Sport

Il pugilato. Da sport borghese alle palestre popolari – Marvin Trinca

Dagli anni ’70-80 del secolo scorso, l’evoluzione delle palestre come luogo di allenamento multidisciplinare (fitness, pilates, aerobica, spinning, circuit training, total body, ecc.) ha contribuito a far scomparire il tradizionale impianto logistico del pugilato del secondo dopoguerra: l’attenzione al corpo post-moderno si è sovrapposta a uno dei simboli della modernità sportiva dall’800 in poi. Oggi sono le “palestre popolari”, centri di aggregazione sociale e non solo sportiva, a raccogliere l’eredità di quelle strutture pugilistiche che alla fine della seconda guerra mondiale erano fiorite nei quartieri popolari. Come è stata possibile questa rapida mutazione? Perché la popolarità di cui questo sport ha goduto nel corso del ‘900 oggi è così modificata e meno centrale nello spettacolo sportivo e nel gusto del pubblico?

Gli esordi


Nel corso della storia il pugilato da sport strettamente borghese è divenuto uno sport popolare. Milano fu il primo centro nevralgico della boxe in Italia: la fortuna di questo sport nella classe borghese cittadina era frutto della sua affinità con la scherma. È interessante vedere, nello sviluppo del pugilato, i suoi primi passi nella società. A Milano la disciplina si diffuse negli strati alti della società ai primi del ‘900, ma a cambiarne la dinamica di sviluppo fu il contesto industriale di una città “divisa” tra borghesi e proletari. La boxe penetrò così anche nelle classi popolari, con una convergenza, a livello sportivo, tra classi alte e subalterne.


Decisivo fu il contributo di Piero Boine, fratello del letterato Giovanni e borghese “proletarizzato”, che portò il contributo tecnico della scherma, praticata in gioventù, negli ambienti della boxe più “povera”. Autentico pioniere della nobile arte, fu riconosciuto ufficialmente dalla Federazione Pugilistica Italiana come primo campione italiano della disciplina anni dopo la sua morte.

A differenza degli Stati Uniti – dove il pugilato si caratterizzò fin da subito come fenomeno sociale legato al proletariato e agli afroamericani – in Italia questo sport è rimasto “interclassista” più a lungo. Durante il fascismo la boxe, come tutto il mondo sportivo, fu assorbito nella fabbrica del consenso allestita dai gerarchi Ricci, Turati e Starace, figure fondamentali per inquadrare il mondo dello sport (Landoni 2016). Una disciplina che esaltava l’individualità non fu considerata subito utile alla causa: in una prima fase il regime puntò su sport collettivi, che potevano cementare coesione nelle grandi manifestazioni di massa.
Nel 1933 la vittoria di Primo Carnera del titolo mondiale cambiò tutto. Il regime cominciò a credere – e a sfruttarlo in termini propagandistici – nel pugilato come vettore e “serbatoio” di guerrieri, combattenti valorosi, sprezzanti della mediocrità, pronti a rendere grande la patria e morire per essa.

La geografia della boxe italiana nel dopoguerra

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 anche nello sport vi fu un periodo di “esilio” imposto dagli Alleati all’Italia paese co-belligerante, escusa dalle competizioni internazionali (Sbetti 2014).  Sui ring italiani combatterono i migliori pugili del tempo: Marcel Cerdan, Omar Kouidrie e Tommy McGrath; statunitensi, britannici, francesi e canadesi, ma non i militari italiani. Al termine della guerra la ripresa fu lenta e solo nel 1951 l’Italia potè organizzare a Milano i Campionati europei dilettanti. 

Il pugilato si stava avviando lentamente a divenire uno degli sport più importanti in Italia, incarnando i sogni di gloria di molti giovani atleti: un veicolo di riscatto sociale, favorito dall’esempio dei grandi campioni e dall’apertura delle palestre nei rioni popolari. Tiberio Mitri fu uno di questi esempi: le sue vittorie furono motivo di orgoglio per Trieste, città custode del titolo italiano ed europeo (De Castro 1981) e casa adottiva di Nino Benvenuti. Anch’egli esule istriano, aveva trovato in Trieste una seconda casa, riprendendo a praticare la boxe sotto la guida di un altro esule, Ulderico Sergo (Grimaldi-Benvenuti 2013). Dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma 1960, Benvenuti passò nelle file dei professionisti, avviando una rivalità leggendaria contro un altro prodotto della boxe popolare, scomparso nell’agosto del 2020, il grande campione Alessandro “Sandro” Mazzinghi.

Si trattò di una rivalità epica tra due pugili molto diversi tra loro, che divisero sportivamente e socialmente l’Italia del tempo, incarnando appieno lo spirito dei loro sostenitori. Come Coppi e Bartali, Benvenuti e Mazzinghi furono protagonisti di una rivalità sportiva – anche nello stile: il primo picchiatore, il secondo schermidore – e “politica”: Benvenuti nel corso della sua carriera dichiarò la sua vicinanza alla destra, mentre Mazzinghi era più vicino alla sinistra (per quanto non abbia ma in carriera esplicitato questa scelta (La Stampa 1999).
Benvenuti vinse il titolo mondiale a New York il 17 aprile 1967 contro Emile Griffith, tenendo incollati alla radio tra i 16 e i 18 milioni di italiani, cifra incredibile se si considera l’orario notturno.

La galassia toscana

Col passare degli anni Trieste cedette lo scettro di regina della boxe ad altre città, come Livorno, uno dei massimi esempi di strutturazione sportiva, ispirata al modello comunista sovietico. La storia della città labronica, il suo carattere multiculturale, dove gli uomini erano abituati alla fatica del lavoro e vivevano in condizioni socio-economiche molto precarie, rispecchiava l’essenza e le ispirazioni del pugilato, considerato un rifugio più conveniente rispetto alle incertezze nel mondo del lavoro. Nel ventennio fascista era divenuto uno sport molto praticato dai giovani delle classi popolari, alcuni dei quali, talvolta, salivano sul ring dopo avere mangiato frettolosamente un “cinque e cinque” (pane e torta di ceci). Nel dopoguerra sorsero numerose palestre pugilistiche nei circoli del dopolavoro e nei quartieri popolari: è il caso dell’Accademia Pugilistica Livornese, “fabbrica di pugili” e campioni, situata nel Benci-centro, vicino al mercato delle vettovaglie. Remo Golarini, Franco Nenci, Franco Brondi e soprattutto Mario Sitri furono le vere e proprie icone della boxe locale.


Esempi analoghi si ebbero a Pisa, dove si sviluppò una grande scuola di campioni della nobile arte: Piero Del Papa, Walter Simili e Marcello Bartolomei. La tradizione affondava le radici nell’Accademia Pugilistica Pisana (APP, 1917), che durante la seconda guerra mondiale era riuscita persino a conquistare il titolo italiano professionistico con Natali (1944).
Molto attiva nel dopoguerra, l’APP fu costretta a chiudere i battenti nel 1952 per mancanza di fondi, assumendo l’anno successivo il nome di Pugilistica Galileo Galilei, aderente alla Federazione Pugilistica Italiana (FPI). Seguì un periodo ricco di soddisfazioni, con una serie di vittorie importanti in campo regionale e interregionale.

La boxe trovò terreno fertile anche a Firenze. L’Accademia pugilistica fiorentina, fondata nel 1938 da Bruno Rossi (poi presidente della FPI), era inquadrata nei GUF, che riunivano giovani di varie discipline in un grande ambiente situato in via Alfani, nel quartiere Santa Croce, dove è ancora oggi. Autentica accademia di tecnica e filosofia del pugilato – tra i suoi campioni del secondo ‘900 Ferdinando Atzori e Leonard Bundu -, riprese l’attività dopo il 1945 con la nascita di alcune società sportive (Andrea del Sarto, l’ex Berta delle Cure, Foscari, Caiani e Spes).

Il caso di Marcianise
L’attività pugilistica si diffuse anche al sud, per la precisione a Marcianise, località del Casertano simbolo della disciplina. In un contesto sociale difficile, l’Excelsior Marcianise riuscì, attraverso lo sport, a sottrarre i giovani ai pericoli della strada. L’esperienza era frutto anche dell’intraprendenza di Domenico “Mimmo” Brillantino, che cercò di connettere il pugilato a occasioni lavorative nei gruppi sportivi militari o paramilitari (Ciccarelli 2014). La cultura pugilistica realizzata nel piccolo comune è senza dubbio speciale, quasi un rito iniziatico e un “obbligo” per ogni giovane. Per arrivare al quadro odierno furono però necessarie sia una modernizzazione delle tecniche del pugilato per aumentare la competitività della scuola campana, sia una nuova concezione della palestra, divenuta polo di aggregazione sociale. Il modello, proveniente dalle periferie degli Stati Uniti, fu vincente: in breve tempo l’Excelsior Marcianise divenne una fabbrica di campioni come Angelo Musone, Clemente Russo, Vincenzo Mangiacapre e Vincenzo Picardi, medagliati alle Olimpiadi e Domenico Valentino, campione del mondo dei dilettanti nella categoria dei pesi leggeri e vincitore del titolo italiano nei professionisti.

Ancona e il modello USA

Un altro polo dello sviluppo della boxe popolare è Ancona, dove negli anni ’80 del ‘900 la disciplina conobbe uno dei momenti più alti grazie alle innovazioni proposte da Ennio Galeazzi e Sergio Cappanera, in termini di sviluppo del marketing e di organizzazione. Ai due si deve la grande novità della comparsa nel nostro pugilato di atleti brasiliani e zairesi, che segnarono una svolta in questo sport. I due manager si erano ispirati al modello statunitense, realizzando il primo grande esperimento di integrazione culturale e sociale tramite il pugilato.
Con l’acquisizione della cittadinanza italiana – è il caso del congolese Patrizio Kalambay – la boxe italiana conquistò importantissimi allori internazionali. La sua vittoria del titolo mondiale nel 1987 ebbe vasta risonanza mediatica e il campione, nel ricordare i suoi trascorsi, sottolineò come Ancona fosse ormai divenuta la sua seconda casa (Galeazzi 1989).

Prima di Kalambay un altro pugile naturalizzato, Leone Jacovacci, congolese e poi italiano (“er nero de Roma”), aveva di fatto aperto la strada ai pugili multietnici in Italia, arrivando a conquistare nel 1928 il titolo dei pesi medi europeo, prima di essere “schiacciato” dalla color line del ventennio fascista.

Cosa rimane oggi di tutto questo? 

Nel secondo dopoguerra il pugilato, grazie allo sviluppo delle palestre nelle città, alla facilità di accesso (economico) alla disciplina e alle vittorie internazionali di pugili di umili origini aveva dunque assunto una vasta popolarità. A partire però dagli anni ’80 del secolo scorso è iniziata la parabola discendente, con la sempre più netta affermazione del calcio come sport davvero di massa, per quanto una figura come Muhammad Ali abbia rappresentato un indubbio punto di riferimento (Luconi 2016).
Il fattore che ha inciso maggiormente è quello economico. I giovani si sono infatti rivolti verso sport con maggiori prospettive di guadagno: questo almeno in Italia, perché in Europa un pugile professionista guadagna cifre più che dignitose. Il confine tra professionisti e dilettanti, che è molto netto, non deve però indurre a istituire la facile ma erronea equazione dilettante=amatoriale: un pugile non professionista può infatti aspirare a entrare nel circuito della nazionale olimpica, con la prospettiva di un impiego nei corpi armati dello Stato, analogamente ad altre pratiche sportive individuali. Con tale dinamica oggi la boxe popolare però interagisce assai poco. Le due opzioni – il “precario” del mondo professionistico della boxe o il “sicuro” della stabilità sportiva e economica – sono due facce della stessa medaglia.
Non va dimenticato, del resto, che in Italia esistono realtà dilettantistiche di eccellenza, come la società Italian Thunder, la cui squadra di pugilato partecipa alle World Series of Boxing, competizione organizzata dall’Associazione italiana boxe amatori (AIBA). Nata nel 2010 come “Dolce e Gabbana Italian Thunder Boxing Team” (cambia nome nel 2014), lo sponsor sopperiva alle difficoltà economiche delle società pugilistiche, disegnando l’outfit dei pugili:

Occhi tumefatti, nasi schiacciati dai guantoni, lividi sul volto. Vincitori o perdenti che siano. Ma elegantissimi anche sul ring se a vestire la squadra italiana di boxe che partecipa al circuito internazionale WSB (World Series of Boxing), è il marchio Dolce e Gabbana (“Corriere della sera”, 10 ottobre 2010).

Va detto, per inciso, che il confronto con gli Usa è difficile: qui la boxe è sempre stato showbiz e quindi soprattutto business, forse anche troppo: anche per tale motivo è ancora una fucina di pugili. Il neoliberismo sportivo si è imposto senza trovare opposizioni, perché per organizzare un grande evento di boxe con un titolo mondiale in palio serve un notevole sforzo economico. Non a caso si è passati dall’organizzare match al Madison Square Garden alla MGM Grand Garden Arena di Las Vegas.

Le palestre popolari in Italia

Nonostante le crisi di “vocazioni”, in Italia perdurano e anzi stanno crescendo da qualche anno varie “palestre popolari”, che hanno prodotto e producono ottimi pugili e anche campioni. Nelle città, più precisamente nei quartieri dove sono sorte, queste strutture hanno recuperato immobili in disuso per renderli luoghi di aggregazione pubblica, aperti e a prezzi di adesione molto accessibili. Un elemento che differenzia le palestre popolari da quelle classiche, anch’esse spesso aperte nei quartieri popolari, è la capacità delle prime di radicarsi nel territorio. Per molte persone la palestra diventa quasi una seconda casa, un luogo di socializzazione per condividere spazi, aspettative e progetti per il futuro. Lo sport popolare sopravvive nello spirito di base, nell’essenza più genuina del pugilato, lontana dalle grandi luci di Las Vegas o dalle grandi promotions della boxe mondiale. Chiaramente chi entra in palestra sogna sempre di poter divenire un campione, pur sapendo che la boxe non garantisce guadagni comparabili a quelli di altri sport: si punta a veder riconosciuto soprattutto il merito.
Nelle palestre popolari il confine tra dilettantismo e professionismo è inesistente perché, venuto meno il peso della sicurezza economica, gli atleti perseguono entrambe le prospettive. Se le palestre pugilistiche non popolari tendono a investire le risorse e le energie nel settore professionistico, cercando di produrre uno o due pugili di professione di ottimo livello, in quelle popolari professionisti e dilettanti procedono di pari passo, ricevendo lo stesso trattamento sportivo e economico. L’unione fra atleti “popolari” e “professionisti” è favorita anche dall’assenza di differenze a livello istituzionale, poiché entrambe le categorie fanno capo alla FPI.

Le palestre popolari si sono organizzate in una struttura che riunisce tutto il movimento sportivo popolare, il Coordinamento Nazionale Sport Popolare (CoNaSP). Il progetto, nato nel settembre 2014, aveva l’obiettivo di coordinare e mettere in relazione le diverse realtà dello sport popolare sparse sul territorio italiano, attraverso alcuni minimi comuni denominatori, primo fra tutti il rispetto della soggettività degli individui. Una scelta chiara sin dal simbolo adottato: una piramide umana, che si eleva attraverso un gesto sportivo che simboleggia l’unità degli intenti.
Il modello per questo tipo di coordinamento viene da Cuba, dove una struttura di stampo socialista garantisce strutture di qualità, aperte a tutti e fuori dalle logiche di mercato, diversamente dunque dalle palestre “non popolari”. La strada indicata dal CoNaSP è quella della responsabilità collettiva e di un percorso di crescita comune; le linee sono frutto di analisi e discussioni aperte in continua evoluzione, pur sempre all’interno del quadro dello “sport popolare”.


Se il comune denominatore delle palestre popolari è la socialità, altrettanto non può dirsi dal punto di vista degli orientamenti politici. Alcune palestre sono legate ai centri sociali, altre a movimenti di destra. Nel primo caso, un progetto di grande rilievo è senza dubbio il Coordinamento Antifascista delle Palestre Popolari Autogestite (CAPPA), nato con l’idea di realizzare progetti sportivi, politici e culturali che stimolino la crescita della collettività.
Come accennato, le palestre popolari sono in questo caso il risultato di un processo di recupero di spazi abbandonati strappati al degrado, aperti a tutti indipendentemente da sesso, provenienza geografica, culturale o economica, secondo il modello dell’autogestione e con un forte richiamo negli statuti all’anticapitalismo e al rifiuto delle logiche di mercato sportivo. Si tratta di una linea chiaramente antirazzista, antisessista e contraria all’uso della forza bruta come strumento di sopraffazione: in una parola, antifascista.

Nel caso delle palestre popolari di “destra”, il richiamo al ventennio fascista e alla boxe come strumento per imporre la propria forza sugli altri è centrale. Spesso sono presenti simboli che richiamano il periodo fascista, o le immagini del gigante italico simbolo sportivo di quel regime, Primo Carnera.
La filosofia di questo sport viene dunque distorta per riproporre il mito del guerriero pronto al sacrificio, mettendo in pratica una vera e propria “scuola di militanza”, con lezioni di lealtà, onore, gerarchia, antitetica all’idea di società inclusiva e multiculturale. La boxe è uno sport che richiede sacrificio, rispetto e disciplina: valori importanti che possono servire a educare persone che hanno commesso errori nel corso della loro vita. Nel caso dello sport di destra questi valori, ricordava nel 2016 “l’Espresso”, vengono invece rimodulati per addestrare dei guerrieri devoti al proprio maestro, quindi all’autorità, in uno spirito di cameratismo.

La boxe femminile

Nel corso del tempo anche la boxe femminile ha trovato posto di rilievo nel nostro paese. Nel 2016, alle Olimpiadi di Rio, Irma Testa fu la prima donna della storia italiana e della boxe femminile a partecipare alla massima competizione sportiva riservata agli atleti. Prima di lei la pioniera della boxe rosa italiana è stata Maria Moroni. Avvicinatasi alla disciplina nel 1999, quando ancora il pugilato femminile non era un movimento significativo e non era riconosciuto, dovette tesserarsi per la federazione pugilistica croata prima e statunitense poi. Nel 2001 divenne la prima donna tesserata alla FPI, con la consegna della tessera n. 1 da parte di Franco Falcinelli, allora a capo della Federazione. La Moroni non combatté mai un incontro da dilettante e di fatto approdò direttamente al professionismo, vincendo nel 2002 il titolo europeo dei pesi piuma (il mondiale ancora non c’era), sconfiggendo la francese Nadia Debras prima ai punti e poi nel rematch. La sua carriera si concluse dopo 10 match (2 vittorie per KO) e una sola sconfitta e iniziò quella all’interno del consiglio FPI – la prima donna eletta in questo ruolo –, come giornalista e conduttrice TV: un percorso di emancipazione in uno sport tipicamente maschile.
Esperienze come quelle ricordate confermano l’importanza dell’esistenza di organi di coordinamento del movimento sportivo popolare, occasioni per diffondere una visione multiculturale e solidale dello sport, tanto più necessaria nel mondo della boxe, che evolve grazie al contributo di maestri e atleti di tutto il mondo, in un vero melting pot culturale.

Bibliografia
Maria Canella-Sergio Giuntini (cur.), Sport e fascismo, FrancoAngeli, Milano 2009

Raffaele Ciccarelli, cur, Terra di lavoro, terra di pugili, in Storia e sviluppi della disciplina del pugilato in Italia, Società italiana di storia dello sport, Roma 2017 (Quaderni, 6)

Marco Impiglia, “Quaderni di storia dello sport”, Società italiana storia dello sport, 2014

Diego de Castro, La questione di Trieste. La questione politica e diplomatica dal 1943 al 1954, 2 voll., LINT, Trieste 1981

Fuori i secondi! Cronache e immagini della boxe pisana nel diario di Franco Morandi, Felice Editori, Pisa 2007

Giorgio Galeazzi, La boxe nelle Marche: 80 anni di storia e ricordi, Edizioni Reporter, Ancona 1989

Mauro Grimaldi-Nino Benvenuti, L’isola che non c’è: il mio esodo dall’Istria, Eraclea, Roma 2013

Enrico Landoni, Gli atleti del duce, la politica sportiva del fascismo 1919-1939, Mimesis, Milano 2016

Stefano Luconi, Muhammad Ali. Un’icona dell’emancipazione degli afroamericani, “Passato e presente”, 2016, n. 99, pp. 41-57

Daniele Marchesini, Carnera, il Mulino, Bologna 2006

Nicola Sbetti, La diplomazia del ring. La ripresa internazionale del pugilato italiano dopo il fascismo (1943-1948), in Storia e sviluppi della disciplina del pugilato in Italia, Società italiana di storia dello sport, Roma 2014

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