenza della “maradoneide”, fu comunque il primo gol in assoluto con la maglia argentina in una gara ufficiale. 
Da quel giorno in poi ne avrebbe segnati altri 30, contribuendo più di tutti alla conquista della seconda Coppa del Mondo del 1986 e al raggiungimento della finale, persa contro la Germania, ai mondiali italiani del 1990. Quello contro la Bolivia fu comunque l’ultimo gol dell’Albiceleste e quella edizione vide il trionfo del Paraguay del capocannoniere Eugenio Morel. 
Alla successiva edizione della Copa América del 1983 Maradona non partecipò, anche perché nella seconda fase del torneo era indisponibile, avendo da poco subìto un terribile infortunio alla caviglia in seguito a un fallo da parte del difensore basco Andoni Goikoetxea, durante un’accesissima sfida tra i catalani del Barcellona e i baschi dell’Athletic Bilbao. 

Per rivedere Maradona in Copa América si deve dunque aspettare il 1987. Diego stava vivendo all’epoca il suo periodo migliore: a suon di magie aveva trascinato prima l’Argentina alla conquista del suo secondo alloro mondiale e poi il Napoli alla storica vittoria del suo primo scudetto. In quell’estate, quindi, era intenzionato a conseguire un altro importante riconoscimento con la sua Nazionaletanto più che la competizione si giocava in casa. 
La Conmebol, infatti, dopo tre sole edizioni aveva abbandonato la formula adottata nel 1972 a Bogotà, divenuta anacronistica con le partite di andata e ritorno che prolungavano il torneo per un arco di tempo ormai non più sostenibile per il calcio contemporaneo e per i giocatori sudamericani, impegnati nelle numerose competizioni. La Conmebol così tornò sui suoi passi, riducendo il numero delle partite della competizione, anche perché vi era la ragionevole certezza che molti club europei non avrebbero concesso il nulla-osta ai giocatori sudamericani per partecipare al torneo. Per evitare di far perdere d’interesse nella competizione e per valorizzare l’eccezionalità del torneo, si optò dunque per un ritorno alle origini: edizioni della kermesse ogni due anni in un unico paese ospitante, da alternare in rigoroso ordine alfabetico.

Si ripartì quindi dall’Argentina e, anche per questo motivo, i padroni di casa erano considerati i favoriti per la vittoria finale. Inoltre, Maradona era l’asse portante di una formazione vincente che già guardava al futuro con l’innesto di promettenti reclute come Claudio Caniggia, già a segno nel 3 a 0 rifilato all’Ecuador nella seconda partita. La veloce ala dai capelli biondi, soprannominata «il figlio del vento», dovette cedere però le luci della ribalta al numero 10 argentino che in quell’edizione con tre gol traghettò l’Albiceleste in semifinale. 

Il primo lo mise a segno nella partita d’esordio contro il Perù, esibendosi in un’abile giocata: stop di sinistro e tiro al volo sotto le gambe del portiere José González Ganoza (che pochi mesi più tardi sarebbe rimasto vittima insieme ai suoi compagni di squadra nell’incidente aereo noto come la Tragedia del Alianza Lima).

Gli altri due gol li realizzò nella partita successiva, contro l’Ecuador: un rigore e una splendida punizione all’incrocio dei pali alle spalle dell’incolpevole Carlos Luis Morales. 
Gli argentini non andarono oltre la semifinale: furono sconfitti dai futuri campioni del torneo dell’Uruguay di Antonio Alzamendi, che con i suoi gol aveva portato nel 1986 il River Plate sul tetto del mondo, con la conquista della Coppa Libertadores e della Coppa Intercontinentale, vinte rispettivamente contro l’América de Cali e la sorprendente Steaua Bucarest.
L’ultimo tango in Copa América Maradona lo ballò nell’edizione del 1989. Fu ancora una volta un’edizione con nuove regole, in omaggio alla tradizionale discontinuità sudamericana. Visto che le ultime due coppe le aveva alzate in cielo l’Uruguay giocando solamente le due partite finali, fu stabilito che tutte le squadre avrebbero dovuto conquistarsi la finale con lo stesso numero di partite. In Brasile, paese ospitante, si sarebbe giocato quindi in due gironi da cinque squadre con formula all’italiana: le prime due avrebbero avuto accesso al girone finale. 
Nella squadra che l’anno dopo avrebbe sfiorato la seconda Coppa del Mondo consecutiva, attorno al diez stavano crescendo fior di campioni destinati a brillare nel campionato italiano degli anni ’90: dall’elegante difensore Nestor Sensini (Udinese, Parma e Lazio) all’esordiente Abel Balbo (Udinese, Parma, Roma e Fiorentina), fino all’ormai sempre più maturo Caniggia (da un anno al Verona, e presto anche all’Atalanta e alla Roma). Tuttavia, nonostante il contributo di tutti questi giovani promettenti, Maradona non riuscì a incidere quanto avrebbe desiderato: colpì un impressionante traversa da centrocampo, ma non fu capace di esprimersi in tutte le partite ai soliti livelli. Fu così costretto a masticare amaro mentre Romário e Bebeto alzavano la Coppa. La triste, solitaria sconfitta nel derby rioplatense, causata dalla doppietta dell’uruguagio Ruben Sosa, resta di fatto l’ultima partita di Diego Armando Maradona nella storia della Copa América.


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