Freschi di stampa

La camicia di Gentile – Gabriele Turi

A proposito di Mimmo Franzinelli, Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, Mondadori, Milano 2021

Ci sono vari modi per scrivere una biografia: un modo accademico, uno più spigliato e scorrevole, con tono simpatetico o critico ecc. Non saprei a quale genere attribuire il Gentile che ci presenta Mimmo Franzinelli, fino a mettere in dubbio che la sua sia una biografia. Niente di male se inizia col 1922, con la marcia su Roma, a patto che si affermi il nesso fra il prima e il dopo, e non si parli di un uomo «sino ad allora estraneo alla politica attiva» (p. 9), salvo ricordare poco dopo che «nell’autunno 1914 tiene conferenze interventiste, nelle quali esalta la guerra» (p. 10). In una biografia contano naturalmente anche i contenuti, su alcuni dei quali, più specifici, tornerò in seguito: ma l’autore dovrebbe spiegare come giustifica le 24 pagine dedicate al solo Gobetti dopo aver accennato ai suoi rapporti con Gentile (pp. 35-59) e le 7 pagine riservate all’archeologo Vittorio Spinazzola, vittima di giudizi infamanti da parte del filosofo (pp. 59-66).

Il caso Spinazzola è funzionale a mostrare un Gentile «corrotto moralmente dal sistema di potere che lo ha inglobato» (p. 66), ed è su questa linea interpretativa che si incentra tutta la biografia, con l’eccezione della conferma delle dimissioni da ministro della Pubblica istruzione di fronte al delitto Matteotti, quando «per l’unica volta in un ventennio si distanzia dal suo “principe”» (p. 75). Il “principe” è Mussolini: il rapporto tra i due è visto come «sudditanza psicologica» di Gentile (pp. 119, 231) o «abdicazione all’indipendenza intellettuale» da parte del filosofo (p. 124), i cui encomi avrebbero il potere di rafforzare la volontà del duce: «Simili incensamenti rafforzano in Mussolini la convinzione di possedere doti straordinarie e di tenere in pugno la vittoria» (p. 181). 

Disposto a subordinare la morale alla politica e ad esibire atti di servilismo, da «intellettuale militante» Gentile si trasforma presto, nel primo quinquennio del potere di Mussolini, in «intellettuale funzionario» (la distinzione fatta da Isnenghi è ripresa da Franzinelli: p. 88) e figura come sua longa manus. Ripetute sono le citazioni relative alle gentiliane «interpretazioni misticheggianti della dittatura» (p. 134); tralascio alcuni errori minori, per rilevare che risultano poco comprensive, spesso per mancanza di un confronto con altre posizioni, alcune formulazioni: ad esempio, cosa è «il progetto gentiliano di fascistizzazione della cultura» se non se ne presenta uno alternativo? (p. 104); oppure, ha senso dire che Gentile mette la cultura al servizio del dittatore, «abdicando a indipendenza e libertà di pensiero per trasformarsi in collettore del consenso», come se solo le persone libere possano raccogliere consenso? (p. 108).

Ridotto nelle dimensioni di un funzionario, Gentile perde i tratti dell’intellettuale militante per cui risulta secondario o inutile indagarne l’opera politica: la riforma organica della scuola, che sostituì per mezzo secolo la scuola prefigurata dalla legge Casati, è liquidata in poche parole senza che si possa capire lo scontro-incontro con i cattolici; i lavori della commissione dei Soloni per le riforme costituzionali sono depurati dai dibattiti accaniti sul potere politico e sui sindacati; poco si dice sulla direzione della Scuola Normale di Pisa; la sua posizione contraria al Concordato e i suoi rapporti col Vaticano (sul tema generale disponiamo, ad esempio, dell’indagine accurata di Enzo Collotti su Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, 2003) non sono analizzati neppure per cercare di comprendere la messa all’Indice delle sue opere nel 1934.

Più vivaci sono le pagini finali (pp. 263-85) su La morte e la memoria, anche se egemonizzate dalla figura del figlio Federico, internato in Germania. Ne emerge una Firenze ricca di fermenti culturali e politici, ma niente di nuovo si apprende sulle circostanze dell’uccisione: le ipotesi avanzate da Luciano Canfora ne La sentenza (Sellerio, 2015) non sono nemmeno citate.

Si guarda più al colore della camicia che a chi l’ha indossata. 

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