Attualità

Il conflitto in Tigrai tra nazionalismo e propaganda – Matteo Dominioni (parte 1/2)

  1. Per capire l’Etiopia di oggi occorre conoscere gli avvenimenti principali accaduti nel paese – le discontinuità – almeno nell’ultimo trentennio (Prunier-Ficquet 2005; per l’Italia: Del Boca 2002; Calchi Novati 1994). I conflitti esplosi di recente o quelli che covano pericolosamente in alcuni casi hanno radici antiche, mentre le modalità degli scontri, le narrazioni nazionalistica e propagandistica avvengono in forma nuova e moderna.
    L’Etiopia uscì dalla guerra fredda nel 1991 con la caduta del regime comunista filosovietico di Menghistu Hailé Mariam. Venuti meno gli aiuti sovietici – 4.863 milioni di dollari tra il 1977 e il 1991 ai quali ne andrebbero aggiunti altri 2 milioni in armamenti di provenienza ignota (1981-82) – e crollato il consenso della popolazione, la dittatura fu scofitta su due fronti distinti: quello eritreo e quello interno.
Fig. 1 – Etiopia, spese in armamenti, 1977-1991. Fonte: database Stockholm International Peace Research Institute

Ad Addis Abeba il potere fu assunto dal Fronte democratico popolare d’Etiopia (Fdpe), una coalizione multietnica di organizzazioni uscite da una dura e lunga lotta armata. Invece di dedicarsi alla costruzione di istituzioni democratiche, il nuovo regime intraprese una brutale repressione proseguita per poco più di venti anni. All’interno della coalizione del Fdpe la componente tigrina assunse progressivamente l’egemonia, occupando i centri di potere dello stato, conseguenza diretta della gestione partitica delle istituzioni. le prime elezioni democratiche si tennero nel 1995. Uomo forte dell’era post-comunista fu Meles Zenawi, ex guerrigliero di formazione marxista-leninista, ben visto e regolarmente accolto con tutti gli onori dalle cancellerie occidentali in quanto simbolo di una nuova Africa. Tuttavia, le cronache – straordinariamente ignorate – riportavano notizie relative ad arresti, sparizioni, torture. In quegli anni l’opposizione, regolarmente incarcerata, fu sempre in grado di riorganizzarsi, portando alla luce una società viva. Le repressioni – condotte il più delle volte costruendo un nemico e isolandolo – avevano lo scopo di rafforzare il consenso oltre che liquidare l’opposizione, e alla lunga generarono un cortocircuito. In due casi il regime ricorse persino alla guerra per ricompattare l’opinione pubblica: Eritrea 1998-2000 (ufficialmente per questioni confinarie), Somalia 2006 (ufficialmente contro l’Unione delle corti islamiche). In entrambe le occasioni, facendo leva sul nazionalismo, Meles riuscì a rivitalizzare un regime moribondo che sopravvisse ancora diversi anni reprimendo vasti strati della popolazione. Nel 2012, morì improvvisamente e la carica di primo ministro passò nelle mani di Hailé Mariam Desalegn che, nel febbraio del 2018, dopo due anni di continue proteste in tutto il paese, sfuggitagli la situazione, rassegnò le dimissioni. In maniera nemmeno troppo turbolenta si chiuse un’epoca.

2. Pur attraversando innumerevoli contraddizioni, durante l’epoca di Meles l’Etiopia è cresciuta in molti ambiti ed è divenuta una potenza regionale. Il dato più evidente è quello della popolazione – 100 milioni di abitanti secondo il censimento del 2007 -, seguito da quello del PIL costantemente in crescita, per molti anni a due cifre. Il Tigrai è stata la regione più favorita dalla politica governativa avendo ricevuto tra il 1991 e il 2012 la maggior parte degli investimenti e degli aiuti esteri. Ai vertici della pubblica amministrazione e delle forze armate sono state collocate personalità fedeli al Fronte popolare per la liberazione del Tigrai. La cosiddetta questione tigrina, piuttosto recente, va letta come una reazione delle altre componenti etniche (94% della popolazione) a queste politiche; non occorre scomodare la storia meno recente, come l’occupazione militare italiana o le annessioni all’impero etiopico da parte di Menelik II.

3. Nel 1995 in Etiopia era entrata in vigore una nuova costituzione. L’art. 39 sanciva il cosiddetto «federalismo etnico», concetto giuridico del tutto inedito e contraddittorio rispetto al testo stesso, che dovrebbe definire in primo luogo l’integrità e l’unità di uno Stato-nazione:

  1. Ogni nazione, nazionalità e popolo in Etiopia ha il diritto incondizionato di autodeterminazione, compreso il diritto alla secessione.
  2. Ogni nazione, nazionalità e popolo in Etiopia ha il diritto di parlare, di scrivere e sviluppare il proprio linguaggio; esprimere, sviluppare e promuovere la propria cultura; e di preservarne la storia.
  3. Ogni nazione, nazionalità e popolo in Etiopia ha diritto a piene misure di autogoverno che includono il diritto di costituire istituzioni di governo nel territorio che abita e ad un’equa rappresentanza nel governo statale e in quelli federali.
  4. Il diritto all’autodeterminazione, inclusa la secessione, di ogni nazione, nazionalità e popolo entreranno in vigore:
    1. Quando una richiesta di secessione è stata approvata da una maggioranza di due terzi dei membri del Consiglio Legislativo della nazione, della nazionalità o del popolo in oggetto;
    2. Quando il governo federale indice un referendum che deve svolgersi entro tre anni dal momento in cui ha ricevuto la decisione di secessione del Consiglio;
    3. Quando la richiesta di secessione è sostenuta dalla maggioranza dei voti in un referendum;
    4. Quando il governo federale avrà trasferito i suoi poteri al Consiglio della nazione, nazionalità o popolo che ha votato per la secessione;
    5. Quando la divisione delle istituzioni viene effettuata secondo le modalità previste dalla legge.
  5. Una Nazione, nazionalità e popolo, ai fini della presente costituzione, è un gruppo di persone che ha o condivide in larga misura una cultura comune o usi comuni, una mutua intelligibilità della lingua, fede in una comune o correlata identità, un comune make-up psicologico e che abita un territorio identificabile, prevalentemente contiguo.
Fig. 2 – La nuova divisione amministrativa dell’Etiopia. Lo Stato etiopico è organizzato su più livelli: il Governo federale è formato da stati su base etnica regionale, zone, distretti (woreda) e quartieri (kebele). Fonte: Centro studi internazionali

Meles lasciò in eredità ai successori uno stato difficile da governare. In teoria il federalismo, pur concedendo larghi margini di autonomia a Stati, cantoni, regioni, dovrebbe proporre degli interessi comuni a tutte le comunità, come la difesa o l’impiego delle risorse. In Etiopia durante l’era Meles la componente tigrina al governo ha anteposto i propri interessi a quelli generali; dopo la caduta del regime, la stessa politica nazionalistica è stata fatta propria dalle varie componenti del paese, ciascuna con la propria visione particolaristica. Il federalismo etnico ha gradualmente eroso lo Stato etiopico, fino a divenire la causa principale del conflitto in corso nella regione del Tigrai.

4. Nell’aprile del 2018 è nominato primo ministro Abiy Ahmed Alì, giovane politico di estrazione riformista, esperto di reti informatiche e gestione dei conflitti (master all’Università di Greenwich) e perfetto simbolo della rinascita e della chiusura dei conti con il passato. In politica estera, Abiy ha ripreso le trattative con l’Eritrea per tramutare il ventennale cessate il fuoco in un accordo definitivo di pace: iniziativa importante che gli è valsa il premio Nobel per la pace nel 2019. In politica interna, ha gradualmente estromesso dai centri del potere i tigrini, in modo non sempre limpido e con misure legittime. In generale potremmo definire l’operato di Abiy dei primi mesi come “riformatore”: ma avendo ereditato una situazione politica instabile, è stato poi indotto a fare dei passi indietro. Vari provvedimenti hanno di fatto bloccato le riforme, mentre nazionalismo e sciovinismo interno riemergevano. Inizialmente le nuove politiche governative hanno riscosso molto consenso fra la popolazione: la pace con l’Eritrea, le trasformazioni economiche in senso liberista, gli interventi in ambito urbanistico e soprattutto quelli in difesa dell’ambiente e del verde; col passare dei mesi invece è emersa una realtà diversa,, fatta di luci e ombre e contro le voci dissenzienti si è levata una repressione che in alcuni casi ha fatto tornare indietro il paese di anni.

5. Dopo ripetuti rinvii delle elezioni federali e regionali a causa del Covid-19 – si sarebbero dovute tenere nella primavera del 2020 – il Parlamento tigrino ha indetto di sua iniziativa una consultazione regionale il 9 settembre scorso. Il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai (Fplt) ha ottenuto il 92,8% dei voti corrispondenti a 152 rappresentanti su 190. Ma il governo ha annullato la votazione, considerandola illegittima.
Dopo un fitto scambio di accuse e provocazioni reciproche, Addis Abeba ha sciolto il Parlamento del Tigrai e ha presentato richieste irricevibili dalla controparte, come lo scioglimento del Fplt e delle organizzazioni collaterali, azzerando ogni possibilità di dialogo.

Fig. 3 – La prima fase della guerra in Tigrai. Le aree in giallo e fucsia indicano rispettivamente i territori sotto controllo del governo etiopico e del Fplt, quelle in arancione le zone dei combattimenti. Fonte: Crisis in Ethiopia.
Le mappe on-line sono in costante evoluzione.

6. Il 4 novembre 2020 il governo di Addis Abeba, dopo un attacco del Fplt contro alcune infrastrutture delle forze armate etiopiche, ha proclamato lo stato di emergenza per 6 mesi. Il Tigrai dalla prima settimana di novembre è stato gradualmente accerchiato. Mancano verifiche egli eventi, così come fonti tigirine o terze: si tratta dunque della versione ufficiale, divulgata a poche ore dai fatti. Per meglio capire la dinamica dei fatti, sarà opportuno suddividere gli eventi i tre fasi: 1. Avanzata etiopica a nord/nord-est; 2. Avanzata su Macallè; 3. Presa di Macallè.
I primi combattimenti hanno coinvolto le aree a ovest e a nord, prese in una morsa allo scopo di isolare la regione dal Sudan e dall’Eritrea. L’avanzata principale dell’esercito etiopico a nord-est ha rappresentato una spina nel fianco lungo la più importante via di comunicazione e le principali città (Adua, Axum). Diverse testimonianze hanno segnalato la presenza anche di forze eritree dislocate lungo il confine. La presa dello Scirè non è stata un’operazione facile e per tre giorni i combattimenti hanno visto avanzate e controffensive.

Fig. 4 – La seconda fase della guerra in Tigrai. Fonte: Crisis in Ethiopia

La seconda avanzata è stata diretta verso la capitale Macallè da sud e da nord. Insieme alle forze di terra, l’esercito etiopico ha impiegato quelle aeree, colpendo obiettivi militari e civili, come quartieri residenziali e le strutture dell’università. In Occidente nessuna voce ha condannato questo chiaro crimine di guerra commesso contro civili, studenti e professori di una comunità avulsa alla guerra.
La terza fase ha chiuso ufficialmente la guerra, con la presa della città, gradualmente accerchiata e poi colpita da terra e dal cielo alla scadenza di un ultimatum di 72 ore https://twitter.com/AbiyAhmedAli/status/1331853743810285575; https://www.reuters.com/article/ethiopia-conflict-idINKBN28207B).
Secondo le scarse informazioni circolate, a Macallè e in altre località le milizie paramilitari filogovernative hanno saccheggiato edifici pubblici e privati e commesso innumerevoli violenze.
Nei bombardamenti sono stati utilizzati anche droni affittati e partiti dagli Emirati Arabi Uniti: un aspetto interessante per decifrare le alleanze regionali e il meccanismo in base al quale per colpire una comunità del proprio paese si ricorre a forze straniere. L’appartenenza religiosa delle diverse comunità è rimasta una questione marginale, ma rischia di diventare elemento centrale in futuri conflitti.

7. Il presidente etiopico Abiy Ahmed Alì, quasi una icona mondiale dopo il Nobel per la pace, nei giorni degli scontri in diverse occasioni ha assunto comportamenti e fatto affermazioni sconcertanti. In alcuni eventi pubblici (conferenze stampa, briefings) ha presenziato l’evento in divisa militare, assumendo un atteggiamento aggressivo. In coincidenza con l’ultimatum a Macallè sulla piattaforma Twitter per un paio di giorni è stata più volte rilanciato il motto, attribuito ad Abiy Ahmed, “no matter who dies”.

Fig. 5 – Fonte: State of Emergency Fact Check.

Dopo qualche settimana, sono scomparsi tutti i post con quella frase, tranne quello qui riprodotto, in cui l’Ethiopian State of Emergency Fact Check, ente organico al governo etiopico, tutt’altro che imparziale, accusa la Bbc di disinformazione. Va sottolineato che la frase di Abiy non è stata diffusa da voci critiche verso il governo, bensì da sostenitori della guerra su posizioni decisamente nazionaliste e persino da membri delle forze armate e di uffici governativi. La Bbc, come riportato nel tweet, dopo alcune ore ha cancellato l’informazione contenente la frase di Abiy Ahmed, ma questa ha continuato a circolare per alcuni giorni. Perché nessuna autorità e tanto meno il presidente Abiy hanno smentito questa affermazione, di enorme gravità e rilevanza? E’ plausibile che in un primo momento sia “servita” a rafforzare il consenso, salvo poi divenire conveniente di fronte all’opinione pubblica e in contraddizione con le dichiarazioni ufficiali. Circa l’accusa di disinformazione rivolta alla Bbc, è plausibile che questa non abbia riportato notizie false, ma difficilmente verificabili, che dunque non avrebbero dovuto circolare. Il fatto che la frase per diversi giorni sia stata rilanciata e condivisa da individui apertamente nazionalisti e da uffici/enti governativi resta comunque un dato significativo.

La determinazione del presidente è emersa peraltro anche in alcune dichiarazioni rivolte ai corpi diplomatici. E’ interessante citarle anche per per cercare di capire se Abiy sia un autocrate, abbia commesso un errore magari mal consigliato, e soprattutto se il potere reale in Etiopia sia o meno nelle sue mani. La mattina del 30 novembre, di fronte ai parlamentari le sue affermazioni erano improntate a un forte tono nazionalistico:

my message to friends of Ethiopia is that we may be poor
but we are not a country that will negotiate our sovereignty.
Threatening Ethiopia for coins will not work

Il richiamo diretto alla povertà diviene uno status di cui andare orgogliosi pur di mantenere la propria sovranità. Non vi è alcun accenno al continente africano, alla cultura atavica del paese e al microcosmo di diversità etniche che è una risorsa. L’affermazione di Abiy è maturata in un contesto particolare, poiché in quei giorni era in corso una disputa con una parte della diplomazia e delle agenzie e organizzazioni umanitarie sulle oggettive difficoltà nel far giungere in Tigrai gli aiuti umanitari. Ridurre però il dramma umanitario a mere questioni economiche e sostenere che ogni critica celasse un’ingerenza straniera, non è certo un atteggiamento degno di un premio Nobel. Potrebbe sembrare un paradosso, ma la frase ricorda più le affermazioni di qualche esponente dei Chicago Boys che non un leader del panafricanismo dell’età della decolonizzazione.

8. Il governo di Addis Abeba ha dichiarato il cessate il fuoco ufficiale il 28 novembre. Nonostante il blocco delle comunicazioni, hanno cominciato a circolare notizie di distruzioni da parte delle milizie amhara e di una situazione umanitaria sempre più drammatica, aggravata dal Covid-19. I primi aiuti – una donazione degli Emirati Arabi Uniti – sono giunti in Tigrai dopo una settimana, seguiti il 10 dicembre da 30 camion inviati da Addis Abeba. Le agenzie umanitarie interessate alla distribuzione di aiuti hanno più volte lamentato indebite ingerenze da parte delle autorità etiopiche. A due mesi dalla cessazione del conflitto la crisi umanitaria attende di essere affrontata in maniera adeguata.
Politicamente la prima misura da prendere dal Parlamento sarebbe l’abrogazione del diritto alla secessione, pur senza eliminare l’impianto federalista dello stato, eventualmente rinviandolo a un momento successivo. A un quarto di secolo dall’entrata in vigore della Costituzione, abrogare il federalismo in tempi brevi potrebbe infatti accrescere le tensioni regionali. La situazione è per certi versi paradossale: il federalismo ha accresciuto le divisioni etniche (giudizio pressoché unanime), ma abrogarlo significherebbe limitare le varie autonomie e scatenerebbe probabili rivolte. Occorrerebbe rafforzare e rilanciare l’Administrative Boundaries and Identity Issues Commission, istituita nel novembre del 2019 allo scopo di monitorare e prevenire lotte interne legate alle questioni etniche e ai confini regionali (per una bozza dell’atto costitutivo cfr. qui e qui). In teoria i membri dovrebbero incontrarsi due volte al mese. L’anno scorso il portavoce (Tasew Gebgre) ha fatto riferimento diverse volte a un piano triennale di riduzione progressiva dell’impianto federalista delle istituzioni in nome dell’unità e della prosperità. La commissione ha peraltro una mera funzione consultiva e i suoi componenti sono rappresentativi di tutte le regioni che però non corrispondono alle etnie, molto pià numerose.
Come in ogni dopoguerra, un’epurazione potrebbe essere “necessaria”, ma processare un alto numero di persone potrebbe scatenare ulteriori conflitti etnici. Sono diversi i modelli legislativi maturati in tutto il mondo negli ultimi cinquant’anni concepiti specificatamente per superare una crisi o affrontare una discontinuità che possono essere presi ad esempio. Sarebbe opportuno applicare una legislazione speciale, ad hoc, che chiarisse in primo luogo i crimini da perseguire e i relativi incriminati: i vertici del Fplt; chi si è macchiato di omicidi, torture e sparizioni; dirigenti e funzionari colpevoli di crimini, delazione, e/o che abbiano tratto profitto e carriera in dolo di altri. Occorrerebbe inoltre ripartire in fasi la lunga storia del regime del Fplt: 1993-1999 (era Meles ante guerra con Eritrea), 2000-2012 (era Meles II), 2012-2018 (il disfacimento del modello tigrino), dal 2018 a oggi.

9. La guerra in Tigrai ha ridisegnato le alleanze tra alcuni paesi della regione e l’Etiopia, che si è rafforzata, e ciò potrebbe avere delle ricadute su questioni delicate come la linea di confine con il Sudan o la gestione delle acque del Nilo. Lungo il confine tra Etiopia e Sudan – zona parzialmente contesa – vi sono stati ripetuti incidenti e uno sconfinamento da parte delle forze sudanesi. La questione più scottante è quella relativa alle acque del Nilo, che coinvolge vari paesi, anche non confinanti con l’Etiopia, e che potrebbe divenire una crisi regionale. Dopo nove anni di lavori è stata portata a termine la Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) e il 22 luglio del 2020 il governo etiopico ha dato il via all’invasamento del bacino. È la più grande infrastruttura del genere in Africa, costruita a una decina di chilometri in linea d’aria dal confine col Sudan, costata quasi 5 miliardi di dollari, e a pieno regime produrrà più di 6 gigawatt. Nei prossimi anni l’Etiopia – considerando la Gerd, le dighe già esistenti e quelle che verranno edificate – diverrà il maggiore produttore di energia del continente,, con prospettive commerciali in Medio Oriente. In sostanza la modalità nella gestione e la ripartizione delle acque del Nilo sono oggetto di una contesa che per il momento ha coinvolto Sudan, Egitto ed Etiopia. Il governo sudanese e quello egiziano si sono sempre richiamati agli accordi anglo-egiziani del 1929 e a quelli del 1959 tra i loro paesi, mentre l’Etiopia da parte sua si richiama all’accordo anglo-italiano del 1902 (Giglio 1951). In sostanza, sulla scorta degli accordi del 1929 e del 1959, a Egitto e Sudan era stata attribuita la quasi esclusiva gestione delle acque. In epoca post coloniale e post guerra fredda sono emersi nuovi equilibri e l’Etiopia ha iniziato a rivendicare lo sfruttamento delle acque, in maniera del tutto legittima considerando che le sorgenti e l’alto corso del fiume sono sul suo territorio.
Nel 2020 si sono tenuti diversi incontri diplomatici tra i tre paesi allo scopo di dirimere le varie questioni, ma ancora – fra strappi e interruzioni – non è stato raggiunto alcun accordo. L’augurio è che il dialogo continui, nonostante posizioni sempre più irrigidite e insofferenti nei confronti di un’autorità esterna mediatrice.

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Bibliografia
G. Prunier-É. Ficquet, Understanding Contemporary Ethiopia. Monarchy, Revolution and The Legacy of Meles Zenawi, Hurst &Co., London 2005.
A. Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Mondadori, Milano 2002.
G. Calchi Novati, Il Corno d’Africa nella storia e nella politica. Etiopia, Somalia e Eritrea fra nazionalismi, sottosviluppo e guerra, Società editrice internazionale, Torino 1994.
C. Giglio, La questione del Lago Tana (1902-1941), in «Rivista di studi politici internazionali», vol. 18, n. 4, 1951, pp. 643-686.
M. Wrong, I didn’t do it for you. Come le nazioni del mondo hanno usato e abusato di un piccolo stato africano, Colibrì, Milano 2005.

Sitografia
Abc
Africa rivista
Sipri
Washington Post
Nobel Prize
Reuters

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