Freschi di stampa · Sport

Antonella Stelitano, Donne in bicicletta. Una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia, Ediciclo, Portogruaro (Ve) 2020 – recensione di Angela Teja

Antonella Stelitano, Donne in bicicletta. Una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia, Ediciclo, Portogruaro (Ve) 2020, pp. 496

Il volume Donne in bicicletta costituisce un importante contributo alla storia del ciclismo femminile, quindi alla storia dello sport, e anche a quella delle donne e della loro emancipazione in Italia, dove la bicicletta occupa un posto d’onore.
Se lo sport ha contribuito alla costruzione della nazione italiana nei suoi 160 anni di storia, non sempre gli studiosi hanno posto attenzione al ruolo delle donne in questo processo. La storia dello sport femminile potrebbe essere un valore aggiunto di questi studi, avendo contribuito le donne alla crescita e alla modernizzazione dell’Italia, e lo sport alla presa di coscienza e al pieno riconoscimento dell’altra “metà” della nazione. La recente storiografia, al cui interno questo testo si colloca con pieno merito, ha iniziato ad accorgersene con una maggiore sensibilità e profondità di analisi, specie se a scriverne sono le donne. Il loro linguaggio è nella maggior parte dei casi sensibile e attento, mai distratto o superficiale, come è riconoscibile nella loro scrittura. Questo volume lo testimonia ampiamente, dedicando un intero capitolo (dal titolo significativo formulato con delicatezza: Ma delle donne chi scrive?) all’analisi degli scritti sul tema, in maggioranza giornalisti uomini, con una loro particolare visione del fenomeno sportivo a oggi ancora lacunosa per quello praticato dalle donne.
Antonella Stelitano conosce bene la storia del ciclismo, avendone già scritto in studi che mettono a frutto approfondite ricerche d’archivio, in cui ha avvalorato la tesi che lo sport è strumento di lettura socio-politica a ogni latitudine e strumento in cui si manifesta l’interezza della persona, uomini o donne che siano i suoi praticanti. Bicicletta, società e Chiesa ai tempi di Pio X (San Liberale, 2013) è un suo testo scritto a sei mani con Alejandro Mario Dieguez e Quirino Bortolato che ha ispirato diversi storici del ciclismo.
Per la Stelitano il passo al ciclismo femminile è stato facile, ma non troppo…. Facile perché da tempo si impegna nel settore femminile delle ricerche storiche all’interno della Siss, la cui fama contribuisce ad accrescere con i suoi prestigiosi riconoscimenti. Difficile perché giungere al termine di questo ultimo lavoro è stata un’impresa impegnativa, vista la quasi assoluta mancanza delle fonti. Uno storico che voglia indagare in Italia sullo sport ha infatti a propria disposizione quasi esclusivamente la pubblicistica, in particolare i giornali d’epoca, con qualche sporadico documento, esempio virtuoso di società o federazioni sportive che hanno saputo salvaguardare in archivio, rara avis, la propria storia attraverso le carte, le immagini, gli oggetti che la raccontano. Quello degli archivi sportivi è, purtroppo, un settore fortemente deficitario in Italia, nonostante i reiterati tentativi di coinvolgimento delle istituzioni cui è stato affidato il compito della gestione dello sport italiano. La conseguenza è una sorta di voluto o costretto oblio della storia, sia pure per trascuratezza o per scelta politica o semplicemente per un atteggiamento superficiale nei confronti di alcuni aspetti della cultura, tra cui lo sport, ben visibile nel particolare momento storico che attraversiamo. E, come spesso si dice, lo sport è specchio della società.
Donne in bicicletta svela comunque una documentazione, per quanto frammentaria, utile alla memoria di questo settore sportivo. L’utilizzo della bicicletta – come si racconta con dovizia di particolari nella prima parte del testo – è l’occasione per le donne di uscire dal “guscio” familiare, protettivo ma spesso riduttivo della libertà personale; è da subito protagonista nella storia delle donne, dove ha aperto il varco allo sport, uno degli strumenti di emancipazione per eccellenza, aiutando la donna a uscire di casa, a muoversi liberamente conoscendo e frequentando persone diverse da quelle del nucleo familiare, permettendole di dirigersi verso una possibile equiparazione tra classi sociali. L’andare in bicicletta, accanto all’atletica leggera e all’escursionismo praticato anche in montagna, è infatti una tipologia di sport che ha coinvolto donne di ogni classe sociale, a differenza di equitazione, tennis, scherma, tiro con l’arco, golf, hockey, basket, specialità diffuse rapidamente all’estero tra fine ‘800 e inizi del ‘900, e che nella Belle Epoque arrivarono in Italia solo in alcuni ambiti ristretti (circoli privati, scuole e case private).
La bicicletta aggiunge un tassello alla storia dell’emancipazione femminile che, per quanto in salita, ha mantenuto nel tempo un passo tenace e costante perché – e il volume lo illustra in maniera approfondita – le donne si sono rese conto del senso di libertà, autonomia ed emancipazione che ricavavano dallo sport, anche grazie a un suo manifestarsi concreto: prima l’abbandono del busto, con il quale sarebbe stato certamente impossibile andare in bicicletta, poi la conquista delle gonne-pantalone, quindi delle calzamaglie, infine dei pantaloni, un vero e proprio inno alla libertà negli anni pionieristici del ciclismo femminile.
La bicicletta e la sua applicazione sportiva, il ciclismo, con le ulteriori rivendicazioni di autonomia e di emancipazione per la donna, costituiscono dunque il tema del volume. Certamente il passaggio dall’andare in bici per diletto o per necessità di spostamento agli aspetti sportivi di questa specialità non è stato semplice né agevole per le donne italiane, che comunque solo dopo la Grande Guerra ebbero riconosciuti i primi diritti civili. Nel 1919 fu abolita l’autorità maritale e si dovette aspettare il 1963 perché alle donne fosse concesso di partecipare a tutti i concorsi pubblici, il 1965 per poter entrare in magistratura, il 1981 perché fosse cancellato il delitto d’onore dopo la riforma del diritto di famiglia nel 1975. Un ritardo culturale, politico e sociale del nostro paese che ha avuto inevitabili riflessi sulla vita delle donne, e quindi anche sul loro fare sport.
In Donne in bicicletta questo complesso percorso è reso con molte sfumature, tra cui la necessità di conciliare per le donne gli impegni familiari, specialmente la cura dei figli, con il tempo per il ciclismo, evidenziando la scarsa considerazione per loro da parte del mondo sportivo, prevalentemente di stampo maschile, ideato da uomini per gli uomini. Stelitano riesce a farlo in maniera brillante, trovando una chiave interessante per entrare nel complesso mondo del ciclismo femminile, così ancora poco conosciuto e studiato in Italia: quella di far parlare direttamente le protagoniste, attraverso interviste garbate e intelligenti, che evidenziano sensibilità e originali riflessioni su alcune costanti della storia femminili, tra cui le difficoltà di conciliare i tempi familiari, lavorativi e per lo sport, gli impedimenti ma anche le gioie e le soddisfazioni che si provano nel momento in cui si riesce a farlo per avvicinarsi alla professione, o meglio, al “mestiere” del ciclista. Il tema del professionismo sportivo del settore femminile è affrontato da Stelitano, esperta di diritti umani e di dirigenza, con ampiezza: senza voler offrire ricette risolutive ma solo raccontando, citando errori e contraddizioni dell’approccio istituzionale al settore femminile. Da storica pone interrogativi la cui risposta lascia però al lettore e all’esperienza di ognuno, stimolando in questo modo un dibattito e degli approfondimenti per studi futuri.
Se uno degli obiettivi della ricerca, densa di nomi, gare, trofei, tutti elementi ricchi di interesse per il lettore e che rendono preziosa l’Appendice per lo studioso, specie in assenza di archivi, è quello della descrizione dei caratteri dello sport femminile qui simboleggiato da una sua parte, il ciclismo, questo è stato pienamente raggiunto. Impegno, sacrificio, senso dell’etica e del fair play, gioia e soddisfazione, consapevolezza di sé e affermazione personale, conoscenza dei limiti, cura dell’estetica, tutto questo risalta dalle storie delle numerose cicliste di cui il libro racconta, testimonianze esemplari dei valori intrinseci dello sport propriamente detto. Di quello sport che si vorrebbe fosse l’unico a essere praticato, e in questa visione il ciclismo femminile appare non solo come un significativo paradigma dell’emancipazione della donna, ma anche una metafora evidente del suo ruolo nella difesa dei valori dello sport. In quello praticato dalle donne permane infatti una forte componente ludica, di gratuità disinteressata al servizio solo dello star bene, del recupero di energie, del godere della propria libertà e di ottenere un riconoscimento.
Senza dimenticare che la Federazione italiana di ciclismo tra i suoi vicepresidenti dal 2013 ha una donna, Daniela Isetti, candidata alla presidenza federale nel 2021 e che con altre due colleghe compare nell’organigramma della Federazione internazionale del ciclismo, conferma importante di questa storia e del gap gender che l’Italia può colmare nei confronti delle altre nazioni.

Angela Teja (Società italiana per la storia dello sport)

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