Attualità

Guerra alla storia in Polonia – Carla Tonini (Università di Bologna)

Non c’è tregua per la storia in Polonia. La disputa riguardante il comportamento dei polacchi durante l’Olocausto sfida anche l’epidemia di Covid-19, infiamma l’opinione pubblica e finisce in tribunale.


Barbara Engelking e Jan Grabowski, due accademici che lavorano presso il Centro di ricerca sull’Olocausto di Varsavia, sono stati accusati di diffamazione e sottoposti a procedimento civile. La loro colpa sarebbe di aver scritto che, durante l’occupazione nazista, Edward Malinowski, sindaco di un villaggio del nord est del paese, aveva denunciato ai tedeschi la presenza di un gruppo di ebrei che si nascondevano nel vicino bosco, condannandoli a morte certa. Le accuse al sindaco, contenute in un capitolo del libro Notte senza fine. I destini degli ebrei in alcune contee della Polonia, si basano sulla testimonianza di Estera Drogicka, un’ebrea sopravvissuta proprio grazie all’aiuto di Malinowski.

Durante il processo per collaborazione, a cui il sindaco fu sottoposto nel primo dopoguerra dalle autorità comuniste, Drogicka aveva dichiarato che il fienile in cui era nascosta era pieno di ebrei a cui il sindaco portava da mangiare. Lei stessa era potuta emigrare come lavoratrice forzata in Germania, grazie ai documenti falsi procurati da Malinowski che cambiavano la sua identità da ebrea a polacca. Tuttavia, nella testimonianza rilasciata nel 1996 alla Fondazione Shoah, Drogicka aveva aggiunto che Malinowski aveva anche denunciato alcune decine di ebrei nascosti nel bosco.

 Per questo, nel febbraio 2021 la nipote di Malinowski, Filomena Leszczyńska, ha intentato una causa civile contro Engelkin e Grabowski, in quanto redattori del libro incriminato. Secondo Leszczyńska, l’unica testimonianza valida è quella rilasciata da Drogicka durante il processo e lo zio andrebbe piuttosto considerato un eroe nazionale. Ai curatori di Notte senza fine è inoltre pervenuta una richiesta di risarcimento pari a centomila złoty, oltre 20.000 euro.  

Notte senza fine è composto da due volumi di complessive 1.700 pagine, frutto del lavoro decennale di un gruppo composto da sociologi, psicologi e storici. Gli autori indagano le strategie di sopravvivenza degli ebrei in 9 contee della Polonia meridionale e orientale, dal momento in cui, nel 1942, i tedeschi iniziarono a liquidare i ghetti provinciali e a dare la caccia agli ebrei che si nascondevano nelle campagne e nei villaggi vicini. Gli autori descrivono l’aiuto prestato agli ebrei da contadini, partigiani o funzionari polacchi dell’amministrazione civile, ma anche la partecipazione di molti di loro alle retate. Il verdetto finale è impietoso: due fuggitivi su tre furono uccisi dagli abitanti delle campagne o dalla “polizia blu” (la milizia ausiliaria polacca istituita dai nazisti nella parte centrale del paese, denominata Governatorato generale).

Il tema della collaborazione dei polacchi nella distruzione degli ebrei del paese è al centro di numerose ricerche da quando una ventina d’anni fa lo studioso americano di origine polacca Jan Tomasz Gross raccontò nel libro I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne, l’uccisione, da parte dei vicini di casa, degli ebrei di un villaggio della Polonia nord orientale.
Il libro inaugurò il dibattito sulla corresponsabilità dei polacchi nello sterminio degli ebrei e avviò un nuovo filone storiografico che, abbandonando la grande narrazione storica, privilegiava lo studio microstorico delle realtà regionali e locali. Per numero di pubblicazioni e visibilità all’estero, questo campo di studi trova oggi la sua sede più importante nel Centro di ricerca sull’Olocausto di Varsavia, fondato nel 2003 presso l’Istituto di Filosofia e Sociologia dell’Accademia polacca delle Scienze, e diretto dalla sociologa Barbara Engelking. Il centro pubblica una rivista annuale, giunta ormai alla sua quindicesima edizione, «Lo sterminio degli ebrei. Studi e materiali», oltre a saggi e volumi sull’Olocausto.

I libri più controversi sono rappresentati dalle opere di Jan Grabowski, professore di storia nell’Università di Ottawa e cofondatore del Centro. Nel 2011, il suo Caccia all’ebreo. Tradimento e assassinio nella Polonia occupata dai tedeschi, sull’uccisione di ebrei da parte degli abitanti di una zona rurale della Polonia sud orientale, fu attaccato dalla stampa di destra e l’autore ricevette addirittura minacce di morte.

La causa civile contro i due accademici è stata accompagnata da una campagna di stampa che ha visto, sia in Polonia sia all’estero, intellettuali, accademici, istituti di ricerca, associazioni ebraiche e giornalisti difendere gli studiosi sotto accusa, definendo il processo loro intentato un attacco alla libertà della ricerca storica. Il tribunale ha condannato Engelkin e Grabowski a presentare scuse formali alla signora Leszczyńska ma, al contempo, si è rifiutato di infliggere la pena del risarcimento perché, come ha spiegato la giudice, la sentenza non «deve comportare il congelamento della ricerca accademica».

È difficile che questa sentenza metta fine a quella che è divenuta una vera guerra tra i detrattori e i suoi difensori del “buon nome” della Polonia. Il mito dell’eroismo e del martirio dei polacchi durante la seconda guerra mondiale è radicato in una parte della società polacca ed è divenuto il cardine della cosiddetta “politica della storia” dopo l’ascesa al potere del partito nazional conservatore Diritto e Giustizia (PiS), nel 2015. Il governo, per mettere a tacere quelli che definisce gli storici «revisionisti», finanzia organizzazioni come la Lega polacca contro la diffamazione, che ha sostenuto legalmente e finanziariamente la causa civile contro Engelking e Grabowski. Nel 2018 il Parlamento polacco ha approvato una legge che prevedeva una pena sino a tre anni di carcere a chiunque attribuisse la «responsabilità o corresponsabilità della nazione polacca per i crimini commessi dal Terzo Reich». La legge è stata emendata a soli cinque mesi dalla sua introduzione, tuttavia le offese al “buon nome” della Polonia continuano a costituire un reato soggetto al codice civile.

Uno dei centri più coinvolti nella conservazione del mito dei polacchi martiri ed eroi durante la seconda guerra mondiale è l’Istituto della Memoria nazionale (IPN), istituito dal Parlamento polacco nel 1998 con il compito di conservare la memoria dei crimini commessi «contro la nazione polacca» durante la seconda guerra mondiale e sotto il comunismo.
L’Istituto, che dispone di 11 filiali, impiega oltre duemila dipendenti, riceve sostanziosi finanziamenti statali ed è solo formalmente indipendente, dal momento che gli appartenenti al Collegio (l’organo direttivo) dell’Istituto sono indicati dai partiti eletti in Parlamento e in Senato, ad eccezione di due di competenza del primo ministro. Sotto l’attuale governo, molti degli incarichi negli uffici dell’Istituto sono stati affidati a esponenti dell’estrema destra polacca, che fa capo al Campo nazional radicale (ONR), erede della Falange prebellica e principale responsabile, oggi, della diffusione del razzismo e dell’antisemitismo nel paese.

In tale contesto, non deve sorprendere la nomina di Tomasz Greniuch, sino a tempi recenti dirigente dell’ONR della città di Opole, a direttore della filiale di Wrocław dell’IPN. Greniuch è un trentenne laureato all’Università cattolica di Lublino con una tesi sulle Forze armate nazionali (NSZ), il braccio armato dell’ONR sotto l’occupazione nazista, che combatteva i tedeschi, ma anche i comunisti e gli ebrei. Il relatore della tesi, il professore Tomasz Panfil, sino al 2018 membro onorario de “Il Collegamento” – associazione con sede in Gran Bretagna accusata di propagare contenuti neo nazisti -, è l’attuale responsabile di una sezione dell’Ufficio dell’educazione nazionale della sede centrale dell’IPN. Il fatto che Greniuch, prima di essere promosso a Wrocław, lavorasse all’IPN della vicina Opole, non aveva causato particolari turbamenti. Al contrario la sua nomina a direttore della sede della capitale dell’Alta Slesia, avvenuta in contemporanea al processo intentato a Engelking e Grabowski, ha suscitato proteste sui media e da parte di numerosi esponenti politici. Greniuch si è pubblicamente scusato per avere alzato la mano nel saluto fascista durante un corteo dell’ONR, definendolo «un errore di gioventù», ma questo non ha evitato le sue dimissioni, invocate dal presidente della Repubblica, dal primo ministro e da molti ministri dello stesso governo polacco di destra.

È probabile che dietro alla presa di posizione degli esponenti dell’attuale governo vi sia il tentativo del PiS di prendere le distanze dalla destra radicale polacca con cui aveva flirtato negli ultimi anni, servendosi di molti suoi slogan. A prescindere dalle motivazioni, sia la reazione dell’élite al potere, sia il verdetto del tribunale di Varsavia nel processo per diffamazione possono essere letti come segnali di distensione nella guerra contro chi mette in discussione la versione ufficiale della memoria nazionale. A metà febbraio, una sentenza della Corte suprema (corrispondente alla nostra Cassazione) ha stabilito che l’ONR è un’organizzazione fascista, aprendo così la strada alla sua messa al bando.

La pubblicazione di Notte senza fine potrebbe rappresentare l’occasione per uscire dal pensiero bipolare che domina il dibattito sulla partecipazione dei polacchi agli omicidi degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il problema principale è la mancanza di una storia complessiva dell’Olocausto in Polonia, unico paese europeo per il quale questo lavoro non è stato neppure avviato. Solo la contestualizzazione degli eventi narrati nel periodo preso in esame dagli autori incriminati (1942-1945) permetterebbe di individuare tutti gli attori della tragedia e le loro, diverse, responsabilità. Al primo posto restano i carnefici tedeschi, che coinvolsero le zone rurali del Governatorato in una spirale di violenza indescrivibile. In campagna, l’autorità principale erano i sacerdoti cattolici, non la Destra nazionale, a cui si rivolgeva la classe media. Nelle omelie, i sacerdoti definivano gli ebrei «assassini di Cristo» ma allo stesso tempo lasciavano aperta la possibilità della loro salvezza attraverso il battesimo. Questo doppio messaggio spiega in parte il comportamento del sindaco Malinowski e di migliaia di altri salvatori di ebrei rimasti sinora sconosciuti. Tra questi vi era anche Zofia Kossak, la scrittrice polacca, cattolica e apertamente antisemita, che fondò il Consiglio per l’aiuto agli ebrei e ne salvò migliaia.
Di tutto ciò, della complessità estrema di questo dramma storico, non vi è traccia nei due volumi curati da Engelking e Grabowski.

B. Engelking-J. Grabowski, Dalej jest noc. Losy Żydów w wybranych powiatach okupowanej Polski, Warszawa, 2018.
J. Grabowski, Judenjagd. Polowanie na Żydów, 1942-1945, Warszawa, 2011 (trad. inglese Hunt for the Jews. Betrayal and Murder in German-Occupied Poland, Indiana UP, 2013).
J.T. Gross, I carnefici della porta accanto. 1941:  il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia, Mondadori, 2001.
M. Petrusewicz, Fine della Polonia innocente. Analisi di un dibattito, «Passato e presente», 2002, n. 56, pp.
C. Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo della cura. Storia di Zofia Kossak, la polacca antisemita che salvò migliaia di ebrei, Torino, 2005 (trad. polacca Czas nienawiści i czas troski. Zofia Kossak-Szczucka, antysemitka która ratowała Żydów, Warszawa, 2007)

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