Attualità

Il deserto del carcere – Andrea Meccia

«Io e te, in comune, non abbiamo niente». Così parla l’ispettore Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) guardando negli occhi il detenuto Carmine Lagioia (Silvio Orlando). Parole che servono a rimarcare una distanza fisica e morale tra chi è un dipendente dello Stato e chi no, proprio quando i sentimenti di entrambi iniziano ad assomigliarsi. È questo uno dei momenti più acuti e profondi di Ariaferma, l’ultimo film di Leonardo Di Costanzo.

Ambientata in un immaginario carcere italiano e realmente girata nell’ex carcere dalla forma panottica di San Sebastiano di Sassari, l’opera è stata presentata nella sezione “Fuori Concorso” del 78º Festival di Venezia (1-11 settembre 2021).

L’opinione pubblica ha così potuto misurarsi con le potenti immagini del regista campano (L’intervallo, L’intrusa) in un periodo inquieto della storia giudiziaria e istituzionale del nostro paese.

Da una parte le agitazioni interne al mondo della magistratura, dall’altra l’emergere delle notizie sulle violenze commesse nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Da un lato i casi internazionali di Giulio Regeni, Mario Paciolla e Patrick Zaki, dall’altro il ventennale del G8 di Genova. A settembre inoltrato, poi, la sentenza della Corte di assise di appello di Palermo sulla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”. Situazioni che testimoniano come il tema della giustizia e della pena siano questioni cruciali del nostro vivere democratico, messo a dura prova dalla sospesa atmosfera provocata dalla pandemia.

E non meno vacillante è il clima che Di Costanzo, regista da sempre devoto ai tratti del reale, dona a un film che per sua stessa dichiarazione – doveroso sottolinearlo – «non racconta le condizioni delle carceri italiane» ma sceglie di essere «forse un film sull’assurdità del carcere», il luogo della sorveglianza e della punizione. Un territorio – quello dell’autorità, della detenzione, della tortura – su cui il cinema italiano vanta una lunga tradizione di esplorazione che ha attraversato epoche e decenni. Un rapido compendio. Dagli sguardi sull’infanzia e l’adolescenza immaginati nello Sciuscià di Vittorio De Sica (1946) e nel Fiore di Claudio Giovannesi (2016) alla condizione nel carcere femminile nel drammatico Nella città l’inferno di Renato Castellani (1959). Dai coevi Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy e L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani (1971) per arrivare al docu-drama di Paolo e Vittorio Taviani Cesare deve morire (2012). Dal kafkiano Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (1970) all’osservazione sulla tortura in Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari (2012).

Ma torniamo ai nostri giorni. All’etere immobile di Di Costanzo. Le prime immagini della pellicola ci mostrano un gruppo di secondini che mangiano e sorseggiano attorno a un fuoco. Alla fine di una battuta di caccia, da brindare c’è la chiusura del carcere dove lavorano. I detenuti devono essere trasferiti. I dirigenti del penitenziario fanno le valigie. La direttrice va via. Ma qualcosa dal punto di vista procedurale si arena, creando uno “stato d’eccezione”. Il tempo sembra non scorrere più, imprigionato anch’esso negli intrecci dell’indolenza burocratica. Un gruppo di agenti e una compagine di detenuti – un microcosmo di lingue, dialetti, religioni – sono costretti a rimanere nel penitenziario dell’irreale città di Mortana, toponimo che contiene in sé l’idea del fine vita, della scomparsa, della pena capitale. La cucina intanto è stata già chiusa. Le attività trattamentali sono state sospese. Come pure le visite dei familiari. Il disorientamento che coglie i detenuti avvolge anche i secondini. Il carcere appare isolato, ulteriormente lontano da città e centri abitati. Il suo stato di abbandono e fatiscenza emerge in tutta la sua malinconia e drammaticità, acuendo il grado di separazione dalle consuetudini di un vivere civile solo lontanamente immaginato. L’unico contatto con l’esterno è rappresentato dalle forniture di cibo – pessimo e destinato a tutti – che arriverà da fuori.

Un clima di tensione attraversa la nuova quotidianità cui tutti gli attori in campo sono sottoposti. I sentimenti di angoscia, confusione, incertezza, abbandono da parte delle istituzioni sembrano essere patrimonio comune. L’insubordinazione delle guardie e la ribellione dei detenuti sono pericoli che minacciano, frammento dopo frammento, il precario ordine a cui l’ispettore Gargiulo tenta faticosamente di giungere. Sulla sua strada, oltre al malumore dei colleghi, troverà, come lasciato intendere, la figura di Lagioia, detenuto veterano con l’aria da vecchio boss di camorra, dall’eloquio ingegnoso, acuto e penetrante, capace di chiedere per ottenere.

Tra i due sarà una lenta, dilatante e portentosa guerra di nervi, di contrattazioni e mediazioni continue, che si risolveranno concedendo a Lagioia, sotto la propria tutela, l’uso della cucina. Il desiderio e la necessità di nutrirsi dignitosamente fungeranno da tramite fra carcerieri e galeotti. Sarà infine un pasto al di fuori delle celle disposte a raggiera (una cosiddetta rotonda), in seguito a un black-out elettrico, il momento di massima comunicazione tra chi custodisce e chi va piantonato. L’assenza di luce e la condivisione del pane al centro della scena renderà tutti compagni di attesa, attraverso la creazione – provvisoria – di un nuovo equilibrio che disobbedisce alle norme della vita carceraria, incarnando una devianza sancita da chi è chiamato a rappresentare le istituzioni statali in quel recondito e inventato angolo d’Italia.

Ha scritto Zygmunt Bauman:

«La tendenza a ricorrere all’arida e impersonale parola della legge anziché affidarsi alla negoziazione tra individui in un comune modus vivendi è una conseguenza graduale, ma inesorabile abbandono di ciò che Richard Sennett chiamava “molteplicità dei punti di contatto”, una delle principali caratteristiche della vita nelle città. Scaraventato in una condizione forzata di assenza di familiarità, vincolato a confini fisici rigorosamente vigilati, confinato a distanza ed escluso dall’accesso, sia esso regolare o sporadico, alla comunicazione, l’Altro diventa un alieno ed è vincolato a tale condizione, essendo stato efficacemente “cancellato”, spogliato della sua unicità personale che, sola, può evitare gli stereotipi e superare o mitigare così l’impatto riduzionista della legge penale (il testo completo in S. Ciappi, cur., Periferie dell’impero. Poteri globali e controllo sociale, DeriveApprodi, Roma 2003, pp. 161-76).

È forse questo il senso più profondo che Leonardo Di Costanzo ci regala attraverso quest’opera che illumina proprio quando calano le tenebre – autorevole il lavoro fotografico di Luca Bigazzi – il bisogno di dialogo e di incontro all’interno delle istituzioni totali. Lo fa invitando la sua macchina da presa a cogliere – per poi proiettarli sul grande schermo nell’epoca di una pandemia che ha sconvolto anche la vita degli istituti di pena – il senso e il non-senso di un luogo costituzionalmente destinato alla «rieducazione del condannato».

Ariaferma, Italia/Svizzera, 2021, 117 min.

Regia: Leonardo Di Costanzo.

Sceneggiatura: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella

Cast: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, Pietro Giuliano, Nicola Sechi, Leonardo Capuano

Fotografia: Claudio Bigazzi

Montaggio: Carlotta Cristiani

Musiche: Pasquale Scialò

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