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Calciatori partigiani. Riflessioni su due volumi recenti – Deborah Guazzoni

Edoardo Molinelli, Cuori partigiani. La storia dei calciatori professionisti nella Resistenza italiana, Red Star Press, Roma 2019, pp. 244

Sergio Giuntini, 0’ Cammello. Vita morti e miracolosi gol di Antonio Bacchetti partigiano-calciatore, Mimesis, Sesto San Giovanni 2020, pp. 164

I libri di Edoardo Molinelli e di Sergio Giuntini, usciti a un anno di distanza l’uno dall’altro, riempiono entrambi un vuoto rilevante nella storiografia italiana contemporanea, relativo allo studio delle vicende dei cosiddetti partigiani-calciatori, una realtà non minore delle vicende belliche e ricca di suggestioni, durevoli nel tempo.

Molinelli, che già in precedenza si era occupato di calcio e antifascismo trattando le vicende della selezione basca di calcio Euskadi (Edoardo Molinelli, Euskadi. La nazionale della libertà. La storia mai raccontata della selezione basca di calcio: una squadra antifascista, Red Star Press, Roma 2016) propone in pratica una grande raccolta quasi enciclopedica delle biografie dei calciatori italiani che hanno militato tra le file dell’antifascismo.
Tra questi l’autore distingue due categorie a cui corrispondono due sezioni del libro, immaginate come parti di un’ideale partita contro il nazifascismo: la prima, intitolata Primo Tempo, riguarda i calciatori-partigiani che si unirono ai gruppi armati della Resistenza (pp. 7-170), mentre l’altra – Secondo Tempo -, è dedicata agli atleti oppositori politici e deportati (pp. 171-214).
Questa categorizzazione risponde sostanzialmente alla necessità di raggruppare a grandi linee le diverse biografie, accomunando però l’esperienza di personaggi dai destini e vicende molto diversi tra loro: la maturazione della coscienza antifascista non avvenne infatti per tutti allo stesso modo e la partecipazione alla Resistenza ebbe caratteri e risultati diversi. Difficile pertanto delineare i caratteri peculiari del calciatore-partigiano: alcuni personaggi del libro vissero lunghe vite (Michele Moretti, Raffaele “Raf” Vallone, Piero Falda), altri perirono sul campo (Bruno Neri, Miro Luperi, Armando Frigo, Guido Palucci), alcuni tornarono all’attività sportiva e tecnica terminata la guerra (Berardo Lanciaprima, Agostino Nasi, Giuseppe Peruchetti), altri si dedicarono poi ad attività imprenditoriali e politiche (Renato Marchiaro, Severino Feruglio, Andrea Guffanti). Allo stesso modo non si può neppure dire che la maturazione dell’antifascismo fosse avvenuta in seno alle squadre di calcio, viste dal regime fascista come uno strumento per l’allargamento di quel consenso politico che passava anche e soprattutto attraverso l’organizzazione del tempo libero e lo sport.
In ogni caso è evidente che dai sacrifici di questi personaggi emerge una dimensione eroica che coniuga il profilo sportivo a quello politico. E dai racconti delle loro gesta sportive, delle loro azioni di guerriglia e dei loro sacrifici affiora una vera e propria epica del calciatore-partigiano, che Molinelli esalta nei suoi aspetti tragici e commoventi. Non è pertanto casuale che le vicende dei protagonisti del volume si ergano molto spesso a eroi di una comunità, o abbiano svolto per un periodo storico preciso il ruolo di collante di un territorio o di una fazione politica – in genere del Partito comunista -, trasformandosi in un elemento necessario alla ricostituzione di un’identità territoriale o politica.
Notevole il lavoro dell’autore di ricostruzione dei profili biografici, non semplice considerando come le notizie di questi personaggi siano disseminate in un’ampia bibliografia in parte sportiva, in parte di storia locale e, più spesso, inserite all’interno di opere varie di ricerca riguardanti la Resistenza e gli internati nei campi di concentramento.
La seconda sezione del libro analizza l’importanza della connotazione di calciatore all’interno dei lager, che ebbe significati diversi: per taluni rappresentò una fonte di salvezza (Ferdinando Valletti), per altri fu un’inutile caratterizzazione che non servì a risparmiarli da un terribile destino (Vittorio Staccione, Carlo Castellani), per alcuni, come gli ex prigionieri bloccati in attesa dei rimpatri, costituì una valvola di sfogo (Mario Pagotto).
Il volume si conclude con un’ultima sezione, intitolata Tempi supplementari, in cui sono analizzate due particolari vicende: le partite tra nazisti e antifascisti, tra cui la celebre partita di Sarnano, una vera e propria “fuga per la vittoria” italiana, e la singolare esperienza della Lucchese 1936/1937 di Ernő Erbstein, in cui militavano molti antifascisti dichiarati.
Il libro è assolutamente gradevole nella lettura e rappresenta il vero primo tentativo di riunire le storie di tutti i calciatori antifascisti italiani in una sorta di “enciclopedia”. Giunti al termine si percepisce tuttavia l’assenza di un’analisi a conclusione della parte agiografica, di un confronto trasversale tra le varie esperienze, di una visione d’insieme a cui le ricostruzioni biografiche non possono dare sufficiente risposta. In particolare: si possono individuare delle peculiarità nel passaggio dall’esperienza sportiva all’attivismo antifascista e viceversa? Dietro la costruzione del mito di questi personaggi quali interessi e quali personaggi vi erano? Al di là della partecipazione di alcuni di loro alla vita politica nazionale, questi atleti ebbero un ruolo attivo a fine guerra nella vita politica e sindacale locale? Quali furono i rapporti con i partiti di sinistra al termine del conflitto? Come si spiega la parabola discendente della memoria di taluni personaggi e quali furono gli elementi in comune? E qual è la lezione che i sopravvissuti alla guerra portarono nel mondo sportivo locale e nazionale? Queste sono alcune delle domande suscitate dalla lettura del volume.


Il libro di Sergio Giuntini è incentrato sulla figura del partigiano-calciatore più controverso della storia, Antonio Bacchetti, detto O’ Cammello, e rappresenta una sorta di ideale integrazione all’opera di Molinelli. In realtà, come chiarisce Giuntini, non si tratta di una biografia in senso tradizionale, perché la prospettiva metodologica segue la linea della narrazione della storia del protagonista incrociandola con le vicende storiche generali, con un registro che varia dal saggio storico alla narrativa (p. 66), con un risultato piuttosto piacevole.
Il volume, scritto nel 2011 ma, come si ammette nell’introduzione, rimasto inedito per mancanza di un adeguato sbocco editoriale (p. 7), si può dividere sostanzialmente in due parti: nella prima si delineano il contesto e le specificità della vicenda dei calciatori-partigiani e in particolar modo di coloro che subirono processi alla fine della guerra (pp. 11-64); la seconda parte si concentra su Bacchetti, dalla costruzione alla distruzione di un mito (pp. 65-151), con un’appendice sul recente recupero della memoria del calciatore (pp. 153-64).
Più che delineare il profilo del partigiano-calciatore, Giuntini individua una categoria più ampia, quella degli “irregolari del pallone”, “calciatori liberi di spirito, anticonformisti, che infrangono le leggi scritte e non scritte del sistema” (p. 11). Tra questi, ricorda George Best e Diego Armando Maradona, ma anche Gianfranco Zigoni, Luigi Meroni, Carlo Petrini, Gianni Rosati, Ezio Vendrame, Ezio Blangero, Paolo Sollier, Renato Sali, Massimo Raffaeli, Cristiano Lucarelli, Mario Balotelli. Personaggi da “difendere”, perché interpreti di “un football di nicchia, per pochi ma buoni. Così lontano dal presente e dalla sua stereotipia, da permettere di riscoprire se non riabilitare, pure una figura come quella di Antonio Bacchetti” (p. 31).
Un ampio capitolo è comunque dedicato al rapporto tra “calcio e resistenza” (pp. 33-64), dove l’autore ricorda gli antifascisti ma anche coloro che non seppero allontanarsi dal fascismo, ovvero i calciatori che aderirono alla RSI (Dino Fiorini, Eraldo Monzeglio, Cecilio Pisano, Benito Lorenzi). In particolare l’A. mette in luce come i calciatori-partigiani incarnino pienamente il modello dell’“irregolare”, coloro “che nonostante il calcio fascista così carico di gloria e prestigio in quegli anni continuarono a pensare e decidere con la loro testa” (p. 42) e che presero parte alla lotta partigiana come a una partita che li opponeva a una “squadraccia” allenata e con possibilità tecniche superiori, a cui era possibile solo contrapporre la tecnica del “catenaccio e contropiede”, ovvero la guerriglia “mordi e fuggi” (p. 43).
Tra i calciatori-partigiani Giuntini dà rilievo a quei personaggi che ebbero poi una parte importante nel mondo della comunicazione televisiva e cinematografica postbellica, da Gianni Brera a Raf Vallone, senza dimenticare le vittime più note della lotta partigiana (Bruno Neri, Sirio Corbari, i martiri dello Spezia, Guido Palucci, Antonio Turconi, Miro Luperi), i caduti nei lager (Carlo Castellani, Vittorio Staccione), una staffetta partigiana (Giacomo Ulivi) e veri e propri esempi nei quali il mito sportivo si fonde con quello partigiano (Alessandro Brucellaria, Angelo Caimo, Michele Moretti). Alcuni di questi calciatori-partigiani furono figure scomode a fine guerra e dovettero affrontare accuse e processi (oltre ad Antonio Bacchetti, Andrea Guffanti e Guido Tieghi).
Giuntini dimostra inoltre che la lotta partigiana italiana ebbe appendici all’estero (Rino Della Negra, partigiano attivo nel Distaccamento partigiano in Francia, oltre a István Tóth e Géza Kertész, membri della Resistenza magiara giustiziati a Budapest) e inquadra la partecipazione dei calciatori alla lotta antifascista o per contro al collaborazionismo filofascista nel più generale contesto internazionale (dal cacciatore di ebrei Alexandre Villaplane ai vari oppositori del nazismo: i francesi Etienne Mattler, Marcel Muller e Fritz Donnenfeld, il norvegese Asbjorn Halvorsen, i tedeschi Heinz Steyer e Felix Tucholla).
La seconda parte segue come detto le vicende del friulano Antonio Bacchetti; il calcio rappresentava,  per un giovane garzone di bottega con un padre operaio, una grande opportunità economica, mentre l’ingresso tra le file dei partigiani dopo il rifiuto di rispondere all’arruolamento nella RSI aprì un’esperienza complicata anche dalla presenza nel territorio friulano dei partigiani di Tito.
Un intero capitolo è dedicato al confronto tra il processo a Bacchetti e quello a Guido Tieghi (pp. 81-94). In entrambi i casi agli imputati venivano contestati reati compiuti come partigiani (com’è noto le formazioni partigiane non furono assimilate a quelle militari). Tieghi fu alla fine scagionato per l’inconsistenza delle accuse, dopo che il carcere gli aveva portato via gli anni migliori per l’attività agonistica, mentre Bacchetti beneficiò dell’amnistia Togliatti: due episodi della stagione dei “processi alla Resistenza”.
La conclusione del processo consegnò a Bacchetti la fama di perseguitato politico che, unita a quella di campione sportivo, ne fece un’icona della cultura popolare; egli nel 1953 entrò nel Consiglio direttivo della sezione italiana della Federazione Mondiale della Gioventù democratica (FMGD), un’istituzione internazionale in orbita filo-sovietica che organizzava i Festival mondiali della gioventù e degli studenti. Nel contempo Bacchetti ebbe una vivace carriera calcistica, che lo portò a militare in squadre diverse, dall’Atalanta all’Inter, dal Brescia al Napoli, dove al friulano viene affibbiato l’appellativo di “O’ Cammello” per il suo modo di correre alzando e abbassando la testa. In particolare Giuntini ricorda che ad alimentare la sua immagine di “irregolare del calcio” furono anche i plateali contrasti con la dirigenza del Napoli, monarchica e nostalgica del duce (Achille Lauro), seguiti dal deferimento agli organi disciplinare della FIGC.
Conclusa la carriera e scartato un futuro da allenatore, Bacchetti divenne un talent-scout del calcio con un finale tragico: il commerciante Armando Lorenzutti, che aveva rilevato i 60 ragazzi scoperti e tesserati da Bacchetti, vendette uno dei giovani calciatori senza interpellarlo. La vicenda, unita al dolore per la morte del fratello Germano, si trasformò in rabbia cieca: Bacchetti si presentò al negozio di Lorenzutti e lo freddò a colpi di pistola. Il processo, non privo di risvolti politici, terminò con la condanna a meno di 10 anni, poi non scontati completamente perché il calciatore fu portato via dalla malattia. Il suo delitto portò come immediata conseguenza l’introduzione nel regolamento della FIGC del divieto di avvalersi di mediatori.
Dopo un lungo oblio, la memoria di O’ Cammello è riemersa solo nel 2017, grazie a “StraStorie”, un format di scrittura condivisa narrativo in cui i partecipanti, dal vivo e sul web, interagiscono con l’autore durante la scrittura di un testo, suggerendogli come proseguire e contribuendo così al processo creativo. Questa performance ha ripreso nello stesso titolo anche una delle misteriose battute mancanti dal film Napoli milionaria di Totò, che hanno tenuta viva la memoria di Bacchetti (pp. 128-29). Secondo la leggenda “ultrà-metropolitana”, in una scena del film del 1950 Eduardo e Totò, giocando una schedina e interrogandosi sulla previsione della partita Napoli-Inter, si sarebbero scambiati le seguenti battute: “Bacchetti gioca?” avrebbe chiesto Totò a Eduardo che avrebbe replicato: “Sì.” E Totò di rimando gli avrebbe risposto: “Allora 1 fisso!”. In realtà nel film non vi è traccia di questo dialogo e, in assenza di prove materiali ancora non emerse, non è possibile neppure affermare che fosse una scena tagliata in sede di montaggio; tuttavia la leggenda è stata tramandata nella memoria popolare e, costituendo uno degli elementi della costruzione del mito calcistico del giocatore friulano, è sopravvissuta anche alla sua distruzione.
Il volume si conclude con il testo integrale prodotto da “StraStorie”, che ha cercato di restituire dignità al Bacchetti uomo “indomabile e sognatore” (p. 154), facendogli dire frasi come: “non mi sono mai piaciuti quelli che fanno i furbi. Quelli che si approfittano dei più deboli” (p. 157). E in tal modo ci propone una nuova lettura di uno degli “irregolari” partigiani, cercatori di giustizia e di libertà, anche oltre il tempo della Resistenza al nazifascismo.

Deborah Guazzoni

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