Freschi di stampa · Sport

Due storie popolari del calcio – recensione di Lorenzo Venuti

Mickaël Correia, Storia popolare del calcio, Leg, Gorizia 2019, pp. 387

Valerio Moggia, Storia popolare del calcio. Uno sport di esuli, immigrati e lavoratori, Lit, Roma 2020, pp. 237

Passione popolare o sport simbolo degli eccessi finanziari e delle logiche del mercato? Strumento capace di rafforzare il senso di appartenenza di una comunità, oppure campionato composto da squadre “aziende” interessate a vendere gadget e prodotti? Dare una risposta univoca non è certo possibile: il rischio è quello di sottostimare una delle dimensioni che compongono lo sport europeo per eccellenza, il calcio. Una contraddizione acuitasi ulteriormente negli ultimi anni, come aveva notato uno storico sensibile ai fenomeni sportivi come Eric Hobsbawm che, pur inquadrandolo all’interno di una cornice più ampia, evidenziava la crescente finanziarizzazione del pallone con la conseguente concentrazione delle risorse economiche e nascita di pochi centri d’élite (La fine dello Stato, 2007). Fenomeni connessi all’aumento di importanza dei diritti televisivi – capaci di trasformare il ruolo degli stadi a discapito dei tifosi – e della sentenza Bosman (1995), che ha notevolmente aumentato le possibilità di trasferimento dei calciatori a livello comunitario.
Se la direzione dello sport “istituzionale” è chiara, non è invece scontato che tutto il movimento sportivo ne segua l’esempio: al contrario l’opacità delle federazioni sportive, travolte da scandali di corruzione e dalla commistione con il potere politico, e l’insofferenza verso la commercializzazione del tifo e la crisi del tessuto delle piccole società – strozzate dai debiti – hanno causato un forte rigetto in molti appassionati. Sono nati così progetti capaci di mettere in discussione la gestione dei club, come l’organizzazione di squadre di tifosi, oppure la formazione di squadre ex-novo portatrici di valori progressisti (E. Fonzo, Sport e migrazioni, 2019). Fenomeni che hanno una radice più profonda, connessa alla natura duplice della disciplina, in bilico fra dimensione elitaria e pratica di massa.

Dunque, non è casuale che proprio in un momento di polarizzazione fra le due anime del pallone, siano uscite delle opere di sintesi, che hanno come obiettivo la ricostruzione della storia della dimensione popolare del calcio. In particolare, due sono state pubblicate di recente in Italia: una è la traduzione del volume del giornalista francese Mickaël Correia, Une histoire populaire du football (2018), edito con il titolo Storia popolare del calcio (2019), mentre un secondo volume – con titolo omonimo – è stato pubblicato da Valerio Moggia (2020).Malgrado il comune oggetto d’interesse, i due volumi mantengono fra loro approcci diversi, così come originale è la loro interpretazione di cosa si intenda per storia “popolare” della disciplina. Tenendo sempre a mente la porosità delle due anime del calcio, come evidenziato da Correia (p. 19), e ricordando che molti degli argomenti sono in comune ai due volumi, il giornalista francese si concentra maggiormente sulla pratica da parte delle classi sociali più basse o svantaggiate, mentre Moggia predilige il ruolo di rottura o di contestazione da parte di calciatori e allenatori professionisti.

Una rapida occhiata agli indici dei volumi conferma questo aspetto: partendo da episodi simili – la diffusione del calcio fra la working class; la sua diffusione a livello planetario; gli esordi del calcio femminile -, il testo di Correia prosegue poi per aree tematiche, mentre l’approccio di Moggia è più aderente alla cronologia presentando episodi, non sempre collegati, inerenti alla pratica calcistica in diversi contesti. 
Il primo volume risulta inevitabilmente più complesso da seguire, con veri e propri voli pindarici che collegano periodi fra loro molto distanti, ma questa è anche la sua forza, preciso nel ritrarre l’unità del gioco e la sua capacità di unire a prescindere dal contesto culturale, innescando dinamiche simili. Dal secondo capitolo dedicato alle dittature – Unione Sovietica, Spagna franchista, Italia fascista, Germania nazista, ma anche Brasile paulista ed Egitto in anni recenti – Correia affronta il rapporto fra decolonizzazione e calcio, alternando esperienze più note – come quella algerina – a episodi meno conosciuti, come l’uso del calcio in Palestina e nell’Africa subsahariana.
A partire dal terzo capitolo il volume sposta l’attenzione sui tifosi, fra cui hooligans inglesi e ultrà italiani, passendo in rassegna però anche le ben note esperienze dei tifosi turchi e raccontando lo speciale culto per Maradona, con la nascita di una vera e propria chiesa dedicata in Argentina. Lo spostamento del focus non è casuale: sacrificando la dimensione calcistica istituzionale, Correia si concentra anche nel capitolo successivo su fenomeni di tifo e di pratica in chiave di “resistenza” al calcio “istituzionale”. Esperienze note, come quella del Sankt Pauli Germania, sono accostate alle cooperative di tifosi in Inghilterra, ma anche a tentativi di contestazione “intellettuale”, come accaduto in Francia nel ’68, con l’occupazione della sede della federazione calcio parigina, passando per il calcio femminile francese e le esperienze di calcio di strada in Francia e Brasile. In questa sua rassegna l’A. non nasconde limiti e problematiche di questo approccio: evidenziando le contraddizioni dell’esperienza del Sankt Pauli, oppure sottolineando che anche le pratiche sportive “di strada”, nate spontaneamente in quartieri difficili, sono al centro dell’interesse di nuovi sponsor, come conferma tla nascita di marchi dedicati, come la celebre serie di videogiochi Fifa street.
Pur riconoscendo il valore dell’opera, se ne possono rilevare alcuni limiti, specialmente dal punto di vista geografico: del tutto assente l’Europa danubiana, l’Asia e l’America del nord, mentre poco spazio è riservato a quella orientale (unica eccezione l’URSS degli anni ’30) e all’America latina (Brasile escluso). Una circostanza dovuta probabilmente anche alle difficoltà linguistiche, o alla complessità di alcune tematiche, come ad esempio lo sport popolare nel blocco orientale dopo la seconda guerra mondiale. Del resto l’A. offre una storia popolare del calcio (come si afferma nel titolo originale francese): una fra le tanti possibili, ma anche una storia unitaria che, al di là delle differenze culturali, enfatizza il ruolo dello sport come veicolo di resistenza e contrattazione con il potere, a prescindere delle singole componenti culturali.
Il testo di Valerio Moggia, con sottotitolo Uno sport di esuli, immigrati e lavoratori, presta invece maggiore attenzione alla dimensione istituzionale del pallone, una scelta giustificata dall’assunto che le «dinamiche di classe» sono presenti a ogni livello dello sport, «specialmente nel più alto» (p. 8). Seguendo un filo più o meno cronologico, l’A. guida il lettore attraverso numerosi episodi, legati dalla comune presenza di contrasti fra il potere dell’istituzione e la pratica degli atleti. La grande ricchezza di esperienze è il pregio maggiore del testo: specie nella prima parte si segue il diffondersi del calcio nei cinque continenti, focalizzandosi sui mediatori culturali, che diffondono la pratica dalla Gran Bretagna all’America latina, passando per Asia, Africa ed Europa continentale. Si riesce ad amalgamare bene episodi celebri, come ad esempio il ruolo del calcio nella lotta per l’indipendenza algerina, ad altri meno noti, come la partecipazione delle Indie orientali olandesi alla Coppa del mondo del 1938.
Proprio da questa ambizione deriva però anche il maggior limite del volume: un tema così esteso dal punto di vista cronologico e linguistico è difficile da padroneggiare, e l’A. incappa in varie imprecisioni. Ad esempio, le vicende relative alla carriera di allenatore di Jimmy Hogan (p. 32), la laurea di Gyula Sárosi (in Giurisprudenza e non in Medicina) (p. 53), o suggerendo un nesso fra le scelte di carriera di Ernő Schwarz e la politica del reggente ungherese Miklós Horthy (p. 73).
È nella parte finale, dove l’approccio è maggiormente giornalistico, che l’A. raggiunge forse i risultati migliori, raccontando le modifiche a cui il calcio è andato incontro negli ultimi trent’anni, focalizzandosi sul ruolo dei procuratori, divenuti da mediatori a veri e propri padroni della scena (p. 205).
I due volumi sembrano così raccontare due facce diverse di una stessa medaglia: un calcio popolare in continua tensione con l’istituzione, fatto di pratica di massa, ma anche di lotta simbolica, dove gli atleti professionisti possono avere un ruolo decisivo, come figure esemplari, ma anche di resistenza contro il potere economico e politico.

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