Attualità

Il conflitto in Tigrai tra nazionalismo e propaganda – Matteo Dominioni (parte 2/2)

1. Un aspetto emblematico della modernità della guerra in Tigrai è l’utilizzo massiccio dei social media, spazio virtuale che le fazioni cercano di occupare inondandolo di comunicazioni. Ciò che conta è la quantità, quanto una notizia viene condivisa e di conseguenza circola, piuttosto che la qualità. Notizie false o distorte sono preponderanti rispetto a quelle attendibili e verificate.
Focalizzo l’analisi su Twitter, social network nato per scambi e condivisioni di messaggi brevi, che ora offre la possibilità di inserire anche immagini e video (non ho fatto verifiche quantitative, ma essendo i vari social network interconnessi è probabile che molte delle notizie circolate su Twitter siano poi apparse altrove). In Italia è diventato noto durante le primavere arabe del 2011 e per alcuni versi ne divenne un simbolo [Di Liddo-Falconi-Iacovino-La Bella 2011].  In merito al Tigrai da ricordare che la regione è rimasta isolata dall’inizio del conflitto per circa un mese e mezzo. Ciò significa che nessuna notizia è giunta direttamente dai luoghi del conflitto, ma solo dall’esterno. A differenza di quanto avvenuto nel Maghreb, Twitter invece di essere uno strumento da e per la popolazione è divenuto un social di propaganda.
In generale i profili corrispondono a individui e non sono generati automaticamente ma non è possibile stabilire se una persona ne abbia più di uno. Indipendentemente dalla veridicità delle notizie e dalla possibilità di verificare le fonti, è opportuno sottolineare come la propaganda delle parti in conflitto riscuota grande consenso.
Tra le tante, sono due le notizie riportate da Twitter che per diversi aspetti hanno attirato la mia attenzione: una legata a un’immagine e un’altra di carattere storico.

Fig.1 – Rifugiati presso un campo profughi in Sudan. Fonte: Twitter, 3 dicembre 2020.

La seguente immagine è stata scattata nei primi giorni di dicembre durante la distribuzione del pasto in un campo profughi del Sudan, paese confinante con un lembo di Tigrai dove sono confluiti circa 50 mila rifugiati prima che l’Etiopia bloccasse ogni accesso.
Lo scatto è straordinario perché ritrae nello stesso momento delle persone – uomini – che fanno la medesima cosa assumendo atteggiamenti diametralmente opposti: alcuni si nascondono, due guardano la camera frontalmente, uno si mostra per metà, un altro rivolge lo sguardo a terra. L’immagine, a seconda del soggetto o dei soggetti che vengono ritenuti centrali, si presta a diverse di interpretazioni.
Gli uomini che si coprono il volto trasmettono un senso di smarrimento e disperazione, mentre il secondo della fila – al centro dell’immagine ed è il più imponente – ha un atteggiamento diverso, di sfida e nel complesso non proprio rassicurante.
L’immagine inizialmente ha cominciato a circolare come prova e testimonianza dell’esistenza di rifugiati e campi in Sudan. Nei vari reports è stato spesso osservato che si tratta perlopiù di persone espatriate non dall’Etiopia bensì dall’Eritrea. Molte si coprono il volto per mantenere un anonimato che se violato metterebbe in pericolo i famigliari restati in patria.
Dopo alcuni giorni, tempi abissali per i social,lo scatto è nuovamente comparso unitamente ad una miriade di messaggi falsi secondo cui i profughi non sarebbero civili espatriati ma membri del Fplt o di milizie tigrine responsabili dell’eccidio di Mai Kadra. In breve, un’immagine viene del tutto decontestualizzata e sostanzialmente manipolata.

Fig. 2 – Localizzazione della città di Mai Kadra. Fonte: Afp.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 2020 un gruppo di civili armati, soprattutto di machete e armi tradizionali, ha circondato e attaccato il villaggio di Mai Kadra. La notizia inizialmente è stata riportata da Amnesty international, secondo la quale le vittime del raid sarebbero state 500, cifra fornita dall’Amhara regional government’s media agency, “primarily non-Tigrayan residents of the town”. Le testimonianze citate dall’organizzazione, tutte raccolte nei campi profughi in Sudan, attribuiscono la strage alle milizie paramilitari, ma nulla dicono se siano state tigrine o affiliate alle forze etiopiche.
Con il passare dei giorni, la rete è stata inondata di messaggi che hanno attribuito la strage alle milizie tigrine e alla lunga questa è diventata l’interpretazione ufficiale. La fotografia è diventata centrale e funzionale a questa interpretazione: infiltrati tra i profughi – nel goffo tentativo di nascondersi dietro una gavetta di plastica – vi sarebbero gli assassini di Mai Kadra scappati all’estero per sfuggire alla legge.

Fig. 3 – Fonte: Screenshot da profilo Twitter

Nel secondo documento circolato in Twitter che ha attirato la nostra attenzione, l’autore fa un uso politico della storia impiegando informazioni errate se non surreali:
il movimento Woyane affonda le radici nell’Italia coloniale. L’idea del Tigrai è solamente un’estensione di questo piano da parte del Fplt. Rispetto a questo, la sconfitta del Fplt è un trionfo dell’Etiopia contro il colonialismo.


Il termine woyane in origine veniva utilizzato per indicare una rivolta esplosa in alcune zone del Tigrai nel maggio del 1943, duramente repressa dall’imperatore Hailè Selassiè. Oggi ha assunto un’accezione completamente negativa, che potrebbe essere accostata a “terrone” in lingua italiana.

Fig. 4 – Carta dell’Africa orientale italiana, Istituto geografico militare, Firenze

L’accostamento tra eventi del passato che nulla hanno a che fare l’uno con l’altro, ma che messi insieme classificano il nemico come servo di poteri stranieri, è semplicemente un uso politico e strumentale della storia. In sostanza, il Tigrai e i tigrini sarebbero un’invenzione degli italiani e la disfatta del Fplt avrebbe una volta per tutte chiuso i conti col passato. Non siamo di fronte ad una boutade estemporanea, ma ad un’interpretazione del passato e degli avvenimenti recenti assai diffusa.
Gli italiani hanno imposto i confini tra l’Eritrea e l’Etiopia, e questo è stato a lungo motivo di conflitto, hanno sempre riconosciuto esservi un territorio Tigrai, ma non hanno mai avuto alcun progetto di costituire un governatorato come nell’Amara o nel Galla Sidama. Per fare un solo esempio, nell’autunno del 1896, durante gli incontri tra Menelik II e Cesare Nerazzini, inviato dal governo italiano per trattare la pace e la liberazione dei prigionieri dopo la sconfitta di Adua, la regione diventa centrale nelle discussioni ma né dall’una né dall’altra parte essa viene intesa come nucleo attorno al quale poi avviare la costruzione di una entità statuale seppur di carattere regionale [Francioni 1999].   Negli ultimi anni, per lo meno da quando i social network sono diventati un fenomeno di massa, molti siti o pagine sulla storia del Corno d’Africa sono state disattivate, perché divenute contenitori di false informazioni, offese e minacce, ma ciò non ha impedito ai singoli naviganti di inondare la rete di falsità (questa problematica è emersa nel corso del workshop “Music and media in occupied Ethiopia 1935-1941”, tenutosi presso l’Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi, Roma 25-27 giugno 2009).
Chi ha cercato, in queste settimane, di informare su quanto accadeva in Etiopia e lungo il confine con l’Eritrea è stato continuamente attaccato e denigrato sui social, dove sono girate vere e proprie liste di proscrizione con tanto di immagini. L’analista Martin Plaut Rashid è stato accusato di essere a libro paga di poteri che vorrebbero la dissoluzione di Eritrea ed Etiopia, contro il professor Kjetil Tronvoll è spuntata una denuncia per stupro, Abdi Rashid è stato denunciato per diffamazione dal governo somalo.

Fig. 5 – Fonte: twitter, 20 dicembre 2020

Torna alla prima parte

Bibliografia
Marco Di Liddo, Andrea Falconi, Gabriele Iacovino e Luca La Bella, Il ruolo dei Social Network nelle rivolte arabe, «Osservatorio di politica internazionale», n. 40, settembre 2011, a cura del Ce.Si (Centro Studi Internazionali), Camera dei Deputati Servizio Studi Dipartimento Affari Esteri.
Andrea Francioni, Medicina e diplomazia. Italia ed Etiopia nell’esperienza africana di Cesare Nerazzini (1883-1897), Nuova immagine editrice, Siena 1999

Sitografia
https://www.twitter.com

Sul presunto massacro di Mai Kadra si veda anche la relazione della Ethiopian Human Rights Commission

In rete sono state pubblicate molte testimonianze, difficilmente verificabili, e immagini. È circolato un video – da parte di individui/profili impegnati a fare propaganda piuttosto che informazione – in cui vengono ripresi i funerali delle vittime, che stranamente nessun media mainstream ha ripreso.

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