Sport

La linea mediana – Francesca Tacchi

È uscito da poco il n. 2 di «Linea mediana», rivista digitale in open access “nata” su Facebook nel 2020, per «dare un punto di ritrovo a tutti coloro [che] hanno una visione di classe e conflittuale dello sport» (conta a oggi quasi 2.000 like): una dichiarazione di intenti che rinvia, mi pare, a una lettura della conflittualità sociale e politica che nel 2003 era stata proposta, ad esempio, dalla rivista «Zapruder». Qualche considerazione sulla scorta della lettura dei primi 3 numeri.
Nel 2020 era uscito infatti il numero 0. In copertina le ragioni del titolo: linea mediana intesa come centrocampo ma anche come linea geometrica, che «congiunge ciò che sta più in alto con ciò che sta più in basso», compiendo «un’opera di divisione, ma egualitaria».

Concetto ripreso e articolato nell’editoriale Chi siamo (p. 3): un insieme di persone, di collettivi e di riviste on line («Sport alla rovescia», «Sport popolare», «Minuto Settantotto», «Zona Cesarini»), abituate a confrontarsi sul pianeta calcio, considerato «niente più che rovine e macerie, fiamme e fallimenti», in parallelo con la situazione politica italiana.

La denuncia dello «svilimento della figura femminile», della «finanziarizzazione» del calcio e della «denigrazione del tifo» (e la «progressiva espulsione dei ceti popolari dagli stadi») rispecchia l’«esigenza politica ed etica, sociale e socialista» di rappresentare una «spina nel fianco» del potere (calcistico: e si cita il Foucault de La volontà di sapere), ma anche di parlare di calcio con «leggerezza».
Tra i temi proposti nel numero 0, ne ricordo alcuni che si ritrovano, variamente declinati, anche nei numeri successivi: il calcio popolare, di cui Davide Drago registra la crescita in Italia e le (vittoriose) campagne per modificare i regolamenti della Figc in tema di accesso al calcio per i migranti di prima e seconda generazione, non sempre in possesso del certificato di residenza e del permesso di soggiorno (Gioco anch’io 2012; We want to play-Nessuno è illegale per giocare a pallone 2017); il calcio femminile, di cui sembrava a fine 2019 in dirittura d’arrivo il passaggio al professionismo sportivo (legge 91/1981): questo però – ricorda giustamente Federico Castiglioni (pp. 21-23) – riguardava e riguarda le atlete delle serie A e B e non anche le tesserate delle serie inferiori (la stragrande maggioranza), inquadrate sempre nella Lega nazionale dilettanti.

Il passaggio al professionismo si è bloccato con il Covid-19, cui è stato dedicato, sempre nel 2020, il n. 1 di «Linea mediana» (Lockdown e riaperture), con vari interventi. Tra questi, oltre appunto a quello riguardante la mancata “ripartenza” del calcio femminile in Italia (Marco Acciari, C’è chi dice no, pp. 12-13), se ne proponevano alcuni sulle varie misure adottate – o non adottate – dalle istituzioni calcistiche, italiane e non solo (Germania e Corea e Cina: rispettivamente Matteo Penna e Dario Focardi) nel mondo del professionismo (È ripartito il calcio o il business?, si chiedeva Valerio Moggia, pp. 9-11) e soprattutto in quello dei dilettanti (Davide Ravan e Matthias Moretti, pp. 5-8), oltre a dedicare un intervento allo sport ai tempi della spagnola (Edoardo Molinelli).


Il recente n. 2 (2021) è incentrato sull’uso – e l’abuso – dei termini «identità» e «appartenenza» nel mondo del calcio. Come si evince dall’Editoriale (Federico Castiglioni) e dalla presentazione su Facebook dello scorso 10 marzo, il tema va ben al di là dello sport: identità e appartenenza, come noto, sono concetti – e sentimenti – da non sottovalutare, da riconoscere nelle loro varie sfaccettature e dimensioni, politiche e non solo.

Nel numero si parla, nuovamente, di calcio popolare e della complessa costruzione identitaria di «una comunità che si allarga, si annusa, si conosce», col rischio però di vedere nel calcio «un mezzo per fare quell’aggregazione politica che non si riesce a fare col centro sociale o col collettivo politico» (Moretti, p. 18); dell’apporto dei figli degli immigrati al movimento calcistico (Moggia); di sport femminile, attraverso il caso di Asma Elbadawi, cestista e attivista che ha portato avanti, con successo, la battaglia per l’utilizzo in campo dell’hijab (Avanguardia femminile e sport nella religione musulmana di Giorgia Bernardini, pp. 5-9); e ancora, del rapporto tra tifo e identità sia in senso generale (Davide Ravan, pp. 31-22) sia applicato a casi “storici”: nei Paesi Baschi (Edoardo Molinelli), in Catalogna (Manuel Cros), nell’ex Jugoslavia (Gianni Galleri).
Temi che sono stati, in varia misura, al centro dell’attenzione di alcune riviste di storia, da «Zapruder» (Tifo. Conflitti, identità, trasformazioni, 2019/48) a «Diacronie» (Più che un club. Tifoserie e identità storiche/, 2020/42) e a «Passato e presente» (Sport popolare e popolarità dello sport. Bilanci e prospettive, 2020/111, di cui abbiamo parlato a lungo, sia su questo blog che su FB).
Interessante l’analisi proposta da «Linea mediana» del “calcio oltre la Fifa”, promosso dal 2013 dalla Confederazione delle associazioni calcistiche dei territori non riconosciuti e non indipendenti (Conifa): riunisce oggi 57 federazioni – dal Principato di Monaco all’Alsazia, dal Nagorno-Karabakh al Mapuche in America Latina, dalla Padania alla Sardegna, dall’Isola d’Elba al Regno delle due Sicilie, dall’Ossezia del sud all’Abcasia, da Cipro Nord all’Armenia occidentale, ecc. Il Covid-19 ha impedito di tenere, dopo Londra 2018, a Skopje i mondiali Conifa, come ricorda nel numero Giuseppe Ranieri attingendo alla testimonianza di Francesco Zema, direttore dell’area di svilippo sul “welfare inclusivo e partecipato” attraverso lo sport e curatore del progetto socio-culturale “Calci comunità resilienti” (cfr. la ricordata diretta Facebook).
«Linea mediana» ha in cantiere l’attivazione di una newsletter e di un canale Telegram, e dedicherà il n. 3 (giugno 2021) ai prossimi campionati europei di calcio, itineranti, nell’Europa del Covid-19, con la presenza – dichiarata ma tutta da verificare – degli spettatori sugli spalti.

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