Attualità

“Una ‘cancel culture’ al contrario?” – Lorenzo Kamel

Sui temi sollevati da Ernesto Galli della Loggia sulla cultura occidentale e la “cancel culture”

Tra le molteplici riflessioni sulla cosiddetta “cancel culture”, il 3 aprile Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera è tornato sull’argomento, chiedendosi: cosa ha portato “a pensare che insegnare l’opera di Omero, di Dante e di Shakespeare, o eseguire la musica di Mozart costituisse una discriminazione offensiva verso chi ha un colore della pelle diverso dal bianco?”. Si tratta di temi peraltro già affrontati in numerosi recenti saggi, incluso “Il Tempo senza Storia” (Einaudi 2021) di Adriano Prosperi.
L’accenno alla musica e a Mozart è legato a una polemica che nelle ultime settimane ha coinvolto l’Università di Oxford. Quest’ultima ha più volte smentito che sia stata presa in considerazione l’idea di eliminare o ridurre gli insegnamenti sulla musica europea. Una storia “senza animosità e simpatia” – per riprendere la celebre espressione attraverso cui Tacito manifestò la volontà di esporre i fatti storici in modo imparziale e obiettivo – non dovrebbe avvertire come un affronto il fatto di chiedere che, oltre a Mozart e ad altri compositori europei, si studino anche compositori non europei o “diversi dal bianco”. Le domande legate alla musica di Mozart – così come l’accenno alle opere di Omero, Dante e Shakespeare – sollevano in questo senso una questione che non sussiste nei termini descritti nell’articolo.

Florence Prince e alcuni dei compositori di colore ancora oggi quasi
del tutto assenti nei corsi di studio legati alla musica classica


Ciò che molti studenti e docenti vorrebbero, tanto in Italia quanto all’estero, è che, ad esempio, la richiesta di studiare (anche) i “9 compositori di colore che hanno cambiato il corso della storia della musica classica” non venga confusa con ciò che Ernesto Galli della Loggia, così come numerosi altri studiosi, considerano un “delirio suicida del politicamente corretto”. 

Si noti che quest’ultimo “J’accuse” si accompagna quasi sempre a una marcata enfasi posta sulla “civiltà europea” e sui suoi contorni. Tale predisposizione echeggia una concezione della storia unidimensionale e incurvata su se stessa. L’antidoto ad essa va rintracciato nel senso profondo delle parole di Ellen Meiksins Wood: “è ancora più artificioso slegare l’antica Grecia dall’Egitto o dalla Persia, come se i greci fossero da sempre ‘europei’, immersi in una storia a sé stante, e non invece parte integrante di un più ampio mondo mediterraneo e ‘orientale’”.
A fianco all’enfasi posta sulla “civiltà europea”, viene molto spesso sottolineato anche il problema legato alla tendenza a studiare “sempre i torti del passato europeo e mai quello altrui”. Quest’ultimo punto viene sovente espresso soffermandosi sulla questione della schiavitù, nonché sul ruolo avuto in essa dai “trafficanti arabi” e da alcuni regni indigeni africani. 
In realtà, tanto in Italia quanto all’estero, decine di affermati studiosi continuano ad analizzare tanto il nefasto ruolo rivestito dalla “schiavitù araba” quanto quello della “schiavitù europea”. Il numero degli storici che trascurano il ruolo rivestito dall’una o dall’altra è piuttosto esiguo.
Ciò che è al centro dei dibattiti accademici legati alla schiavitù sono invece le differenze connesse ai diversi contesti presi in esame. Ad esempio, viene sottolineato che fu solo con l’avvio della tratta atlantica che l’essere schiavo divenne, per la prima volta nella storia, un tratto permanente. La qualifica di schiavo divenne in altre parole ereditaria proprio nel contesto dello sviluppo delle colonie e delle vaste piantagioni del “Nuovo Mondo”. 
Per converso, il sistema sviluppatosi nei secoli precedenti in Africa e in altre parti del mondo prevedeva che il figlio di uno schiavo non acquisisse ipso facto il medesimo status. Ciò significa che quanti vennero resi schiavi nelle fasi storiche antecedenti all’avvio della tratta atlantica erano socialmente e politicamente “mobili”, ovvero tendenzialmente non soggetti ad alcun vincolo ereditario di matrice schiavista (nel 1279, solo per fare un esempio, l’ex schiavo Qalawun divenne il sultano mamelucco d’Egitto).
Molto discusso è anche il fatto che il sistema schiavista britannico – a differenza di quello che “attecchì” in America – non era basato in modo esclusivo sull’appartenenza a una data “razza”. La Gran Bretagna ridusse infatti in schiavitù genti di ogni colore, “acquistando” esseri umani anche dai pirati barbareschi.
Questi e molti altri temi ad essi collegati ci ricordano che le dicotomie “sempre/mai”, presenti nell’articolo di Galli della Loggia così come in numerosi interventi che promuovono tesi affini, tendono sovente a semplificare questioni ben più complesse.
Tale tendenza alla semplificazione e alla relativizzazione delle “conseguenze della storia” sono peraltro ravvisabili anche nella crescente propensione a chiedersi se il “regno del Dahomey o il bey di Tunisi si sarebbero comportati molto diversamente” rispetto a quanto accaduto nel caso degli schiavisti europei.

Il filosofo etiope Zera Ya’icob (1599-1692) sottolineò la
preminenza della ragione e il fatto che tutti gli esseri
umani – donne e uomini – sono creati uguali


I “se” e i “forse” non rappresentano infatti solidi strumenti metodologici per rapportarsi alle complessità della storia. Qualora tuttavia si propenda per un siffatto approccio metodologico, è utile ricordare che proprio il bey di Tunisi abolì la schiavitù nel 1846, dunque 17 anni prima del Proclama di Emancipazione promulgato da Lincoln.
Questa e altre simili constatazioni non vanno intese come tentativi volti ad attribuire patenti legate ai torti e alle ragioni, né giudizi connessi alla bontà o alla cattiveria di una data “cultura”. Tanto più che, come sottolinea lo stesso Galli della Loggia, “è evidente che nella storia così come non esistono ragioni non esistono neppure torti”.
Ciononostante, dovremmo forse chiederci se sia lecito che tale “evidenza” possa continuare ad essere applicata in maniera selettiva. Uno storico del nazismo o del genocidio armeno, solo per fare due esempi, non è in alcun modo chiamato a ergersi a giudice: dal modo in cui analizza quelle “storie”, tuttavia, dovrebbero trasparire, in modo evidente, i torti e, talora, le ragioni delle varie parti in causa. Se così non fosse, dovremmo cominciare a preoccuparci.

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